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La mia Diaz…quella notte ho sentito…

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Quella sera eravamo stanchissimi e, dopo giorni di tensioni, lacrimogeni, riunioni, panini indicibili, ci eravamo concessi una pizza. Ero con un gruppo di contadini accampati in Piazza Rossetti, la Piazza internazionale contadina che avevamo organizzato nel GSF a Genova e che per giorni aveva dato da mangiare e bere a migliaia di persone. Con me, fra gli altri, c’era il Senatore Gigi Malabarba (operaio FIAT eletto in senato per il PRC, straordinario amico dei movimenti di lotta). Non ci eravamo messi d’accordo ma, probabilmente perchè in quel casino non erano molti i locali aperti, la pizzeria era affollata di militanti del GSF che si concedevano un momento di pausa. Ad un certo punto mi arriva una telefonata sul cellulare: era una compagna del gruppo di comunicazione del Genoa Social Forum che gridava: “Gianni dove siete? Avvisa gli altri, correte tutti: stanno sfondando ed entrando alla DIAZ…”.
Siamo corsi alla Diaz, tutti. Mentre correvamo abbiamo incontrato le ambulanze che scendevano dalla stradina. Con Gigi Malabarba le abbiamo fermate. Lui urlava come un matto: “Sono un senatore della Repubblica, voglio vedere chi c’è”. Dentro c’erano giovani insanguinati ed infermieri stravolti.
Abbiamo continuato la corsa, pochi minuti e siamo arrivati davanti alla DIAZ. Un’ora terribile, i più esperti di noi abbiamo organizzato un rapido servizio d’ordine per premere nei confronti della polizia e dei carabinieri schierati in assetto antisommossa, proteggere i parlamentari che cercavano di entrare (Ramon Mantovani, Luigi Malabarba, Luisa Morgantini e gli altri), contenere e gestire la rabbia dei compagni giovani che urlavano indignati, permettere ai giornalisti di documentare tutto quello che potevano e spingere perchè “le forze dell’ordine” se ne andassero via.
Non dimenticherò mai quei momenti e soprattutto l’urlo agghiacciante e terribile quando dal cancello sono usciti dei poliziotti portando via un fagotto nero che a molti era sembrato un sacco di quelli per cadaveri (solo dopo scoprimmo che dentro c’erano le famose armi sequestrate fra cui le “molotov”). Momenti di tensione crescente con tanti e tante che arrivavano dai vicoli ed ingrossavano lla presenza aumentando la pressione.
Non ricordo con chi altro ma in quel momento mi misi spontaneamente al fianco di Vittorio Agnoletto (come altre volte ci è capitato di dover fare) per “proteggerlo”…l’obiettivo più esposto nel suo ruolo in un momento in cui la democrazia sembrava cancellata e l’incolumità personale fortemente a rischio.
Alla fine siamo riusciti a cacciarli mentre fuori dalla scuola le telecamere di mezzo mondo documentavano la notte in cui fu cancellata la semocrazia.
Mi sono trovato così ad entrare fra i primi nella DIAZ dopo che le “forze golpiste” la avevano lasciata ….. ed ho sentito.
Non le voci di quanti avevano urlato sotto i colpi della mattanza che si erano spente ma “ho sentito l’odore” del sangue che imbrattava i muri, impregnava le ciocche di capelli sui termosifoni, sporcava i pavimenti.
E lo ho sentito in un gabinetto con la porta sfondata e con il sangue che imbrattava le mattonelle e fra gli oggetti sparsi a terra, terribili armi sovversive lasciate li nel momento in cui il nemico scappava: libri strappati, occhiali calpestati.
Ed ho visto gli effetti della perquisizione delle “forze di polizia alla ricerca di terroristi e prove del complotto dei black bloc”: non c’era un cassetto aperto a cercare documenti, un armadietto violato dentro cui potevano celarsi prove del complotto sovversivo del Genoa Social Forum ma, in compenso, c’erano porte sfondate a cercare persone e computer sfondati con rabbia: la nuova arma della rete e della controinformazione sul web era certamente un pericolo nuovo e terribile per chi sperava di poter fare come negli anni 70 in sudamerica quello che voleva senza dover rendere conto a nessuno, certi che nella stanza dei bottoni il Governo li avrebbe protetti.
Oggi, a 11 anni di distanza sento di nuovo quegli odori e quelle voci e, soprattutto, il silenzio assordante di chi allora avrebbe dovuto tacere ma mistificava alla grande (Fini) e di chi oggi dovrebbe dire una parola definitiva (Napolitano).
Quella notte dormii su una panchina nel campo dei contadini di Piazza Rossetti ma prima ci dicemmo con i Brasiliani, Josè Bovè, i portoghesi: No pasaran! Adelante, seguimos la lucha 

 

Gianni Fabbris, attuale portavoce del Comitato Terre Joniche. ( All’epoca del G8 Fabbris era tra i dieci portavoce del Genova Social Forum)

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