Scheletri nell’armadio. Il Consorzio Asi di Potenza

La bonifica dell’area ex Liquichimica Meridionale di Tito è affidata sin dalle origini (2002-2003) al Consorzio Industriale della Provincia di Potenza. Da quel momento accadono molte cose strane, di certo fino al 2009.

Almeno tre sono i fatti che ci impongono domande non ingenue ma molto determinate alle quali l’opinione pubblica esige una risposta. Facciamole.

E’ vero che il Consorzio Asi di Potenza ha smaltito un grosso quantitativo di acque industriali contaminate contenenti sostanze pericolose e inequivocabilmente inquinanti presso l’impianto di depurazione di proprietà del Consorzio medesimo sito a San Nicola di Melfi?

E che tale impianto non era assolutamente attrezzato, né autorizzato per quel tipo di smaltimento?

E’ vero che per smaltire tali sostanze pericolose il Consorzio ha utilizzato un codice di identificazione dei rifiuti diverso da quello che avrebbe dovuto utilizzare?

E’ vero che non è possibile sapere come siano state smaltite le acque contaminate emunte dai piezometri nel periodo 2003-2008 perché sono scomparsi i documenti?

E’ vero che la ditta Lucana Spurghi di Tito nei formulari di trasporto delle acque viene identificata quale produttrice dei rifiuti invece che solo trasportatore, essendo il produttore il Consorzio Asi?

Cerchiamo di darci delle risposte giornalistiche, in attesa che la magistratura faccia sapere qualcosa.

Che cos’è il codice CER. Cer è l’acronimo di Catalogo europeo dei rifiuti. La direttiva 75/442/CEE definisce il termine rifiuti nel modo seguente: “qualsiasi sostanza od oggetto che rientri nelle categorie riportate nell’allegato I e di cui il detentore si disfi o abbia deciso o abbia l’obbligo di disfarsi”. L’allegato I è noto comunemente come Catalogo Europeo dei Rifiuti (CER) e si applica a tutti i rifiuti, siano essi destinati allo smaltimento o al recupero. Il catalogo europeo dei rifiuti è oggetto di periodica revisione. I codici C.E.R. sono delle sequenze numeriche, composte da 6 cifre riunite in coppie (es. 03 01 01 scarti di corteccia e sughero), volte ad identificare un rifiuto, di norma, in base al processo produttivo da cui è originato. Il primo gruppo identifica il capitolo, mentre il secondo usualmente il processo produttivo. I codici, in tutto 839, sono inseriti all’interno dell'”Elenco dei rifiuti” istituito dall’Unione Europea con la Decisione2000/532/Ce. Le acque contaminate portate da Tito a Melfi. E’ il Ministero dell’Ambiente, attraverso un proprio funzionario, a contestare, in un verbale del dicembre 2008, la modalità di smaltimento di quelle acque prelevate dai pozzi di Tito. Il funzionario riferisce che “Il Consorzio per lo Sviluppo Industriale della Provincia di Potenza ha smaltito quantitativi di acque industriali presso l’Impianto di proprietà del Consorzio a San Nicola di Melfi (Pz), utilizzando il codice CER 16.10.02” indicante soluzioni acquose di scarto diverse da quelle di cui alla voce 16.10.01 che indica soluzioni acquose di scarto contenenti sostanze pericolose. Più precisamente sembrerebbe che quelle acque sono da considerarsi appartenenti al gruppo di rifiuti identificati dal codice CER 19.13, che indica tutti i rifiuti prodotti dalle operazioni di bonifica di terreni e di risanamento delle acque di falda. Per questo tipo di rifiuti l’impianto di San Nicola di Melfi non avrebbe alcuna autorizzazione allo smaltimento. Tutti i codici collegati al 19.13 indicano rifiuti pericolosi. Se tutto questo corrisponde al vero, e le carte che abbiamo letto ci segnalano questa corrispondenza, è il Consorzio industriale si sarebbe reso responsabile di un fatto molto grave. E cioè dello spostamento di sostanze pericolose da un luogo contaminato ed oggetto di bonifica ad un’altra area che viene contaminata a causa della inadeguatezza della struttura ricevente. E’ piovuto sul bagnato. Nell’area di San Nicola di Melfi insiste da tempo una serie di fenomeni di inquinamento di cui sono piene le cronache delle scorse settimane.

Che cosa c’è in quelle acque. Dalle analisi svolte dall’Arpab, e mai rese pubbliche, il 13 ottobre 2008, nei campioni esaminati risulta la presenza in limiti superiori a quelli consentiti dalla legge di sostanze altamente cancerogene, tossiche e nocive. L’analisi è svolta su un campione del 5% dei piezometri (particolari tubature che intercettano le acque delle falde) e tra quelli più distanti dall’area prossima alla Liquichimica, quella più inquinata. In particolare superano la soglia massima di legge: piezometro P1 superamento del manganese, tricloroetilene, bromodiclorometano; piezometro P1A superamento di manganese, triclorometano, tricloroetilene, bromodiclorometano; piezometro O4 superamento di manganese, tricloroetilene; piezometro O4A superamento di manganese, tricloroetilene; piezometro O7 superamento di cobalto, ferro, manganese, tricloroetilene, tetracloroetilene; piezometro O7A superamento di arsenico, cobalto, manganese, tricloroetilene, tetracloroetilene; piezometro D6 superamento di alluminio, arsenico, ferro, manganese, nichel, tricloroetilene; piezometro D6A superamento di manganese.

