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Quando i lucani si fecero “liquichimizzare”

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    Tutto inizia con la scoperta dei giacimenti di metano tra i calanchi di Pisticci e Ferrandina, provincia di Matera. Nel corso del 1960 il Governo di Roma annuncia che “grossi complessi industriali” hanno chiesto di insediarsi in BasilicataPerché? Due motivi: denaro pubblico a fondo perduto; prezzo di favore, stracciato del gas. Il 29 luglio 1961 la Val Basento è protagonista della “svolta storica”. Si celebra la posa delle prime pietre su cui realizzare tre industrie chimiche e farmaceutiche: Eni, Montecatini (presidente Carlo Faina, 70 anni, nobile pontificio discendente di Napoleone), Ceramica Pozzi. Officiano Amintore Fanfani, Emilio Colombo, il presidente dell’Eni Enrico Mattei. Percorrono felici la valle lucana e parlano alla folla di braccianti, disoccupati, varie Autorità e agit-prop dei partiti politici (Democrazia Cristiana in primis).

    Contentino politico. Ma che ce’ntra la chimica? In pochi osservano che l’economia della Basilicata è, in modo prevalente, agricola. Più pastorizia e zootecnia. La ricchezza senza fine dei boschi (Lucus, Lucania). Che c’entra la chimica? Scopo principale, a giudizio del ceto politico nazionale, era quello di adeguare il territorio lucano al modello economico dell’Italia, soprattutto del Nord. Contemporaneamente, diciamo così, regalare due o tre stabilimenti chimici inquinanti. Un contentino a fronte del drenaggio smisurato di gas. Alla prova dei fatti l’industria non diventa vera espansione economica, sviluppo sociale. La Basilicata offre suolo e manodopera: 6 mila posti di lavoro contro 200 mila emigranti. Merci chimiche prodotte, in Val Basento e a Tito Scalo, però  non venduta dalla Basilicata ad altre regioni o nazioni. I soldi dunque vanno esclusivamente in Lombardia e all’estero.
    I lucani non ottengono quasi nulla, solo briciole di sopravvivenza. Invece, scrivono gli studiosi liberi e indipendenti, “… alle fibre prodotte dall’Anic si potevano opporre le fibre naturali di cotone e di lana ricavata dalla tosatura delle pecore, pur di non ridurre la Lucania a una colonia degli affaristi del Nord Italia, sacrificando così le rilevanti risorse agricole  e naturali”. Pertanto l’alternativa reale agli stabilimenti chimici era possibile. A proposito dell’avvento della chimica, Rocco Mazzarone (1912-2005, medico, scrittore, importante esponente del Meridionalismo, amico e collaboratore di Levi, Scotellaro, Rossi Doria, De Martino, Adamesteanu, Henri Cartier-Bresson) ha scritto:” Le industrie in Val Basento e a Tito Scalo sono slegate da una chiara strategia produttiva. Tutto ciò avrebbe dovuto insospettire il ceto politico lucano che invece si è lasciato liquichimizzare”.

