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Vivi al Sud, sei povero e poco istruito? Rischi il diabete

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Titolo di studio basso, problemi economici e residenza in una regione del Sud Italia. È questo l’identikit del malato di diabete ‘tipò secondo gli ultimi dati statistici disponibili. A sottolinearlo gli esperti in occasione della II Conferenza nazionale sul diabete. Insomma, il diabete – smentendo il luogo comune che la vuole come una malattia legata al benessere – si conferma sempre di più una patologia legata invece alla povertà. I dati Istat lo indicano chiaramente: nella fascia di popolazione tra 45 e 64 anni, si registra il 2,3% di diabetici tra i laureati e il 9,8% tra coloro che hanno solo la licenza elementare; Tra gli over-65, tali percentuali salgono rispettivamente all’11,3% e al 19,2%. Inoltre, a causa della crisi, rileva il direttore Welfare del Censis Ketty Vaccaro, «il 20% della popolazione ha ridotto l’acquisto di farmaci e il 18,2% ha ridotto l’accesso a visite specialistiche e diagnostiche, ma quest’ultima percentuale sale al 39% tra le fasce con reddito più basso». Quindi, proprio le fasce più a rischio anche per malattie croniche come il diabete, son quelle con minore accesso ai controlli e alle terapie. Tra le cause dell’aumento del diabete tra le categorie meno abbienti, la cattiva alimentazione ed il poco movimento. Forti anche le differenze Nord-Sud: in termini numerici, se nel Nord-est risiedono 450mila malati di diabete e nel Nord-ovest 650mila, nel Centro ne risiedono 600mila, nelle isole 350mila e ben 900mila risiedono al Sud. La prevalenza di casi in Basilicata, ad esempio, è superiore del 300% rispetto a quella del Trentino. A fronte di tale quadro, sottolinea il presidente della Società italiana di diabetologia (Sid) Stefano Del Prato, «emergono tre preoccupazioni principali: una di ordine politico poichè, visto che il governo è in scadenza, è necessario che la questione dell’emergenza-diabete rientri nell’agenda del prossimo esecutivo; la seconda è di tipo economico, è cioè urgente trovare sostegni per la fasce più povere che sono anche le più colpite dalla malattia; la terza è legata al federalismo regionale, visto che – conclude Del Prato – poche sono le regioni virtuose che hanno adottato dei piani anti-diabete». (Ansa)
 

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