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Unibas, petrolio e politica: il matrimonio è perfetto in tre

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Si affaccia il business dell’adeguamento sismico e nessuno parla di inquinamento e prevenzione. Nella giornata del 12 novembre scorso all’Università della Basilicata si sono tenuti due convegni. La mattina si è parlato di sismicità indotta (trascurando quella innescata, ben più pericolosa da affrontare) dalle estrazioni petrolifere e dalla re-iniezione; il pomeriggio, con una traccia vaga, si è parlato di ambiente, sviluppo e petrolio, saltando attentamente parole come diritto e salute. 

Il prof. Masi lancia un nuovo piano edile antisismico, i sismologi invece si autocensurano. Rettore e Direttore del CNR nei saluti danno per scontato lo sfruttamento del sottosuolo lucano, ricalcando perfettamente la filosofia ‘Bubbichiana’: ”ormai la macchina è partita e dobbiamo guidarla al meglio”. Nessuno degli illustri scienziati intervenuti ha mai fatto un accenno alla Delibera ministeriale del 4/02/1977 – All. V che vieta la re-iniezione di scarti petroliferi in zone sismogenetiche come la Val d’Agri, nessuno ha parlato di principio di precauzione di cui la Regione Basilicata si è ricordata solo dopo anni di amnesie. La Protezione Civile, intervenuta al convegno, si è allineata e piuttosto che discutere dell’iniquità legislativa che considera impianto a rilevante incidente industriale il solo centro oli di Viggiano e non i pozzi, ha relazionato sulle solite ovvietà, così come la rappresentante del Mise, il Ministero dllo Sviluppo Economico. Proprio il Mise si è sostituito ai ministeri di Ambiente e Salute, perché a Roma come a Potenza a scrivere le linee guida per i monitoraggi microsismici sono i sismologi assunti dai ministeri non competenti in materia che si appoggiano a “consorzi/istituti pubblico-privati” come l’Ogs, vero mattatore della giornata. Tuttavia l’ariete politico della mattina è stato il prof. Angelo Masi, al cui intervento assisteva in prima fila il collega Mauro Dolce, altra meteora Unibas, e proprio le slides di Masi vertevano sull’adeguamento sismico degli edifici della Val d’Agri: un piano da 300 milioni di euro da finanziare, perché no, con le royalties, piano che includeva anche mini-preventivi per le singole abitazioni, dai 30 ai 65 mila euro. Insomma il mercato del rischio torna all’assalto, dopo la micro-zonizzazione sismica pubblicata sul sito della Regione Basilicata (in cui proprio per i comuni petrolizzati non vi sono dati utili e comunque si stenta a capire l’utilità del progetto in sé), per finanziare le pseudo ricerche di studiosi che creano un’idea di prevenzione ad-hoc, adesso la politica ha una nuova proposta: un mega piano edile da attuare in zone inquinate e spopolate dal petrolio dove forte è il deprezzamento degli immobili, dove si è perforato contro legge, ma in tutto ciò Masi vede un business proprio alla presenza del prof. Mauro Dolce, condannato in secondo grado per truffa in pubbliche forniture relativamente agli isolatori sismici non omologati forniti per i terremotati abruzzesi. A questo gioco purtroppo si è prestata anche l’Anpas che invece di parlare della nuova direttiva Seveso III, dell’inefficienza della macchina dei soccorsi in caso di incidente al centro oli di Viggiano, invece di parlare delle carenze di coordinazione tra i vari enti in caso di incidente e delle improbabili esercitazioni per il piano esterno di emergenza dello stesso, parla di sondaggi alla stregua di un call-center: interviste sulla percezione del rischio fatte ad abitanti del posto e qualche complimento postumo all’intervento del “costruttore” Masi. Il prof. Mucciarelli nella doppia veste docente Unibas e libero professionista con l’Ogs, ha parlato della sismicità indotta da causa antropica, citando il solo caso dell’Olanda ma dimenticandosi tuttavia dell’epilogo di quel caso, dove le compagnie petrolifere hanno riconosciuto un mega risarcimento a migliaia di persone nella regione di Groningen, oppure dimenticandosi dell’Oklahoma o della regione di San Gallo in Svizzera, dove le attività geotermiche sono state sospese dalle autorità a causa dei sismi indotti. Così la rete degli interessi avvolge tutti, dai docenti ai volontari del soccorso. Il petrolio deve rimanere un rischio potenziale non concreto, perché sull’indefinitezza dello stesso si gioca il business.