Il Consorzio Asi a Tito, come l’Arpab a Fenice. Dello smaltimento di queste acque si ha conoscenza nel periodo 2008. Lo scandalo nello scandalo. Non si conosce come siano state smaltite le acque contaminate provenienti dalla ex Liquichimica emunte dai piezometri collocati in loco nel periodo tra il 2003 ed il 2008. Praticamente sono scomparsi i formulari e non c’è traccia delle copie che sarebbero dovute rimanere agli atti del Consorzio. Il sospetto che tutto sia avvenuto in gran segreto, in danno dei cittadini è legittimo. Come sono state smaltite quelle acque? Sono finite a Melfi o dove? La società di trasporto diventa produttrice dei rifiuti, magia! Sono le autocisterne della ditta Lucana Spurghi di Tito a trasportare quelle acque a Melfi. Ma dalle carte emerge un’altra stranezza. Dai formulari di trasporto delle acque, prelevate dai piezometri, dalla zona industriale di Tito all’impianto di depurazione di San Nicola di Melfi la ditta Lucana Spurghi di Tito viene identificata come produttrice del rifiuto invece, come giustamente ribadito dal Ministero, produttore di quel rifiuto (acque contaminate) è il Consorzio Asi di Potenza mentre la Lucana Spurghi Srl riveste il ruolo di trasportatore. Perché? Possiamo ipotizzare una sorta di stratagemma ideato dal Consorzio per fare in modo che il denaro per la bonifica tornasse a se stesso. Se il produttore dei rifiuti è un’azienda altra, quell’azienda affiderà al Consorzio il processo di smaltimento per il quale è previsto un ricavo. Un ricavo da mettere a bilancio per servizi resi. Se il produttore è il Consorzio, è obbligato a procedere per lo smaltimento e le risorse previste per tale scopo sono una voce di costo. Potrebbe essere questa una motivazione al fatto che una piccola azienda di trasporti risulta produttrice di una gran quantità di rifiuti pericolosi. Una banale questione di soldi per una non banale difficoltà del Consorzio a far quadrare i propri conti.

Il Consorzio industriale di Potenza non è nuovo a “pericolose stravaganze”. Nel 2001, i consulenti tecnici di ufficio nominati dal Tribunale di Potenza, Mauro Sanna e Alessandro Iacucci, evidenziarono la presenza di una discarica abusiva molto consistente costituita da fanghi industriali, “rifiuti tossico nocivi”, e ricoprente la superficie di circa 20mila metri quadrati delle Vasche dei fosfogessi (allora profonde 20 metri). I Ctu stabilirono con esattezza che tale discarica era stata realizzata in totale violazione alle prescrizioni del D.Lgs 22/97 e senza alcuna autorizzazione. In effetti tra i compiti ed i servizi affidati al Consorzio per lo Sviluppo Industriale vi è quello dello smaltimento dei rifiuti provenienti dalle aziende associate. Il Consorzio Industriale, senza alcuna autorizzazione, e senza un adeguato sistema di messa in sicurezza, procedeva allo smaltimento finale dei fanghi industriali provenienti dalle imprese associate abbandonandoli nelle vasche dei fosfogessi presenti nell’area della ex Liquichimica di Tito. Detta discarica infatti contiene rifiuti che per loro natura avrebbero dovuto subire un processo di stabilizzazione e successivamente smaltiti presso discariche autorizzate in fusti da 200 litri. Questa discarica, mai autorizzata dalla Regione Basilicata, pur essendo stata realizzata dopo l’entrata in vigore del DPR 915/82 ed utilizzata successivamente sotto la vigenza del D.Lgs 22/97, non ha nulla a che vedere con i rifiuti derivanti dalla presenza dello stabilimento della ex Liquichimica di Tito. Sarebbe invece stata una attività illecita di raccolta e di smaltimento di rifiuti pericolosi nota e condivisa dagli amministratori succedutisi nel corso del tempo nella gestione del Consorzio Industriale di Potenza unitamente ad imprese e a trasportatori che materialmente ne hanno consentito la realizzazione.

Molta gente deve dare risposte. La nostra inchiesta, per i fatti che racconta, chiama in causa diverse persone. Chiama in causa i presidenti, i consiglieri di amministrazione, i direttori del Consorzio almeno a partire dal 2002. Chiama in causa gli assessori regionali della Basilicata alle Attività produttive. L’Arpab e i suoi ex dirigenti. Il Dipartimento regionale Ambiente, e lo stesso ministero dell’Ambiente. C’è chi ha commesso dei fatti e c’è chi non ha controllato e vigilato perché quei fatti non si verificassero. C’è chi ha coperto e chi ha fatto finta di non vedere. Noi ci siamo dati delle risposte che mettiamo a disposizione dell’opinione pubblica. Ma crediamo che le domande debbano interessare anche la magistratura.