Eni, Cova e compari. E’ ora di aprire gli occhi

Non è facile scegliere tra satana e l’acqua santa. Specie quando non è chiaro quanto di diabolico ci sia in satana e quanto di santo ci sia nell’acqua

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    Non è facile scegliere tra satana e l’acqua santa. Specie quando non è chiaro quanto di diabolico ci sia in satana e quanto di santo ci sia nell’acqua

    Perché il Centro Olio di Viggiano riapre? Semplice. Perché Eni così ha deciso. Quell’impianto chiuderà solo quando lo deciderà l’Ente Nazionale Idrocarburi. Punto e basta. E le inchieste della magistratura? Non sentite già l’odore delle bolle di sapone? Peccato, soffiatevi il naso. Come può lo Stato accusare se stesso di crimini ambientali? Come può lo Stato violare accordi sottoscritti con se stesso? E poi, poi ci sono i lavoratori, le famiglie che campano grazie a quella porcheria di impianto. E le royalties, vuoi mettere?  Una regione il cui bilancio dipende da quei milioni di euro. Povera e ferita, senza i ristorni petroliferi sarebbe morta. Senza le risorse dell’Unione Europea, sarebbe sepolta viva. Grazie al fatto che in tema di sviluppo da decenni si naviga a vista. Qui si campa o si muore alla giornata. L’Eni lascerà questa terra quando la gente che vi abita si opporrà con ogni mezzo al Cova, alle estrazioni, ai permessi di ricerca, insomma a tutto quanto riguarda il petrolio. Vale anche per Total, Schell e compagnie varie. Un’azienda sa quanto sia difficile produrre in un territorio ostile. Ma fin quando ci saranno istituzioni “tolleranti”, politici compiacenti, una società civile indifferente, decine di associazioni ambientaliste frammentate, in lotta tra loro, incapaci di esprimere una rappresentanza diffusa, larga, forte e autorevole, i petrolieri continueranno a fare i loro comodi. Fino a quando ci sarà una stampa servile, interessata ai soldi della pubblicità, che qualche volta abbaia ma mai morde, i petrolieri continueranno a bandire tavolate esclusive. Fino a quando c’è chi è disposto a farsi sponsorizzare concerti, mostre, viaggi, libri e altre diavolerie, dalle Oil Company, i petrolieri faranno ciò che vogliono. Fino a quando la magistratura risponderà a “superiori interessi”, i petrolieri continueranno a fare i padroni. Soltanto un moto popolare vasto, consapevole, potrà arginare questo strapotere e riportare ogni cosa nei binari della trasparenza e della legalità. Ma siamo sicuri che la gente vuole questo? Siamo sicuri che i cittadini lucani vogliono il Cova chiuso e Tempa Rossa a quel paese? Non è facile scegliere tra satana e l’acqua santa. Specie quando non è chiaro quanto di diabolico ci sia in satana e quanto di santo ci sia nell’acqua. Non è facile scegliere quando le dicotomie generano angoscia: petrolio o agroalimentare; chimica o turismo; lavoro o ambiente e salute. La lunga vicenda petrolifera lucana ci segnala, oggi, che forse siamo approdati ad un fenomeno collettivo di dissonanza cognitiva, o magari ai primi forti sintomi di schizofrenia sociale. E questo, lasciatevelo dire, è un problema molto serio. Un problema che scava solchi profondi tra i processi di cambiamento e la partecipazione consapevole delle persone. E’ un problema che crea ostacoli a qualsiasi azione di sviluppo e che consolida le distanze tra il presente e il futuro. Un movimento culturale, anche politico se vogliamo, che abbia a cuore le sorti della Basilicata deve ragionare intorno a questo problema e agire. Non basta urlare, dai banchi dell’opposizione, contro il presidente della Regione, magari per raccogliere qualche voto. Né basta fare i duelli, simili alle singolar tenzoni medievali, dove le analisi e le contro analisi chimiche prendono il posto delle spade. Ho detto non basta, non ho detto che non bisogna farli. Opporsi alle Oil Company e alla politica che le favorisce, informare i cittadini, è utile, ma è gravemente insufficiente. C’è bisogno di una visione di futuro intorno alla quale organizzare una lotta civile per lo sviluppo della Basilicata. Una visione di futuro che affondi le ragioni in una corretta consapevolezza del presente sociale, economico, politico, culturale. Insomma, bisogna guardare con occhi nuovi ad un orizzonte più vasto. E questo è impossibile se si continua a pensare che avere ragione a colpi di analisi chimiche sia la madre di tutte le battaglie: quelli inquinano lo stesso, quelli i dati li nascondono comunque. E’ impossibile, se si continua a credere che un referendum contro le trivelle sia la grande e definitiva vittoria: quelli continuano a fare il bello e cattivo tempo. Non basta dimostrare che un impianto inquina, il Cova riapre lo stesso. A volte il problema non è la mira buona, ma il bersaglio giusto. 

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