Quantcast

Veleni, affari e politica foto

Più informazioni su

    Incertezza sulla quantità di rifiuti prodotti e sulla fine che hanno fatto, sulle imprese che li hanno movimentati, e sul singolare agire per ottenere consenso politico e pubblico. Viaggio tra i fantasmi della gestione dei rifiuti radioattivi che lo Stato ha messo in atto in Basilicata.

     

    Storie di anomalie e confusioni. In Basilicata su delega del dottor Francesco Basentini si dovevano effettuare verifiche investigative sugli smaltimenti di rifiuti radioattivi che avrebbero dovuto essere condotte dal Comando Carabinieri per la Tutela dell’Ambiente e che invece, dice il pm, non hanno avuto svolgimento. Il pm chiese d’eseguire analisi per individuare eventuali anomalie termiche interessanti l’area del metapontino e ciò portò alla stesura d’un elaborato da parte del Reparto Analisi C.e.d. di Napoli da cui sommariamente si ricavarono due anomalie. Nel 2007 si stabiliva che il sito indicato come “anomalia 1” per la conformazione del territorio e il difficile accesso fosse da escludere, “anomalia 2” invece, ricadente in località Venita di Ferrandina di proprietà dell’Alsia (Agenzia Lucana di Sviluppo e Innovazione in Agricoltura, ndr), presentava un’area regolare dai contorni ben definiti e di facile accesso a mezzi pesanti. Qualche mese dopo veniva disposta l’ispezione ma non si evidenziò la presenza di rifiuti interrati. Il 21 ottobre 2007 il Nucleo Operativo Ecologico (Noe, ndr) con nota indirizzata alla Dda e al Procuratore dello Repubblica di Potenza portava a conoscenza che nell’ambito d’un procedimento penale pendente presso la Procura della Repubblica di Matera era stato delegato a eseguire accertamenti nella frazione Marconia di Pisticci e si era proceduto all’individuazione di un’area interessata dall’interramento di un consistente numero di fusti metallici contenenti rifiuti speciali pericolosi. L’area teatro dell’interramento era ubicata a una distanza di circa 20km dal luogo indicato dal collaboratore di giustizia Francesco Fonti come probabile punto di interramento di rifiuti radioattivi, e aveva analogie tali da ingenerare in un soggetto non originario una confusione tra le due zone.

     

    Le aree di interesse. A marzo del 2008 la Dda designava alcuni Ufficiali di P.G per il pool investigativo sulle scorie nucleari, coinvolgendo nel gruppo di lavoro anche il Noe e le sue articolazioni. Nello stesso mese il Noe veniva delegato per individuare esattamente le aree d’interesse e stabilire gli accertamenti praticabili e con quali mezzi. Ad aprile si riassumevano le aree di interesse investigativo che verosimilmente erano state destinate a zone di illecita sepoltura di materiale. Si tratta dell’area della Valbasento già oggetto di indagini sia della Sezione di P.G. dei Carabinieri, sia del Corpo Forestale di Matera, nella parte di territorio ricompreso nel triangolo tra i comuni di Ferrandina, Craco e Pisticci, del bacino idrografico del fiume Sinni nel tratto di territorio compreso tra comuni di Episcopia e Colobraro, e l’area intorno all’Itrec. “In verità – scrive Basentini evidenziando la cosa come sorprendente – i voli concordati e concertati con la Dda di Potenza non sono stati mai effettuati”. I pacchetti volo vennero dirottati nei territori colpiti dall’emergenza rifiuti. “A partire dal 2006 – si scrive – la Regione Basilicata era stata esclusa dalle regioni obiettivo-convergenza anni 2007-2013 con la conseguenza che l’attività di controllo e i voli previsti non sarebbero stati finanziati con fondi Pon”. Anche Garelli aveva fatto cenno alla possibilità di riconoscere i luoghi dove sarebbero avvenuti intorno agli anni ’80 alcuni interramenti di bidoni contenenti materiale radioattivo. Indicò un terreno che ricadeva nel comune di Pisticci. Sia le verifiche svolte dal Reparto Operativo, dall’Arpa Basilicata e dall’I.n.g.v di Roma, sia l’attività condotta dall’elaborazione delle immagini Mivis portata avanti dal C.e.d di Napoli, non portarono all’individuazione di anomalie nella citata area. Ma da allora altre anomalie sono state normalizzate, sempre nella stessa area.

