Quantcast

Il Golfo di Taranto tra estrazioni petrolifere, effluenti nucleari e smaltimenti illeciti

Più informazioni su

    In un precedente servizio (Una fogna chimica chiamata Basento, ndr), abbiamo raccontato i diversi studi effettuati lungo uno dei più importanti bacini idrici del sud, il Basento, che in qualche modo ci restituiscono la fotografia biologica del fiume. La foce rappresentava il terminale dell’inquinamento, con valori di metalli pesanti sempre fuori norma. Ma qual è lo stato del ricettore finale del fiume?

     

    La circolazione degli elementi in traccia nelle acque. In uno studio intitolato Distribuzione degli elementi in traccia nel Golfo di Taranto, si ricorda che esso rappresenta la fine della corrente dell’Adriatico orientale che trasporta da nord cerio/nichel e zirconio/cromo, ma il contenuto di cerio/nichel proveniente dalla corrente dell’Adriatico scrivono, è relativamente basso rispetto a quello proveniente dalla piattaforma di Gallipoli. I sedimenti dell’area occidentale del Golfo di Taranto continuano, sono mischiati con quelli di fiumi locali come il Basento, collocato nella parte centrale del golfo, che drena l’area altamente industrializzata attorno a Potenza, con sedimenti a elevato contenuto di nichel. È interessante sottolineare- continuano- che nella distribuzione verticale c’è una leggera diminuzione del contenuto di rame, piombo, e subordinatamente zinco con 1’aumentare della profondità. Questo andamento se confermato, potrebbe essere messo in relazione a fenomeni di contaminazione che si verificano alla superficie del mare. “Nel particolato marino – c’è scritto – i tenori di alluminio, ferro e manganese sono inferiori a quelli del particolato e dei sedimenti fluviali, mentre al contrario i tenori di cromo, nichel e molibdeno sono molto più elevati. I tenori di cromo e nichel nel particolato marino sono abbastanza ben correlati con quelli di ferro e manganese e risultano molto arricchiti rispetto a quelli fluviali e ai sedimenti. Le stesse osservazioni sono valide anche nei confronti del piombo. Le considerazioni svolte sottolineano 1’importanza del ruolo del particolato nel controllo della circolazione degli elementi in traccia nelle acque in genere e in quelle marine in particolare”.

     

    Radionuclidi e Golfo di Taranto. Nel 1972 il Comitato Nazionale Energia Nucleare (Cnen, ndr) pubblicò la “Guida alla conoscenza dell’Itrec e del Programma Pcut” per far sapere che il sito Trisaia di Rotondella (Matera) era particolarmente dotato dalla natura per l’entroterra scarso di popolazione e un ambiente marino antistante in grado di smaltire eventuali effluenti con un opportuno posizionamento del terminale della condotta di scarico. Quattro decenni dopo, nel settembre 2013, in “Provenienza dei sedimenti superficiali lungo la costa sudorientale dell’Adriatico d’Italia”, gli autori ricordarono l’elevata sedimentazione del Golfo di Taranto, e che per comprendere a pieno la variabilità nel passato era necessario riconoscere come gli elementi geochimici, le composizioni di isotopi, e la misura dei granelli erano influenzati dai modelli di trasporto dei sedimenti e dai meccanismi di dispersione. Già nel ’91 uno studio ribadì che la frazione maggiore di radionuclidi trasportati dai fiumi non interessava la distribuzione degli stessi oltre le vicinanze dall’area della foce, e quattro decenni dopo, stando agli autori dello studio del 2013 citato, l’intero golfo mostrava livelli elevati di stronzio/rame e rame/alluminio. Aggiunsero che oltre la rilevante correlazione con la misura dei granelli dei sedimenti, lungo la sezione che da nord va verso il Golfo di Taranto i livelli di cromo/alluminio e potassio/alluminio decrescevano significativamente, mentre aumentavano quelli di stronzio/calcio e zirconio/cromo. Più ci avviciniamo alla costa in pratica, più aumentano metalli alcalino-ferrosi e metalli di transizione. Si tratta di contaminazione nelle vicinanze dalle aree di foce? Uno dei metalli di transizione, il cromo, stando allo studio si comporta in modo opposto andando verso la costa o lontano da essa a seconda se sia legato all’alluminio, metallo morbido e leggero, o allo zirconio, metallo duro, resistente alla corrosione, e con peso atomico tre volte maggiore. Certo di zirconio all’Itrec qualcosa ne sanno. Il progetto degli elementi da rifabbricare prese le mosse dalle caratteristiche del combustibile fabbricato per la prima carica del nocciolo di Elk River, che solo inizialmente prese in considerazione barre di combustibile rivestite d’acciaio perché presto su richiesta dell’Atomic Energy Commission statunitense utilizzò barre rivestite con zircaloy, una lega di zirconio.

