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    Nella richiesta di archiviazione della lunga storia giudiziaria intorno a Rotondella e alla gestione di scorie nucleari, il pm Francesco Basentini dell’antimafia lucana, ricorda come tra i protagonisti sentiti nel corso delle indagini abbiano figurato mitomani, personaggi presi dall’autocompiacimento nel sentirsi coinvolti in situazioni rilevanti, o da semplice voglia di apparire. Basentini però, ricorda che hanno anche figurato soggetti “con probabili interessi economici”. Oggi dice, non si può più ricostruire cosa i “vari organi tecnici e i soggetti titolari della politica del nucleare abbiano fatto all’interno del centro Trisaia nel corso degli anni, considerando che le lavorazioni nel campo nucleare sono state dal principio un po’ pionieristiche, le misure di sicurezza utilizzate erano spartane, e le conseguenze degli errori dell’uomo erano imprevedibili”. In conclusione, afferma il pm, “era questo il contesto ideale in cui potevano maturare e convivere allo stesso tempo logiche deviate e logiche legali, quasi senza distinzione di sorta”.

     

    Il metodo governativo. Nel ’90, stando allo studio Enea Indirizzi generali e pratiche di gestione dei rifiuti radioattivi, esistevano diverse possibilità di smaltimento di rifiuti radioattivi a bassa e media attività. Oltre l’affondamento in mare (che abbiamo raccontato), scrivono, da quarant’anni va avanti il metodo del seppellimento a piccola profondità (si specifica “in strutture poste a profondità variabili dal piano campagna a non più di poche decine di metri”), e il deposito in cavità sotterranee (miniere, caverne, grotte ecc.). Per i rifiuti ad alta attività e di riprocessamento invece, dopo essere stati stoccati 50 e più anni in superficie dicono, potranno essere collocati in depositi geologici permanenti. Nel ’90 quindi, i rifiuti a bassa e media attività si seppellivano in buche di poche decine di metri già da anni. Metodo probabilmente passato dagli Usa (visti gli accordi sul nucleare con l’Italia), che almeno dal ’50 al ’77 fanno buche e buttano bidoni (foto1-2-3), anche contenenti rifiuti ad alta attività, senza documentare nulla, come per quelli della National Reactor Testing Station in Idaho, o per quelli scaricati nel sito di Hanford, o a Maxey Flats, Sheffield, che in diversi casi hanno prodotto per infiltrazione d’acqua inquinamento radioattivo all’esterno delle aree di sotterramento.

     

    E in Italia? Nel Bel Paese, nel ’70 Enea approfondiva la composizione della sabbia e dell’argilla della Trisaia e le loro proprietà di assorbimento di alcuni prodotti di fissione. E scriveva che in alcune sarebbero stati verranno sepolti rifiuti radioattivi solidi di bassa attività entro trincee appositamente scavate, mentre in altre zone rifiuti solidi di media ed alta attività costituiti dalle camice delle barre di combustibile, pezzi di macchine delle celle calde contaminate ecc. In appositi serbatoi di acciaio inox, invece, andavano sistemati in camere blindate e interrate a vari metri di profondità i “liquidi ad altissima attività provenienti dal riprocessamento delle barre di combustibile”, in attesa di un futuro in cui venire solidificati attraverso opportuni procedimenti. Bisognava sapere, affermavano, se tali rocce erano in grado di trattenere determinati radionuclidi qualora questi si fossero riversarsi nell’ambiente geologico e quindi, successivamente, tramite le acque circolanti del sottosuolo, nelle acque superficiali. La situazione geologica della Trisaia del resto, era già appetibile per Agip che aveva i suoi interessi economici in Basilicata sul ciclo del combustibile nucleare. E in effetti aveva studiato la situazione con il pozzo Nuova Siri 1 perforato un km a sud del Centro.