     

    La spremuta radioattiva. Stando all’Enea comunque, nel ’95 la situazione rifiuti radioattivi nazionale per “produttori principali”, vedeva circa 15mila metri cubi di rifiuti di seconda categoria prodotti da impianti nucleari, compresi impianti industriali come quello della Combustibili nucleari spa (CN, ndr) alla Trisaia. Gli scarti della CN riguardavano tutto ciò che veniva a contatto con le barre di uranio naturale metallico e venivano trattati dal Cnen che li imbustava e sotterrava all’interno del centro. “Le fosse di interramento dei predetti rifiuti successivamente – si scrive nella richiesta d’archiviazione – furono bonificate, e i rifiuti contaminati raccolti in fusti di tipo petrolifero, compattati e cementificati, sono tuttora custoditi in capannoni all’interno del centro”. Trisaia1 fu la prima campagna di supercompattazione di rifiuti radioattivi solidi a bassa attività (incombustibili, ndr), effettuata tra gennaio e maggio ’89. Vennero trattati 1.449 fusti e prodotti 326 contenitori finali o overpacks (fusti in lamiera rinforzata, ndr), con un peso lordo di 232,5 tonnellate. Nel dicembre ’91 partì Trisaia2, e si chiuse a marzo dell’anno dopo. Furono trattati 3.457 fusti e prodotti 515 overpacks con un peso lordo di 376,3 tonnellate. Da complessivi 1.079,3mc s’arrivò a 319,6. Nell’ipotesi di riuscire ad accatastare fusti su cinque piani od overpacks su quattro – disse l’Enea – avrebbero occupato 159,6 metri quadri. Non c’è nulla nel documenti Enea che specifica il volume dei rifiuti di deguainaggio contaminati da prodotti di fissione e attinidi, né degli alfa, costituiti da rifiuti a bassa attività contenenti essenzialmente emettitori alfa, e in parte da rifiuti a media attività contenenti alfa, beta e gamma emettitori provenienti dagli impianti di ritrattamento (guaine e parti strutturali degli elementi di combustibile). Si scrisse che le operazioni interessarono anche rifiuti di tipo “incombustibile” (spezzoni metallici, filtri della ventilazione, ecc.). Ma la supercompattazione è in fondo una sorta di “spremuta” di fusti radioattivi come virgolettarono quelli dell’Enea, e produsse anche rifiuti secondari. Oltre a quelli di lavorazione tipo indumenti protettivi e residui da decontaminazioni locali, c’erano i reflui liquidi. Una mistura che stava dentro i fusti stessi, fatta di acqua piovana e di liquidi di contenitori di soluzioni di svariata provenienza. Per Trisaia1 si produssero 10 fusti da 220 litri di solidi, e 6.000 litri di liquidi. Per Trisaia2, 20 fusti di solidi e 600 litri di liquidi. Scrivevano però, che se per i rifiuti solidi era conveniente cercare “per quanto possibile” di supercompattare i fusti di rifiuti secondari prodotti finché la campagna era in corso, per i liquidi, per via dei prolungati stoccaggi all’aperto dei fusti (chissà quanta di quell’acqua contaminata che s’accumulava nei fusti se n’era intanto andata in giro), non erano “possibili particolari accorgimenti per limitarne la quantità”. Dunque quanti ne sono stati prodotti?

     