     

    Quel plutonio sotto costa. Nel movimento che fa il mare però, c’è ‘altro. Nel ’95 in una ricerca che doveva fare l’inventario del plutonio239 e 240 nei sedimenti dei pendii e nelle profondità del Golfo di Taranto, si dichiarò che nei sedimenti raccolti sul fondo d’un canyon alla profondità di 1.500 e 2.000 metri erano stati riscontrati nei primi 15cm plutonio239 e 240 con attività, rispettivamente, di 58 bequerel/metro quadro (Bq/m2, ndr) e 45Bq/m2. Attività che rappresentava il 50% dell’accumulo da deposizione da fallout scrivevano. Certo si era a decine di chilometri dalla costa, molto distanti dalle foci. Per valutare l’influenza dei fattori morfologici e sedimentologici nel trasporto di plutonio dalla costa in alto mare si compararono i risultati ottenuti nella piattaforma abissale algerina. Lì il plutonio era tra i 3±2Bq/m2 e rappresentava il 4% dell’accumulo da fallout. A un centinaio di chilometri dalla costa metapontina era venti volte più alto. Ma c’era un altro dato interessante. In un campione prelevato ad appena 150m dalla costa sulla foce del fiume Agri era oltre 160 Bq/m2, cinquanta volte più alto di quello riscontrato sulla piattaforma algerina. E sempre lo stesso studio a dirci che in un campione prelevato a 450m di distanza dalla foce del Basento venivano riscontrati 123Bq/m2, 41 volte più alto della piattaforma algerina. In tutti i casi, scrissero, dato importante, si registravano misure più elevate di quelle registrate per deposizione da fallout a tali latitudini, cioè 81Bq/m2. Nel ’95 era già avvenuta la sciagura di Chernobyl ma tre anni prima s’era descritto il contenuto di plutonio in campioni prelevati in punti diversi del Golfo di Taranto. Tra 0-6 metri una stazione registrò 388mBq/kg, un’altra 643,8. Tra i 6 e i 10 metri la prima stazione registrò 432,9mBq/kg, la seconda 858,4. Tutto ciò quando, come affermava la stessa Enea nel suo “La contaminazione da plutonio nella dieta e nella popolazione italiana” del ’83, normalmente nei terreni indisturbati a una profondità maggiore di 5cm viene riportato un valore medio di 225mBq/kg. Forse prima di Chernobyl eravamo già 2/3 volte oltre il valore medio di plutonio sedimentato sul fondo? E da dove proveniva? Certo i fiumi lucani s’infilano nel Golfo perché seguono direttrici naturali, i cosiddetti canyon.

     

    Basento radioattivo? Perché, se si tratta di radioattività da fallout (che come visto è ben oltre gli 81bq/m2 nel caso nostro, ndr), il plutonio viene trovato a 450 metri e lungo la direttrice del canyon prodotto dal Basento? Quello che possiamo ricordare è che di recente ci siamo occupati di uno studio del 2005 (Cosa hanno seppellito in Val Basento?, ndr) che ha caratterizzato il sito di bonifica Val Basento tra Salandra e Pisticci per riscontrare zone in cui sarebbero stati interrati fusti tossici. Studio che individua ben 7 aree a Ferrandina e 3 a Pisticci Scalo e più di qualcuno che pare certo da quanto scrivono. Del resto l’antimafia potentina aveva richiesto nel 2008 indagini più dettagliate sulla questione del seppellimento di rifiuti radioattivi in Val Basento, definita “area di interesse investigativo” verosimilmente destinata a zone di illecita sepoltura di materiale, e non fatte perché i fondi pubblici vennero dirottati per l’emergenza rifiuti in Campania. Il 2008 è l’anno del governo Berlusconi IV, quello che qualche anno prima voleva il sito unico di scorie a Scanzano, con Gianni Letta sottosegretario alla presidenza del Consiglio che vedremo è uno ben informato sull’Itrec, Stefania Prestigiacomo all’Ambiente, quella che in conferenza stampa assieme a Pietro Grasso della Dna (oggi presidente del Senato della Repubblica) s’affrettò a smentire che il relitto trovato sulle coste calabresi di Cetraro non fosse la Cunski perché si trattava della Catania del 1906, nonostante il Procuratore di Paola, Bruno Giordano, disse che una serie di elementi portavano a pensare che non era una nave del 1906 ma di costruzione moderna. Certo l’Arpacal evidenziò poi, esaminando le specie ittiche la presenza di tracce di Cesio137 nelle acque di Cetraro. Un caso. E c’era in quel governo Giovanni De Gennaro, oggi Finmeccanica, che il 23 maggio 2008 fu nominato direttore del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, e fino al 26 maggio rivestiva guarda caso ancora l’incarico di Commissario straordinario per l’emergenza rifiuti in Campania. Nel Basento stando all’Arpab a ottobre 2011 si riscontra Iodio131 in un campione di acqua superficiale prelevato presso Campomaggiore, e a novembre altri due picchi di Iodio131 più vicini a Potenza, e Cesio137 e Stronzio90 su limo fluviale e latte.