     

    Rifiuti radioattivi e interessi economici nel materano. Ma quanto era importante la questione per l’Agip? Il summenzionato studio del ’90 afferma che la Trisaia all’epoca era tra i “principali centri di produzione di rifiuti radioattivi” in Italia. A produrli ci pensava sì il conosciuto Itrec, ma anche un “impianto industriale” della Combustibili Nucleari spa (CN, ndr). Dietro la CN c’era un’associazione di imprese formata dalla United Kingdom Atomic Energy Authority (Ukaea, ndr), e dalla Somirem (Società Minerali Radioattivi Energia Nucleare, ndr) controllata da Agip Nucleare (AN, ndr). Un documento della Iaea sui principali sviluppi del programma italiano per l’energia nucleare nel ’68 riporta invece che, oltre all’Ukaea, l’atro socio della CN è la Snamprogetti spa (sempre Eni, ndr). L’AN era nata nel ’56 come divisione Eni. In quegli anni Cinquanta di Cassa del Mezzogiorno e soldi a go-go AN non a caso deteneva il 75% del capitale sociale della Società Italiana Meridionale per l’Energia Atomica (Simea, ndr), il restante era in mano all’altra azienda di Stato Iri (Istituto per la riconversione industriale, ndr) che tanto bene ha fatto al Mezzogiorno tramite personaggi che arrivavano, prendevano soldi pubblici, chiudevano fabbriche e se ne tornavano tra incontaminati lidi. Probabilmente coadiuvati da politici meridionali come Emilio Colombo, in quegli anni Ministro dell’industria. Anni in cui, ricorda Banca d’Italia, “per evitare di includere nella disputa sulla nazionalizzazione dell’industria elettrica la regolamentazione concernente l’energia nucleare, lo sfruttamento dei materiali fissili e l’organo pubblico preposto al controllo del settore (Centro nazionale ricerche nucleari, Cnrn), vennero presentati specifici disegni di legge”.

     

    Una scusa chiamata Piano Marshall. Dal ’54 al ’60 ne vengono presentati ben 5. E quale fu approvato? Solo uno stralcio della proposta presentata nel ’60 dal Ministro dell’industria Colombo, e limitatamente alla trasformazione del Cnrn in Cnen (Comitato nazionale energia nucleare, ndr), con il quale ottenne veste giuridica autonoma. Segretario del Cnen era Felice Ippolito, nominato nel ’62 anche consigliere d’amministrazione dell’Enel su probabile sollecitazione di Colombo scrive Banca d’Italia, e due anni dopo condannato a 11 anni e 4 mesi perché colpevole di peculato continuato e aggravato, falso e abuso in atti d’ufficio, interesse privato in atti d’ufficio. Ma Colombo nel ’59 era pure tra i componenti del Comitato interministeriale per il credito e il risparmio che a settembre di quell’anno autorizzava la Cassa del Mezzogiorno a contrarre un prestito di 40 milioni di dollari con la Banca mondiale per il progetto Ensi (Energia nucleare Sud Italia, ndr), confermandone al contempo le modalità, e cioè il rischio del cambio assunto direttamente dalla Società Elettro Nucleare Nazionale, con capitale costituito per l’85% da aziende del gruppo Finmeccanica, Finelettrica, Finsider (cioé Iri), e il restante da società private, con la quale la Cassa avrebbe dovuto stipulare il contratto di mutuo complementare per sopperire all’accordo “245 IT” tra Italia e Banca mondiale. Così gli Usa potevano assecondare il processo di crescente internazionalizzazione dell’economia avviato con il Piano Marshall, con il risultato di espandere l’industria Usa e le sue tecnologie. E forse non a caso il progetto Ensi vedeva come consulente economico Federico Caffè, che aveva fatto parte del sottocomitato per la ricostruzione in vista dell’applicazione del Piano Marshall.

     

    La produzione Agip a Rotondella. In ogni caso a Rotondella, stando a un documento della International Atomic Energy Agency (Iaea, ndr), pare che la produzione di combustibile nucleare per reattori inglesi magnox, quelli che utilizzano uranio, sia andata avanti dal 1960, anno in cui parte l’impianto della CN scrivono in un documento, sino al ’87, anno in cui inizia il suo “decommisioning”. Ma se nel febbraio ’69 il Ministro dell’industria Colombo autorizza per decreto la CN solo a costruire l’impianto a Rotondella perché la Iaea riporta che lì CN produce dal 1960? Nel ’74 (e sino al ’90), ricorda la World Nuclear Association (WNA, ndr), a produrre quel combustibile ci pensa pure la Fabricazioni Nucleari spa (FN, ndr), joint venture tra l’americana General Electric Co e l’Ansaldo Meccanico Nucleare fondata nel ’67 come ramo di quell’Ansaldo acquistata dall’Iri nel ’35 e trasferita nel ’48 alla sua nuova creatura Finmeccanica. Nel ’90, afferma la Iaea, l’impianto della FN con una capacità produttiva di 200t/HM (tonnellate l’anno di metalli pesanti, plutonio e uranio, ndr), viene messo in “stand by”. La WNA spiega altro. La FN a Bosco Marengo ha prodotto combustibile nucleare sino al ’95 (anno in cui figurano come soci Enea al 95%, Agip e Fiat per il 5%, ndr). Lo ha fatto per le centrali di Caorso e Garigliano, ma anche per i reattori di Leibstadt in Svizzera, e Creys-Malville in Francia. Centrale, quest’ultima, per la quale l’Italia, stando a un documento del ’84 del Dipartimento dell’energia statunitense, aveva intenzione di costruire proprio a Rotondella un impianto da 9tHM/anno per fabbricare carburante di plutonio/uranio per il reattore. Il governo Usa scrive pure che AN partecipa in FN sin dall’inizio, acquistando poi nel ’85 la quota di maggioranza. Nel ’89 è invece l’Enea, prima Cnen, a succedergli come azionista di maggioranza.

