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Storia di una tammorra

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È quasi l’alba. Tutti dormono, senza vita sui sedili. Il torpore silenzioso è rotto solo da un sobbalzo del pullman in corsa: un fremito di cembali. Altro dosso della strada, altro tintinnio. La tammorra riposa, poggiata nello scomparto in alto, ma per un attimo è scossa, un sussulto nel primo chiarore che annuncia il giorno. È toccata in sorte la stessa cosa curiosa, alle tammorre e ai cristiani quando sono troppo stanchi: hanno uno scatto involontario mentre riposano, finalmente, dopo una nottata senza fermarsi mai. Magari fosse solo questione d’una notte, il fermento è iniziato da prima, dal primo pomeriggio, quando un gruppo nemmeno poi così sparuto di lucani è partito su un pullman da un paese neanche poi così noto, Accettura, alla volta di Melpignano. La musica,  quella potente e irrefrenabile, era ovunque, su ogni sedile, attaccata ai vetri e per terra, seduta perfino al posto dell’autista. Era in ogni angolo di quel pullman in viaggio, destinazione follia.
Non è ancora giorno. Prima di riassopirsi, la tammorra stiracchia la sua pelle secca e si guarda intorno. Osserva tutti i suonatori e danzatori, pizzicati dal tramonto fino al mattino, finalmente placati da un’incoscienza rigenerante. Veloce occhiata ai suoi compagni d’avventura, altre percussioni e chitarre. Dormono anche loro. Se qualcuno non batte il bongo o non pizzica le corde, loro non prendono vita. La tammorra è diversa, vive di vita propria. Ci vuol poco perché i piattini metallici scoppino in una specie di risatina soffocata. Se la ride, pensando a cosa ha combinato tutta la notte.
La tammorra guarda fuori dal finestrino. Ulivi, solo ulivi, ancora ulivi. Le insegne stradali scivolano via, e con loro scivola via la grande avventura onirica d’una notte chiamata Salento. A tratti soffocata dal caldo umido e dalla quantità impressionante di gente. Si è divertita un sacco la tammorra, tutti hanno fatto all’amore con lei stanotte. È stata lei per una volta la regina. E nel viaggio d’andata, quanto ha riso e ballato. Ma no, il bello deve ancora venire, le dicevano, e lei stentava a crederci. Poi questi benedetti giovani l’hanno portata in un prato enorme dove c’era tanta gente, si è stesa un po’ sull’erba, un panino, un sorso di vino. E dopo il tramonto non s’è capito più nulla. Quante sorelle, di ogni forgia e dimensione, sembrava il raduno mondiale delle  tammorre. In coro qui e là, un po’ con tutte. Allora i giovani avevano ragione.
Sul palco c’era un tizio- la folla lo acclamava, “Goran!Goran!” – che ha portato in scena tutta un’altra musica, con ottoni prepotenti. Caspita se alzavano la voce. Però c’è voluto poco, e la tammorra e gli ottoni hanno fatto amicizia: pizziche e tarante tinte di ritmi zingari e zigzaganti che vengono dalle Terre oltre il mare, dal lato da cui sorge il sole. Sul palco, luci e luminarie strane che formano volti, mani, numeri, animali. Senza appigli con la realtà. Sembrava tutto un sogno, appunto.
Canti d’amore e morte, e il motto di una sera che insegna: è normale impazzire ogni tanto. D’amore si può impazzire, e si impazzirebbe al pensiero di dover prima o poi morire. Ecco perché vale pena celebrarla con euforia, l’unica cosa che sembra infinita mentre la vivi, ma che non lo è affatto: la vita stessa. La tammorra ha capito tutto, la vita le pare solo una pizzica un po’ più lunga delle altre. Più lunga di quel pezzo che i musicanti non fanno finire mai , e ripetono centinaia, migliaia di volte, quella che fa ‘lu core meu, meu meu meu lu cavaliere tou’..

Maria Grazia Trivigno

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