    Il prodotto finito? Per la solidificazione dei rifiuti nucleari prodotti da uranio e torio irraggiati nel reattore nucleare di Elk River (Usa), il CFS di Potenza parlò invece d’una prima operazione tra il ’95 e il ’97 con il sistema Sirte. Vennero cementati circa 80mc di rifiuti liquidi a bassa attività, e prodotti 433 manufatti idonei per lo smaltimento finale. Tra il 31 maggio e il 14 luglio 1995, scrisse l’Enea, è stata effettuata la prima solidificazione tramite cementazione, dei rifiuti derivanti dalle campagne di riprocessamento degli elementi di combustibile Elk River, con una produzione complessiva di 73 fusti (compresi 3 fusti per i lavaggi finali). In ciascun fusto ci misero 205 litri di soluzione con concentrazione di circa 78MBq/l (2,1 mCi/l) di Cs137 per un’attività totale stimata di circa 30GBq (0,8Ci), la metà attribuibili a Cs137. Ciascun manufatto, si ricorda, era composto da un fusto metallico contenente la soluzione radioattiva solidificata con circa 430kg di cemento, e un guscio schermante in calcestruzzo. Le misure di rateo di esposizione effettuate su alcuni fusti “nudi” constatarono che il valore medio (2,5mSv/h), era tale da rendere necessario per ogni fusto l’utilizzo del guscio in fase di stoccaggio definitivo. La seconda campagna per i rifiuti ad alta attività fu effettuata tra il ’99 e il 2000 con il sistema Sirte-Mowa, e dopo una serie di incontri tra Enea, Anpa e Ministero dell’industria che portarono alla emanazione d’un decreto ministeriale ad hoc per la licenza di esercizio dell’impianto per quei rifiuti che non poteva trattare. Enea scriveva che c’erano da smaltire circa 120mc di tali rifiuti prodotti dall’Eurex e dall’Itrec. Alla Trisaia vennero solidificati 2,7mc, producendo 337 manufatti da 400 litri l’uno. Ora facendo due conti tra la prima campagna del ’89 e l’ultima nel ’99, sarebbero stati prodotti 1.684 tra “manufatti idonei” e “fusti”, ma nel 2008 l’ispezione della Dda lucana constatò la presenza all’Itrec di 770 fusti di seconda categoria supercompattati chiamati “prodotto finito”, e che 3mc di rifiuti liquidi ad alta attività esclusi dalla solidificazione, erano ancora custoditi in un serbatoio. Dunque all’appello mancano più della metà dei manufatti? Al futuro di quelli ancora presenti ci stava già pensando la Sogin. Dal Tavolo della Trasparenza del 2005 s’apprendeva che “aveva previsto per il 2009 l’invio del progetto di solidificazione all’Ispra e l’aggiudicazione della gara per la realizzazione del relativo impianto”.

     

    La verifica del consenso politico. Certo lo Stato ha sempre avuto chiaro come agire e l’Enea nel ’90 aveva identificato situazioni ambientali idonee per la costruzione di depositi definitivi. Le argille ioniche studiate alla Trisaia erano in pool position perché estremamente favorevoli. Una cartina mostra come ancora più favorevole dell’area ionica quella tra Ferrandina, Pisticci e Craco. Si tratta ora – specificava l’Enea – di verificare il livello di consenso pubblico e politico”. Le dichiarazioni del professor Eugenio Tabet per esempio, esperto in materia nucleare, gettano luce su tale verifica sino a tempi recenti. Su incarico della Conferenza Stato-Regioni aveva partecipato a una commissione che avrebbe dovuto predisporre uno studio preliminare sull’individuazione dei siti in Italia che, per le loro caratteristiche geomorfologiche, avrebbero potuto ospitare il deposito nazionale di rifiuti nucleari. Interrogato tre mesi prima che Basentini entrasse all’Itrec nel 2008, affermò d’esser rimasto sorpreso che prima ancora che le verifiche scientifiche venissero ultimate la Sogin ricevette l’incarico di individuare il sito. E cosa ancora più strana fu che in maniera rapida, e con una gestione della procedura “disinvolta”, la Sogin individuò in Scanzano Ionico il sito ideale. Strana velocità decisionale. Del resto nel 2007 il sindaco del Comune di Rotondella gli aveva affidato l’incarico di verificare l’eventuale impatto sul territorio e sulla popolazione dei lavori di smantellamento dell’Itrec, e nonostante Tabet avesse ultimato la consulenza l’autorità comunale aveva interrotto ogni rapporto con l’esperto senza neanche liquidargli le competenze. E’ sintomatica, dice Basentini, la coincidenza logistica e geografica del centro Trisaia di Rotondella con il sito di Scanzano Jonico dove il governo aveva stabilito di stoccare i rifiuti nucleari presenti sul suolo nazionale. E poi erano già stati accertati in altre indagini dell’antimafia lucana contatti diretti tra le autorità comunali di Scanzano Jonico e la Sogin. “La riprova – scrive il pm – veniva offerta dalle verifiche investigative condotte in passato sul sindaco di Scanzano Mario Altieri, personaggio arrestato all’epoca dalla Dda di Potenza per brogli consumati durante le consultazioni elettorali. La sua presumibile disponibilità per una gestione affaristica del territorio suggeriscono di contestualizzare la singolare scelta fatta a suo tempo da Carlo Jean, presidente della Sogin, circa il sito individuato. Jean ha certamente avuto contatti con Mario Altieri”. Su Jean vengono fatti a maggio del 2008 accertamenti su un suo attuale interessamento sul sito di Rotondella, anche se non rivestiva più la carica di presidente Sogin continuava a intrattenere rapporti quotidiani con segretaria e alti dirigenti. Insomma dalla Sogin lo portano a conoscenza di sviluppi della vicenda non si sa bene a quale titolo, e alcuni esponenti politici lo tengono costantemente informato sull’andamento di Sogin allo scopo di perorare il suo ritorno. “L’entità dei contatti e l’attuale influenza del Gen. Jean sulle vicende della Sogin – scrive Basentini – pur non manifestando aspetti di penale rilevanza denotano un contesto perlomeno singolare”. Altieri che nella deposizione quattro mesi fa in merito alla vicenda giudiziaria che ha coinvolto Nino Grilli e Nicola Piccenna (direttore e redattore del settimanale Il Resto, ndr), aveva fatto riferimento a un incontro avuto con Filippo Bubbico prima del decreto 314 sul sito unico di scorie radioattive in cui Bubbico avrebbe ammesso di non esserne daccordo ma che al momento della decisione ufficiale “non avrebbe alzato le barricate”.