     

    Il modello di gestione in famiglia preso dall’estero. La capacità produttiva dell’impianto CN a Rotondella, quella da cui desumere la produzione di rifiuti, non è menzionata dalla Iaea al contrario degli altri impianti. Sappiamo però che almeno dal ’69 ad approvvigionare la CN è stata l’inglese British Nuclear Fuels Ltd (BNFL, ndr) come risulta da lettera inviata nel ’82 dalla stessa alla CN (pubblicata dal giornalista Gianni Lannes), per rifornirla di 110 container standard (con un peso al massimo tra 15 e 30 tonnellate) di barre di uranio affinché potesse a sua volta tener fede agli accordi con Enel, la cui strategia iniziale per il combustibile esausto delle centrali, si scrive in altro documento Iaea, è stata di firmare contratti con BNFL per riprocessare 1.577t/HM, e solo agli inizi del ’90 decidere di onorare il contratto in essere con la BNFL procedendo allo stoccaggio temporaneo del combustibile esausto non ancora coperto da contratti, meno di 250t/HM dicono. Nel ’82, ricorda un report del Segretario di Stato britannico per l’ambiente del ‘84, BNFL, Ukaea e altri componenti dell’industria nucleare britannica venivano autorizzati dal governo inglese a gestire i rifiuti radioattivi costituendo la Nuclear Industry Radioactive Waste Executive (Nirex, ndr). Si ufficializzava la collaudata pratica in cui controllore e controllato sono la stessa cosa. Chi produceva rifiuti decideva in pratica come smaltire. In Italia sappiamo che al ’83 la quantità totale di combustibile esaurito già accumulato era di circa 1.200 tonnellate, e l’Enea dalla fine degli anni ’60 faceva ricerche per qualificare una o più formazioni argillose per il contenimento plurimillenario di cui quei rifiuti avevano bisogno.

     

    Greatest commitments” nucleari. Quando nel ’83 la Commissione del Consiglio d’Europa si occupa per la prima volta della gestione dei rifiuti radioattivi, descrive le prospettive future della produzione. In Italia nel quinquennio ’81-’85 sarebbero stati prodotti 5.000 metri cubi (mc, ndr) di rifiuti a bassa attività, 1.500 a media attività e 600 di rifiuti alfa. Nessun tipo di rifiuti ad alta attività invece. Tra ’86-’90 stessi quantitativi per rifiuti a bassa e media attività, 850mc di rifiuti alfa, e nessun tipo di rifiuti ad alta attività. Nel quinquennio ’91-’95 12.000mc di rifiuti a bassa attività, 7.000 a media attività, 850 di rifiuti alfa e compaiono 125mc ad alta attività (inclusi quelli originati dal riprocessamento dei combustibili all’estero si annota, ndr). Nel quinquennio ’96-2000 18.000 a bassa attività, 13.000 a media attività, 200 alfa e 135 ad alta attività, per entrambi questi ultimi inclusi rifiuti originati dal riprocessamento di combustibili all’estero. Nella categoria dei rifiuti alfa, si riporta nelle conclusioni, rientrano quelli prodotti nei laboratori nucleari che hanno a che fare con elementi transuranici, e quelli di impianti che fabbricano elementi di combustibile ossido misto da uranio-plutonio. Come i prodotti della CN. “Per i rifiuti contaminati da emettitori alfa – si precisa – non c’è ancora soluzione. Gli Stati Membri si occuperanno da subito dell’immagazzinamento in speciali strutture finché non siano in condizione di essere smaltiti. Le prime strutture per smaltire rifiuti alfa in formazioni geologiche a media profondità (intorno a poche centinaia di metri), dovrebbero entrare in funzione in alcuni Stati Membri all’inizio del 1990”. Se così sarà, continuano, lo smaltimento di rifiuti alfa non sarà un problema in futuro, altrimenti continueranno le pratiche di stoccaggio temporaneo. Come si smaltiscono questi rifiuti, chiudono, non rappresenta per gli Stati Membri un ostacolo allo sviluppo dei programmi di sviluppo dell’elettricità dal nucleare, avendo essi preso il “più grande impegno verso l’energia nucleare”.