Berlinguer non ne azzecca una, ma è in compagnia di giovani avvocati ed imprenditori. Nella sessione pomeridiana l’Assessore all’Ambiente della Regione Basilicata, Aldo Berlinguer, ha parlato di defiscalizzazione e trasporti, quasi mai di ambiente. Tabarelli di Nomisma Energia ha lanciato i soliti dati pre-confezionati, Legambiente sempre presente ai tavoli che contano, lancia idee e pareri condivisibili sul macro, ma non affronta i veri problemi del modello lucano sempre più vicino a quello nigeriano che al petrolio norvegese, ed il prof. Severino Romano del Dipartimento di Scienze Agrarie, Forestali Alimentari ed Ambientali non ha voluto sentir parlare di contaminazione degli alimenti nelle aree petrolizzate perché l’importante è solo non far morire le foreste lucane. Questi docenti Unibas sanno dei pozzi petroliferi nei parchi? I giovani avvocati dell’Aiga si sono lamentati invece di non avere lavoro dalle compagnie petrolifere prive di sedi legali in situ, mentre i giovani imprenditori lucani si sono lamentati delle mancata valorizzazione economica del settore oil&gas che potrebbe dare di più, paragonando implicitamente l’impatto del centro oli a quello di un pannello fotovoltaico. Nessun cenno alle infiltrazioni malavitose nella filiera petrolifera o alla gestione privatistica di assunzioni ed appalti.

L’Unibas di Fonseca sta morendo. Nata per difendere il suolo lucano dopo il sisma del 1980, come disse il rettore Cosimo Fonseca nel 1991, “l’Unibas sia per le genti lucane un segno di consapevole speranza verso un avvenire migliore” oggi la musica è decisamente cambiata tra comizi elettorali sempre garantiti ai politici Pd di turno, compagnie petrolifere come la Total che nei locali pubblici dell’ateneo organizza la sua didattica con spettacolari viaggi in 3-D nei pozzi elaborati con i loro dati e non con dati terzi, un bilancio universitario che sempre più volutamente dipende, col cappello in mano, da politica e petrolieri abolendo nei fatti l’imparzialità accademica e la pluralità di confronto. Non chiari sono altresì gli interessi privati del personale strutturato all’interno dell’Unibas in attività economiche altre, con docenti e ricercatori che si spostano tra università e consorzi pubblico-privati portando con sè interessi poco manifesti ed informazioni privilegiate nonché “aderenze politiche”. Chi ha creato il bisogno dei 10 milioni di euro annui per far sopravvivere l’Unibas? Si potrebbe essere più piccoli e trasparenti nonché autonomi con il solo finanziamento ordinario al lordo della lotta allo spreco ed al clientelismo interno, tuttavia invece di tagliare i rami secchi qualcuno ha creato il bisogno indotto delle royalties imbrigliando l’autonomia universitaria. Perché non relegare le royalties a finanziamenti straordinari estraniandole a quelli ordinari? Perché usare la scusa della spesa corrente e non vincolare le royalties alla sola spesa capitale, quindi agli investimenti? Nel giro di qualche anno si potrebbe delineare un piano di uscita dalle royalties che dovrebbero essere accantonate per il solo ristoro del danno ambientale e sanitario o magari farne a meno per ragioni etiche perché le compagnie ci hanno e ci stanno inquinando massicciamente ma l’Unibas nonostante tutti i suoi scienziati continua a non vedere i danni dicendo che questo è il prezzo da pagare per lo sviluppo ed il tempo per le questioni morali è inutile. All’Unibas l’unico vero Dio, più che la libertà di ricerca, sembra sia diventato il denaro. 

Giorgio Santoriello

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