L’ha detto la Cassazione

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    L’avvocato attese pazientemente il suo turno; ingannò l’attesa ascoltando le arringhe difensive; osservò i giudici, quasi sepolti dai fascicoli, lontani, indecifrabili, irraggiungibili. Palpò, ancora una volta, la freddezza di una giustizia che ricostruisce fatti e storie con le carte, la cinica lentezza di una giustizia irreale, la polverosità intellettuale dei sofismi, soprattutto procedurali, notò l’oscurità dell’ambiente e quanto fosse opprimente. Poi arrivò il suo turno, espose le ragioni del suo ricorso, ringraziò e se ne andò. Senza sapere il verdetto. Perchè così usa fare la giustizia in Italia. L’avrebbe appreso chissà dopo quanto tempo. Restituì l’inutile toga che lo aveva fino allora contraddistinto come avvocato, e che gli aveva permesso di partecipare al ballo in maschera e uscì dal palazzaccio. Fuori respirò l’aria, e si sentì meglio. Si immerse nella folla, si confuse con gli altri. Il ritorno alla vita normale, lontano dall’acquario della giustizia, gli restituì calore. Entrò in un bar e ordinò un caffè. Nell’attesa andò nella toilette. Era sporca, e l’orinatoio era cosparso di peli pubici. Si soffermò a pensare se i peli ci fossero caduti per caso o se ce li avessero lasciati di proposito, e gli tornò anche il sorriso. Era tornato a vivere.

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