     

    Ma dove sono finiti dieci anni di rifiuti radioattivi della CN? Dunque per gli Stati Membri come si smaltivano i rifiuti radioattivi non era un problema. Il problema è che certo “dalle indagini espletate – scrive Basentini nell’archiviazione – è emerso che la lavorazione dell’uranio naturale metallico avveniva all’interno del centro Enea di Rotondella da parte della CN”. Il problema è che dalla documentazione acquisita relativa alle attività di CN e Agip svoltasi a Rotondella e gli atti relativi al trasferimento da e verso il sito Trisaia di materiale fissile o sorgenti è vero che non si evidenziano informazioni utili alle indagini, però in riferimento al registro “merci lavorazione” dice Basentini, quello relativo alle barre di uranio naturale metallico lavorate dalla CN dal ’69 al ’87 per la Centrale Enel di Latina, la P.G. aveva riscontrato come “non risultò essere di facile comprensione”. Dall’esame del documento, continua il pm, viene rilevata sì una coincidenza numerica tra le quantità assunte in carico e quelle riportate nello scarico, ma “per il periodo ’69/’77 non è indicato il luogo o le società di destinazione di quei rifiuti nucleari”. Fino al ’79 i materiali erano stati identificati “esclusivamente” attraverso un conteggio numerico.

     

    L’inequivocabile superficialità della gestione nucleare. Dai documenti si capisce per esempio che il 6 e l’8 marzo ’79 non è stato indicato il luogo di destinazione di 850 barrette di uranio. A partire dallo stesso anno la CN riportava sul registro che le lavorazioni erano destinate sia all’Enel a Latina, sia alla BNFL (fornitore degli elementi di minerale). Dal raffronto tra i registri della CN e della Centrale di Latina emerse il peso medio d’una barra di uranio naturale metallico, circa 11,40kg, e che nel ’72 le barre assemblate e spedite dalla CN alla centrale di Latina assunsero un peso diverso. Il primo marzo per esempio, vengono spediti 660 borie di uranio naturale metallico incamiciate in cilindri di magnesio con un peso di 15.023,732kg, e dunque un peso per elemento di 22.76kg. E poi 850 elementi di combustibile registrati in uscita dalla CN in data 6 e 8 marzo del ’79 per una “destinazione ignota” erano stati riportati nell’inventario mensile di marzo ’79 della Centrale di Latina, con relativa nota di spedizione della CN. Il 12 giugno 1980 veniva emessa dalla CN una nota di spedizione di 440 + 439 elementi di combustibili che la stessa CN registrava in uscita rispettivamente il 12 e 14 giugno. “La Centrale di Latina nel Rapporto mensile sulle variazioni di inventario – scrive il pm – acquisiva il materiale in due diverse date (il 12 e 14 giugno ), registrandolo così come la CN lo aveva scaricato, sebbene appartenesse ad un’unica nota di spedizione. Inoltre, il materiale scaricato dalla CN il 14.6.1980 veniva inventariato a Latina il medesimo giorno e non quello successivo, contrariamente a tutti gli altri rapporti di inventario”. Tutto ciò, scrive Basentini, denota “inequivocabilmente” una gestione delle materie nucleari alquanto superficiale.