     

    Uno shakeraggio nucleare. Intanto nel Golfo di Taranto, per i campioni prelevati sotto costa venne registrato un solo limite basso, e ciò perché le concentrazioni di plutonio, scrivevano nella ricerca del 2013, erano ancora elevate sul fondo delle carote prelevate. Il fenomeno venne spiegato affermando che la piattaforma del Golfo di Taranto era fatta di piccoli canyon la cui bocca corrisponde proprio alle foci dei fiumi, condizioni per cui il materiale asportato da essi, e associato ai radionuclidi, veniva man mano trasportato in zone più profonde. Appunto lungo i canyon naturali. I processi di smottamento e le condizioni idrodinamiche dei canyon facilitavano la risospensione dei sedimenti, aumentando nelle colonne d’acqua il mescolarsi dei radionuclidi associati al materiale. E se nel ’83 uno studioso affermò che considerabili quantità di radionuclidi transuranici erano stati scaricati direttamente in zone costiere come risultato di “attività di riprocessamento”, come all’Itrec, l’anno prima un altro studioso aveva chiarito che le colonne d’acqua del mediterraneo, grazie a maggiori concentrazioni di particelle inorganiche, trattengono l’americio241 dal plutonio, producendo un grande trasporto di americio verso il basso, dove andrebbe a sedimentare. Nel ’89 in “Trasferimento di particelle sospese dagli effluenti liquidi di centrali nucleari all’ambiente circostante”, si considerò il comportamento del cesio137 nel mediterraneo. Anche in questo caso il cesio restava nelle colonne d’acqua parecchio tempo dopo essere stato introdotto nell’ambiente marino, e il comportamento risultava influenzato soprattutto dai “movimenti delle masse d’acqua”.

     

    La naturale normalità lucana? Trovare plutonio a 150metri dalla foce dell’Agri, centocinquanta metri si fanno con una nuotata se qualcuno riesce a rendersene conto, lungo quel suo canyon naturale che entra nello ionio è preoccupante, e ci pone di fronte alla domanda sulla provenienza del plutonio. Certo i documenti sull’utilizzo di sorgenti radioattive rivelati dal segretario dei radicali lucani Maurizio Bolognetti e quanto documentato da Giorgio Santoriello in Materiale radioattivo nei cantieri Total, qualcosa la raccontano per comprendere un po’ meglio cosa sta accadendo a questa meravigliosa terra. Del resto proprio l’Agri, che le sorgenti le raccoglie tutte, rappresenta il ricettore principale di tutti i mali sparati nel sottosuolo. Invece sul canyon del Sinni non si vanno a fare prelievi. Perché? Eppure lì per anni l’Itrec ha scaricato, e oggi lo fa direttamente in mare, e a quel tubo che sta in mare accadono fatti assai strani. La dottoressa Carmela Fortunato dell’Arpab ha affermato all’ultimo tavolo della trasparenza, dopo una domanda, che in occasione del prelievo di giugno 2014 il sommozzatore che andò a fare i prelievi al tubo di scarico segnalò la presenza di una cinquantina di pesci morti sul fondale marino. La cosa fu segnalata al comune di Rotondella e alla Capitaneria di porto. In quell’occasione Ispra chiese di fare nei giorni successivi prelievi integrativi ma quando il sub tornò “non erano più presenti i pesci sui fondali – dice la Fortunato – per cui la situazione era tornata alla normalità in maniera naturale, e non necessariamente era da segnalare una correlazione con la presenza di dati anomali di radioattività”. Come erano morti? E soprattutto perché il sub non li prelevò il giorno stesso averli trovati per una analisi zooprofilatica se, come ricorda la stessa Fortunato che all’inizio pensa ci si riferisca al giugno 2011 quando l‘Arpab rilevò allo scarico come abbiamo già scritto (Radioattività “coast to coast” 
dal Metapontino al Basento, ndr) livelli di concentrazione di cesio137 ben 245 volte più elevati del valore statistico di riferimento per l’area? In fondo l’Arpab di questo dovrebbe occuparsi. Di ciò che può impattare sull’ambiente e come.