    Anic, Eni e metanolo. Lo stabilimento Anic vede la luce a Pisticci, nei pressi del fiume Basento, anno 1961. Grande 1.9975.789 metri quadrati, di cui un milione coperti da impianti e servizi, la pista di volo fuori dal muro di cinta. Il complesso industriale è collegato con un metanodotto ai vicini pozzi di gas naturale. Oltre la produzione di metanolo e metilacrilico, ci sono le fibre tessili sintetiche. La fibra poliestere, Fidion, sia nella versione “fiocco” sia in quella “ filo continuo”, presenta caratteristiche molto simili al cotone. Nell’impianto delle fibre acriliche si produce l’euroacril, che possiede caratteristiche di alta qualità, utilizzata in arredamento e abbigliamento. Chi è il proprietario di Anic spa? L’Eni, che investe 60 miliardi di lire. I dipendenti dagli iniziali 2500 passano, durante gli Anni Settanta, a 4.448: 3517 lavoratori e 283 lavoratrici impegnati sugli impianti e 648 impiegati amministrativi. Il declino dell’Anic sopraggiunge nel 1976 con l’assalto alle imprese statali, e saccheggio dei finanziamenti pubblici, da parte dell’emergente razza padrona italica rappresentata dal capitalismo d’avventura nelle figure di Cefis, Sindona, Rovelli, Ursini. Si taglia la produzione. A fine 1977 scatta la cassa integrazione per 250 persone. Dopo la chiusura del reparto acrilico, tocca a quello di Fiocco-Poliestere .Il risultato è altri 220 cassintegrati. I debiti finanziari si attestano a 40 miliardi di lire. Durante l’anno 1983 gli operai in attività sono 2039 rispetto ai 2146 del 1981. L’impianto portante di Anic ( acrilico e poliestere e metilacrilato) chiude definitivamente il 20 ottobre 1984. Il 26 luglio 1985,  a seguito di blocchi stradali e ferroviari, tentativi di autogestione degli impianti da parte delle maestranze, il Governo nazionale firma con Eni e sindacati il progetto di “reindustrializzazione e sviluppo area Pisticci”. Iniziativa con al centro imprese pubbliche e private per la produzione di “film nylon” e tessuto in sostituzione della monocultura chimica. Programma che  non compensa la grave perdita di 1500 posti di lavoro, di cui 517 operai irrecuperabili, nonostante la promessa di investire 250 miliardi di lire. Visto il nero futuro lavorativo si susseguono, tra i dipendenti, dimissioni volontarie incentivate, prepensionamenti, trasferimenti in altri settori. Completamente disattesi, da Governo romano Anic e Enichem gli impegni a ricollocare nel lavoro 650 unità e 900 lavoratori da assumere in nuove intraprese da installare nella Val Basento. La chimica a denominazione Anic-Eni, in provincia di Matera, muore lasciandosi alle spalle inquinamento, cassa integrazione di lunga durata senza speranza, imprese come fuochi fatui, emolumenti finanziari dilapidati.

    L’eredità lasciata ai lucani. L’Istituto Superiore della Sanità, tramite la ricerca denominata “Sentieri”, ha  riconfermato che la valle del Basento e  la zona di Tito Scalo (il territorio dei Comuni di Ferrandina, Pomarico, Pisticci, Salandra, Grottole, Miglionico in provincia di Matera e di Tito in provincia di Potenza) rientrano di diritto nelle 44 aree  inquinate d’Italia, oltre ogni limite di Legge. Il rapporto dell’Istituto rileva che: “…il decreto di perimetrazione del Sin (sito interesse nazionale da bonificare) elenca la presenza  delle seguenti tipologie d’impianti: chimico e produzione cemento amianto per Val Basento e chimico, amianto siderurgico, discarica per Tito. Non poche le persone  a rischio malattie mortali: tumori, asbestosi e mesotelioma, patologie all’apparato respiratorio, genitourinario, renale,circolatorio.

    Liquichimica Ferrandina. Fabbrica costruita nel 1961 dalla Manifattura Ceramica Pozzi. Su una superficie di 500 mila metri quadri, agro Ferrandina. Investimento di 40 miliardi di lire per produrre cloruro di vinile, acetilene, cvm, polimeri vinilici cloruro-pvc, clorosoda. Seicentosessanta dipendenti, di cui 571 operai e 143 tecnici, impiegati, chimici, dirigenti. L’anno 1968, causa nuovo assetto proprietario, l’azienda è denominata Pozzi spa Ferrandina. Nel corso del 1973 viene rilevata da Liquigas spa, proprietà del Gruppo Ursini, e si trasforma in Liquichimica Ferrandina. L’inizio della fine dell’impresa sita nell’area industriale ferrandinese è datato 1979. Nonostante gli impianti a regime producevano 40 mila tonnellate/anno di soda caustica, 42 mila  di metanolo e 60 di Pvc i vertici aziendali cambiano politica industriale. Determinano  prima la flessione e poi il lento spegnimento delle strutture produttive. Successivamente si apprende che il crollo del Gruppo Liquichimica è causato da 800 miliardi di debiti: 200 miliardi con l’Icpu (istituto di credito), 150 miliardi con Isveimer (società finanziaria statale), 300 miliardi con Banco Napoli, Banco di Sicilia, Istituto San Paolo Torino, Banca Nazionale del Lavoro, 150 miliardi con i fornitori. Si apre  il capitolo triste del fallimento. L’impresa di Ferrandina  viene rilevata dalla multinazionale Eni, sostenuta dalla banche creditrici di Liquichimica. Prevale su Agesco, consorzio di banche riunite intorno alla Bastogi che vanta un credito di 60 miliardi dal Gruppo Ursini. L’impianto cambia nome e si chiama Nuova Chimica Ferrandina spa. Il Gruppo Eni nel giro di due anni ridimensiona l’opificio e mette i dipendenti nelle condizioni di accettare prepensionamenti, esodi volontari, cassa integrazione, mobilità e disoccupazione. Amen. L’area sulla quale insiste la fabbrica è acquistata, nel 1987, dal Consorzio di sviluppo industriale di Matera.

