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InGiustizia ad personam

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    “Se dieci anni fa avessi fatto un incidente e fossi rimasto paralizzato sarebbe stato meglio”. Con questa frase Rosario Marchese conclude il racconto della sua storia
    La storia di questo ingegnere informatico ha i caratteri dell’incubo. Rosario aveva quasi 26 anni nel 2003. Collaborava, come perito informatico, con l’Arma dei Carabinieri. All’improvviso si ritrova indagato, insieme al suo socio, perché ritenuto responsabile d’aver copiato un cd con informazioni riservate e d’averlo consegnato ad un boss della mala locale. Alle 5 del mattino i carabinieri irrompono a casa del giovane. Con modi tutt’altro che gentili perquisiscono l’abitazione. Vanno a fare la stessa cosa nel negozio di articoli informatici che il giovane gestisce a Potenza. Si prendono computer, hard disk, cd. Tutto. Tutto il lavoro di Rosario.

    UN’ACCUSA PESANTE – Il pm che indaga Marchese oltre all’accesso abusivo al sistema informatico , gli contesta il concorso esterno in associazione mafiosa. In relazione all’accesso abusivo a sistema informatico emerge dalle indagini che Marchese non poteva avere duplicato quel cd.  In relazione al concorso in associazione mafiosa non emerge uno, che sia uno, straccio di prova. Lo stesso presunto boss non farà mai il nome di Marchese. Semplicemente perché non lo conosce.

    I FATTI – Rosario Marchese, per la Procura avrebbe duplicato un cd contenente informazioni riservate appartenenti all’Arma dei Carabinieri. Dopo averlo copiato avrebbe consegnato il cd stesso all’esponente della mala locale Antonio Cossidente il quale a sua volta lo consegna ad un agente del Sisde, Nicola Cervone, di cui Cossidente era, all’epoca, confidente. Questo accadeva nel 2003. In barba ad ogni regola che prescrive tempi certi e brevi per la somministrazione della giustizia passano 7 anni prima che il tribunale di Potenza si pronunci sulla vicenda. O meglio prima che Marchese sappia se deve andare a processo oppure no. Una spada di Damocle che gli pende sul collo per sette, lunghissimi, anni. Ad ogni modo solo il 20 aprile del 2010 il giudice Luigi Spina, in sede di udienza preliminare, pronuncia finalmente una sentenza di “non luogo a procedere, senza necessità di vaglio dibattimentale, apparendo tale fase inutile e infruttuosa…” Come dire è chiaro che il fatto non c’è. Chissà perché però è chiaro solo dopo 7 anni.

    IL PERCHE’ DI QUELLA SENTENZA –Prima dell’udienza preliminare (aprile 2010), il gup, chiede al pm di modificare l’imputazione del reato di accesso abusivo al sistema informatico, in quanto non rispondente alle circostanze di fatto emergenti dagli atti di indagine. Modifica che il pm non farà.
    Nel dispositivo della sentenza del giudice dell’udienza preliminare viene ribadito che è del tutto inutile rinviare a giudizio Rosario Marchese poiché manca uno degli elementi costituenti la fattispecie di reato del concorso esterno in associazione mafiosa. In buona sostanza il giudice ritiene che Marchese non abbia, con la sua condotta, conservato o rafforzato le capacità operative dell’associazione. “Questo profilo sostanziale- dice ancora il giudice- non emerge da alcun atto di indagine”. Ma c’è di più nella sentenza del giudice Spina. “All’epoca dei fatti, (nel 2003 ndr) Cossidente ( il presunto mafioso a cui Marchese avrebbe consegnato il cd ndr ) aveva cominciato a collaborare con la giustizia  instaurando un vero e proprio rapporto confidenziale con l’allora agente del Sisde, Nicola Cervone. Ed ancora si e soprattutto, perché le notizie contenute nel famoso cd non parevano rivestire particolare importanza in relazione al mantenimento del sodalizio criminoso in questione.

    COSA CONTENEVA IL CD? Secondo quanto riportato nella sentenza di non luogo a procedere (perché il fatto non sussiste), “gli elementi contenuti nel dischetto abusivo, si sostanziavano in alcune intercettazioni e atti dell’indagine denominata “Napoleone, relativa ad un’associazione dedita al traffico di stupefacenti facente capo a Donato Zarra, e operante nel Vulture-Melfese. Risulta tra l’altro che in relazione a questa indagine non v’è stata alcuna fuga di notizie”. Insomma uscendo dai tecnicismi squisitamente giuridici il fatto è che non esiste il fatto contestato al giovane ingegnere informatico.

    IL PORTO D’ARMI REVOCATO- Rosario Marchese possiede un porto d’armi. Per difesa personale. Subito dopo la sua iscrizione nel registro degli indagati, nel 2006, la licenza gli viene revocata. Nel 2010, a settembre, e cioè dopo pochi mesi dalla sentenza del gip di non sussistenza dei reati contestati a Marchese, la Questura rilascia nuovamente il porto d’armi al perito informatico. Finalmente è tutto finito, pensa Marchese, che tra mille incubi e sospetti, prova a ricostruirsi una vita serena. Ce la mette tutta fino a quando nella primavera del 2012 gli viene revocato nuovamente il porto d’armi. Marchese chiede alla Questura le motivazioni della nuova revoca. Ecco cosa risponde il questore Romolo Panico: “dalla lettura della sentenza in argomento (quella del giudice Spina per il quale non sussiste il fatto), si rileva che o il Marchese, o il coimputato Lapenna, hanno proceduto alla masterizzazione del cd…e seppure il gip non ravvede il reato di associazione per delinquere lascia presupporre l’esistenza del reato previsto dall’articolo 615/ter , non contestato e quindi non valutato nella sentenza”. In buona sostanza “il giudice non ha fatto bene il suo lavoro”.
    In relazione al porto d’armi ecco il parere del giudice Mori.
     

    UN CANE BASTONATO AVRA’ SEMPRE PAURA- Oggi Rosario Marchese è una persona che si interroga profondamente sul senso della giustizia. Anche di fronte ad evidenti discrasie. Come quella che riguarda proprio la sua ultima vicenda. la revoca del porto d’armi. Solo per dirne una. “Una lettera arrivata in negozio- mi spiega Marchese- e confermata, mi avvisava che ad un altro cittadino indagato per Rivelazioni di segreto d’ufficio, abuso di potere, calunnia, corruzione in atti giudiziari, associazione segreta e associazione per delinquere il porto d’armi non è mai stato revocato. E non solo. E’ stato rilasciato quando la persona era già al centro di un’inchiesta. Questa persona- aggiunge il perito informatico- è un magistrato attualmente in pensione. Evidentemente non siamo tutti uguali dinanzi alla legge. Io che temo anche per la mia incolumità non faccio testo. Perché qualcuno ha deciso così”.
    Alla domanda perché non si lasci tutto alle spalle Marchese mi risponde come mi aspettavo. “Potrei farlo, ma non sarebbe giusto. Anche i miei mi hanno chiesto di dimenticare. Ma se io dimentico e faccio come se nulla fosse successo questo sistema rimarrà sempre in piedi. Ci sarà sempre qualcuno che potrà passare quello che ho passato io”. Alla luce di questa considerazione si spiega anche la lettera che Marchese ha deciso di inviare al presidente della Repubblica per rappresentargli il suo “strano” caso.

     

    Estratto dell’inchiesta pubblicata sul numero 39 di Basilicata24 in edicola da sabato 2 giugno

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