     

    La Basilicata usata per contrattare elezioni politiche. Per capire quanto vale ogni lucano dobbiamo leggere qualche documento confidenziale o secretato. Nell’agosto 2004, un anno dopo la protesta contro il sito unico di scorie radioattive, il sottosegretario al Governo Berlusconi Gianni Letta chiedeva al Dipartimento dell’energia statunitense di riprendersi le 64 barre di uranio-torio presenti a Rotondella. Il 20 settembre chiedeva “l’aiuto personale” del segretario statunitense Abraham, che accettò poiché Letta, scrisse in un documento inviato al governo Usa, oltre a essere uno dei migliori contatti dell’Ambasciata Usa e colui al quale ci si rivolgeva per essere aiutati “su questioni critiche” rispetto agli interessi degli Stati Uniti, rappresentava anche “la chiave per ottenere l’avvio del programma Megaports in Italia”, programma operativo con dogane, autorità e operatori portuali, ed enti per il controllo di materiali che potrebbero essere utilizzati per terrorismo nucleare. A gennaio 2005 Abraham risponde che il Dipartimento dell’energia non poteva accettare il combustibile nucleare esaurito poiché l’urgenza paventata dal governo italiano che si trattasse di faccenda “politicamente delicata” per Berlusconi, era relativa solo a una “dura battaglia per la rielezione in aprile”. Una richiesta fatta quasi in termini ricattatori. Con le elezioni alle porte aveva scritto Letta, “il governo italiano forzerà il trasferimento delle barre di uranio-torio di Elk River alla Russia se non può essere rimpatriato negli Stati Uniti”. Insomma rifiuti radioattivi usati per vincere campagne elettorali. E si parla di barre da barattare che contengono uranio235 al 5% e torio al 95%. pur di essere rieletti si scrive nel documento confidenziale, il governo italiano, e cioè i cittadini tutti, finanzierà l’operazione pur di evitare l’impatto psicologico e politico sul governo Berlusconi in quanto le forze di opposizione locale e nazionale utilizzavano la questione per affermare che Berlusconi sosteneva il nord più che il sud. Pure il presidente della Sogin ripete lo stesso mantra guarda caso, e avverte che se non avrà risposta sarà obbligato a trasferirle in Russia via Rosatom che aveva già mostrato interesse per prendersele a un prezzo “decisamente modesto”. Una storia, quella di contrattare elezioni, che ha avuto valore anche per i politici locali.

     

    Bugie nucleari? Nel 2006 Letta manda un altra lettera in cui dice che non andranno in Russia visto il rispetto degli accordi USA-Euratom, e se i recenti accordi sul nucleare tra Stati Uniti e India potevano offrire un percorso alternativo. Letta chiede in pratica se l’India sarà inclusa tra i paesi verso cui gli Stati Uniti potrebbero approvare il trasferimento del materiale nucleare (ricordate Megaports?, ndr), e che se ci fosse una risposta positiva americana si potrebbe iniziare a negoziare con le autorità indiane. Due anni dopo un altro documento confidenziale del segretario all’economia statunistense racconta che dopo un incontro con i funzionari del governo italiano e della Sogin, l’inventario dei materiali presenti all’Itrec doveva essere declassificato e contrassegnato con la dicitura “informazioni di sicurezza fisica sensibili”. Il motivo lo capiamo dall’inventario di quanto presente a Rotondella. Stando a un altro documento a novembre 2008 Davide Urso della Sogin invia una lista confidenziale al governo Usa. Nella lista si parla di grammi, capite da qui la pericolosità del materiale, noi traduciamo in chili, per facilitarne la lettura. Dei 18,875kg totali di uranio altamente arricchito presenti in Italia, 15,398kg stanno a Rotondella. Dei 100,185kg di uranio irradiato altamente arricchito 92,414kg stanno all’Itrec. E pure 6,06kg di uranio esaurito, e 2,750kg di uranio poco arricchito. Come la maggior parte dei 1.462kg totali di uranio naturale presenti sul territorio nazionale stanno all’Itrec, parliamo di 1.114kg. Nel 2009 un gruppo del Global Threat Reduction Initiative statunitense fa una visita all’Itrec, e scrive che i materiali presenti non rispecchiano “tutte le speciali materie nucleari presenti in Italia, né tutto il materiale nucleare sotto il controllo della Sogin”. Perché la Sogin non gliela dice tutta al governo Usa? Oggi si parla ancora di sito unico, noi abbiamo già raccontato dei disegni e progetti relativi alla costruzione di pozzi per interrare rifiuti ad alta attività nell’area jonica, vista la sua predisposizione. Esiste anche una cartina (fig1), in cui si mettono in evidenza oltre ai tubi di scarico, una fossa di incenerimento rifiuti, un deposito temporaneo di rifiuti solidi, una fossa rifiuti solidi, quella che ultimamente a dato problemi di struttura (il monolite) e il cui percolamento è stato rattoppato nell’immediato andando a prendere una cazzola a casa diceva un interno, e, si scrive pure, sarebbero presenti “pozzi rifiuti solidi ad alto livello”. 

     

     

    Più informazioni su