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Mafia: Manca la precisa volontà politica di risolvere il problema foto

Giovanni Impastato, fratello di Peppino, intervistato da Alessandro Cannavale

Ma possiamo lottare contro cose così grandi?” È la domanda rivolta da una ragazza a Giovanni Impastato, durante una visita a Casa Memoria, la casa del ricordo dell’assassinio mafioso di Peppino Impastato.

Suo fratello Giovanni prova a rispondere a questa e altre domande, con un libro molto bello: “Oltre i cento passi”, (Ed. Piemme).

Ho dialogato a lungo con lui, il 10 settembre scorso a Carovigno, dopo la presentazione del libro curata da Gino Marchitelli al Kantiere sociale di Carovigno.

Abbiamo ricordato Peppino Impastato, vittima di mafia. Noto al grande pubblico soprattutto grazie al film “I cento passi”, del regista Marco Tullio Giordana.

Sono tornato a casa arricchito da un’esperienza toccante. Unica. Ancor più convinto del fatto che dalla percezione imprescindibile del proprio territorio scaturisce la concretezza della passione e dell’azione civile. 

Altrimenti, si rischia di restare imbrigliati in facili prese di posizione sulle questioni generali, senza la capacità di incidere sulle questioni reali.

Quelle che richiedono il coraggio della presa di posizione scomoda, sostenuti dalla sola ansia di far bene. Oggi, ci dice Impastato, “La mafia é parte integrante di questo processo di globalizzazione”.

Ciò ha reso più difficile il compito di tracciare l’identikit attuale del mafioso. Se ieri era necessario studiare l’intreccio tra mafiosi e borghesia, oggi esiste una borghesia intrinsecamente mafiosa, con un nuovo organigramma caratterizzato da una complessa stratificazione sociale. 

Secondo Giovanni Impastato, la mafia non costituisce un Antistato: la mafia è dentro lo Stato, nel cuore dello Stato. Dalle grandi opere, gli appalti, alla gestione delle risorse e ai rapporti con la politica.

Sono stati uccisi coloro che nelle istituzioni hanno provato ad arrestare questo processo capillare di penetrazione criminale. Si pensi a Falcone, Chinnici, Borsellino, Livatino.

I fenomeni di antistato, come ricorda Impastato, sono stati tutti debellati, dal brigantaggio al banditismo, fino al terrorismo degli anni di piombo. Non così con la mafia. Perché? La risposta di Impastato raggela: “Manca la precisa volontà politica di risolvere il problema”. 

Abbiamo ripercorso la brutta storia del delitto di Peppino Impastato e del tentativo di depistaggio descritto nel libro, che puntò a far prevalere la tesi di un attentato terroristico finito in tragedia.

L’ignominia, il fango, oltre all’efferatezza di un delitto di mafia, per mettere a tacere una voce scomoda e fastidiosa: quella di Peppino. Che usava tutte le tecnologie a sua disposizione, il giornale, la radio, per coinvolgere in un percorso politico e culturale di riappropriazione degli spazi di partecipazione popolare e di espressione.

Tanto faticoso deve esser stato lo sforzo di Giovanni e Mamma Felicia, da quel triste 9 maggio 1978, per tutelare e far ricordare la figura di Peppino. Vittima di mafia, per aver osato violare, con la forza delle parole e dell’impegno politico e culturale, i confini dell’istituzione mafiosa a Cinisi. 

Chi è venuto al Kantiere sociale di Carovigno, l’altra sera, ha anche ascoltato dei bellissimi ricordi delle frequentazioni di Giovanni Impastato con il magistrato Paolo Borsellino, che emerge, sullo sfondo, come una figura dotata di grande e lucida ironia, realismo e coraggio. Memorie che per noi presenti hanno avuto il prezioso valore di confidenze a bassa voce.

La mafia è una manifestazione di capitalismo criminale, dotata di particolare pervasività, potendo far leva sulla propria riconosciuta fama criminale, utilissima ad agevolare il proprio percorso di espansione. Senza barriere territoriali.

Inutile illudersi che vi siano contesti in cui sussistano anticorpi sufficienti ad arginarla. In Italia e fuori. Come dimostrano le stragi in Germania. O i libri id Petra Reski.

All’estero, anzi, l’assenza di strumenti investigativi, come la legge Rognoni-La Torre, impediscono di aggredire utilmente il patrimonio mafioso, limitando molto l’efficacia dell’azione degli inquirenti.

Casa Memoria, istituita nel ricordo di Peppino, lavora proprio per ricordare e fare rete. Spiegando incessantemente la mafia ai giovani, italiani e stranieri. Parlando di fatti concreti. Senza comode astrazioni. Combattendo la rassegnazione, che spalanca le porte alla mafia. 

Casa Memoria, intrisa di ricordi e della lotta condotta senza tregua da Giovanni e da mamma Felicia. Perché senza memoria siamo più deboli.