     

    Le formazioni ambientali idonee. C’è dunque un impianto industriale dell’Eni a Rotondella che fabbrica combustibile e inevitabilmente produce per ben 27 anni rifiuti radioattivi, anche quelli contaminati da emettitori alfa. Su come siano stati gestiti due del personale interno Enea avevano descritto a Basentini la CN “come unico sodalizio potenzialmente in grado, per proprie dinamiche interne, di portare dentro e fuori dalla Trisaia materiali non meglio definiti e controllati”. Certo tra il ’69/’77, le indagini mostrano che non è indicato il luogo o le società di destinazione. Dal81 intanto, a gestire ufficialmente i rifiuti a bassa e media attività ci pensa la Nucleare Ecologia Spa (Nucleco, ndr), e cioè Agip (60%) ed Enea (40%). Dunque Agip produce rifiuti e se li gestisce. Come solito. La Iaea nel ’83 dice che l’Italia non ancora ha siti di smaltimento, e i rifiuti condizionati di bassa e media attività sono dunque stoccati temporaneamente in strutture nei centri di produzione dei rifiuti, cioè centri di ricerca e impianti. Per smaltire rifiuti a bassa e media attività l’Italia ha identificato caverne in miniere abbandonate. I rifiuti ad alta attività e gli alfa invece, dopo essere stati stoccati per qualche decennio in strutture artificiali sarebbero finiti in formazioni geologiche profonde. Nel ’90 stando a Enea i rifiuti a bassa e media attività hanno raggiunto “la saturazione dei magazzini di stoccaggio”. Per i rifiuti ad alta attività (compresi alfa) si sarebbe dovuto individuare al più presto uno o più siti e condurre ricerche in “laboratori sotterranei”. Le chiamavano “situazioni ambientali idonee”, e si trattava di formazioni argillose “estremamente favorevoli”. Nel ’89 l’Enea in effetti aveva già portato a termine tre piani quinquennali con attività di ricerca per lo smaltimento geologico dei rifiuti radioattivi. Dal ’75 al ’79 aveva catalogato le formazioni adatte (foto4), in particolare “la serie delle argille del bacino ionico campionate con un sondaggio profondo nel centro Enea della Trisaia”. Nel ’83, mentre era in corso il secondo piano quinquennale (Enea cercava di capire il tipo di deposito), un documento Iaea affermava che ancora si studiava come trattare i rifiuti alfa, quelli liquidi e solidi contaminati da plutonio, e che l’AN, per evitare di bruciarli, aveva utilizzato un processo termico (sviluppato dall’industria aerospaziale statunitense Rockwell che produceva missili nel settore della difesa Usa), chiamato Molten Salt Oxidation (trattiene i radionuclidi tramite carbonato fuso). Nell’ultimo piano (1985/89), finalmente Enea raccolse i dati sui bacini argillosi per la selezione di 3-4 siti fra i quali scegliere il deposito.

     

    Learning by doing Trisaia? C’era una consueta ripartizione con cui la Comunità Economica Europea (Cee, ndr) diceva di sostenere finanziariamente le ricerche condotte sui depositi di rifiuti radioattivi. In fondo impianti e centri ne erano stracolmi. In Italia appoggiava fortemente i depositi in formazioni argillose come quello di Vasto, della Valle d’Era, di Crotone, di Monterotondo, di Ausonia e della Trisaia. Il progetto Pagis per esempio, doveva verificare l’efficacia dei sistemi di isolamento geologico. Per quelli in argilla si diedero in una tabella le principali caratteristiche. Immaginate formicai di un chilometro quadrato con due accessi a una galleria sotterranea principale di 4,5 metri di diametro e 550metri di lunghezza. Attaccate ad essa altre tre gallerie secondarie di 3,5metri di diametro e 2km e mezzo lunghe. Dentro ogni galleria secondaria 750 pozzi di 0,5 metri di diametro e 22 di lunghezza a ospitare bidoni per lo più. Ma in Italia sono soprattutto i depositi in cavità geologiche profonde a interessare la Cee. Come il bacino ionico. Anch’essi occupano una superficie di 1 km quadrato ma sono costruttivamente più semplici (foto5). Si tratta solo di scavare pozzi dalla superficie sino a 350 metri sotto terra per collocarvi alternativamente bidoni di rifiuti ad alta attività e cladding waste (con tempo di decadimento maggiore di 50 anni), in buche di 0,5 metri di diametro per 22 metri di lunghezza costruiti nell’argilla a partire da 200 metri di profondità. Nel ’85, mentre all’Enea imperversava la filosofia learning by doing”, bisognava imparare facendo, erano stati prodotti i “risultati salienti” di un progetto di smaltimento geologico rifiuti radioattivi. Risultati che, dice il responsabile, avevano “definitivamente confermato l’affidabilità del concetto di smaltimento geologico e idoneità specifica per lo smaltimento nelle formazioni argillose presenti in Italia”.

     

     

     

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