     

    Liquichimica di Tito Scalo. Settembre 1959. Nella futura zona industriale di Potenza arriva la Montecatini. Il famoso gruppo Montecatini in Basilicata? Sì, grazie al Ministro dell’Industria Emilio Colombo. In buoni rapporti con il patron della società: l’anziano cattolico Carlo Faina. Si costituisce un’impresa ad hoc. E’ la Chimica Lucana spa. Lavora materie plastiche impiegando  250 persone. L’inaugurazione, con  la benedizione del vescovo Augusto Bertazzoni, si tiene il 20 ottobre 1961, vigilia delle elezioni amministrative. Primavera del 1971. Va in crisi prima di entrare in produzione la più grande azienda sorta nell’area industriale della piana di Tito Scalo. Trattasi della Chimica Meridionale spa. Ha ottenuto dall’Isveimer 12 miliardi di lire a fondo perduto. L’ origine della crisi è finanziaria e dirigenziale. Il suo principale dirigente risulta invischiato in strane vicende riconducibili al senatore siciliano Graziano Verzotto, di lì a poco latitante in Libano. La Chimica Meridionale è costituita nel 1967 a Milano, col proposito di fabbricare e vendere prodotti chimici, in primis i fertilizzanti. Mille i dipendenti da occupare, fra diretti e indiretti. In realtà la cifra delle unità lavorative oscilla da 87, di cui 30 provenienti da Avigliano provincia di Potenza, a 350. Presidente della società è l’avvocato Pasquale Russo di Venosa. La Chimica Meridionale spa è strettamente collegata alla Orinoco Chimica di Seveso. Hanno in comune la sede amministrativa milanese e parecchi dirigenti. Il direttore generale della Orinoco, Ulisse Seni, è consigliere delegato di Chimica Meridionale e, dopo l’arresto dell’avv. Russo, ricopre la carica di presidente. Il dr. Seni è insieme all’avvocato Russo nel consiglio di amministrazione della compagine siciliana Chimica del Mediterraneo spa, il cui presidente è il senatore Verzotto. L’avvocato Russo, tra l’altro, ”… è proprietario di un castello nella zona di Imola, abituato a muoversi con auto di gran lusso; titolare di un ufficio fastoso il legale amava mostrare le fotografie che lo ritraevano in compagnia di un uomo politico di primo piano, suo conterraneo. Non meraviglia, quindi, che agli amministratori della Falconi spa il Russo apparisse come l’uomo del destino”. Chimica Meridionale spa a Tito Scalo occupa 500.000 metri quadrati, con un investimento di 25 miliardi e 600 milioni di lire. A fine 1978 si trova in gravi difficoltà produttive e di mercato. Non resta che venderla alla Liquichimica del Gruppo Liquigas di Raffaele Ursini. Arriva il 1979. Con il fallimento del Gruppo Ursini chiude i battenti anche la Liquichimica spa di Tito Scalo. Oggi, dicembre 2012, si contemplano le macerie inquinanti del perimetro ex Liquichimica, la cui bonifica ambientale tarda ad essere ultimata.

    (Inchiesta di Nino Sangerardi)

     

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