     

    Quelle strane circostanze. Verifica o no del consenso politico, e a quale prezzo, in una Commissione parlamentare sugli illeciti nel ciclo dei rifiuti il presidente Gaetano Pecorella chiese a Nicola Maria Pace se individuarono imprese che avevano effettuato la movimentazione dei materiali da e per il Centro Enea. Il procuratore secco rispose che era il filone d’indagine che lo aveva portato a collegarsi varie procure (Rimini, Bari, Taranto, Brindisi, Reggio Calabria, Napoli). Ma di quali società si parlava dopo che Garelli aveva confermato che gli imbarchi di rifiuti tossici e radioattivi avvenivano in porti della Calabria, Puglia e Sicilia? Anzitutto della Cemerad di Statte, a pochi km da Taranto e dal quel porto dove si poteva fare di tutto. Alla Cemerad nel ’95 Pace aveva richiesto una perquisizione e il CFS documentato migliaia di fusti di rifiuti industriali e ospedalieri radioattivi. Pace ci arrivò perché stava indagando sul suo titolare, Giovanni Pluchino. Evidenziò che risultava iscritto alla loggia massonica Pitagora, e che grazie ai rapporti con aziende di smaltimento legate all’avvocato Cipriano Chianese, massone anch’egli (mandava i picciotti da Gelli) in relazione con la cosca dei Casalesi, e oggi definito l’ideatore del sistema di smaltimento illecito di rifiuti tossici in Campania, fece arrivare alla Cemerad i fusti. Ne sono stati stimati 14 mila. E stanno ancora lì a marcire. E dalle pagine di Basilicata24 abbiamo documentato come nel ’89 una società agganciata a Chianese e ai Casalesi sia entrata di fatto nella gestione dei fanghi industriali della ex Materit in Valbasento. E parlato di un accordo tra mafie per spartirsi l’affare (all’Enea sarebbe entrata anche la ‘Ndrangheta). Quando nel 2008 si decide di non accogliere la richiesta d’archiviazione sul presunto traffico di veleni in Basilicata, si scrive che uno dei motivi è dovuto proprio alle “circostanze documentate nel manoscritto sequestrato a Giovanni Pluchino” e che andavano verificati “gli eventuali coinvolgimenti nella vicenda di personaggi e imprenditori locali legati all’ambiente dell’attività di smaltimento dei rifiuti” (questi i doc che andrebbero desecratati). Bisognava verificare pure quale fosse stata la destinazione dei prodotti di risulta derivanti dal trattamento di 350 tonnellate di uranio naturale metallico (parliamo di 350mila chili), e accertare se fosse stato sotterrato e dove. A dicembre del 2009 nonostante si definisca nelle conclusioni della richiesta di archiviazione la Trisaia un “contesto ideale” dove “potevano maturare e convivere allo stesso tempo logiche deviate e logiche legali, quasi senza distinzione di sorta” nessuna accusa è più sostenibile in giudizio, e la richiesta di archiviazione deve essere accolta. Fine della storia?

    Più informazioni su