La lezione di Aldo Moro, oggi foto

Quarant’anni fa la strage di via Fani e il rapimento del presidente della Democrazia Cristiana

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Mai come adesso, a distanza di quarant’anni dalla strage di via Fani è attuale il pensiero di Aldo Moro. “La verità è più grande di qualsiasi tornaconto…datemi una parte di milioni di voti e toglietemi dall’altra parte un atomo di verità, ed io sarò comunque perdente: Lo so che le elezioni pesano in relazione alla limpidità ed obiettività dei giudizi che il politico è chiamato a formulare. Ma la verità è la verità”.

Così scriveva Aldo Moro dal covo delle BR in cui era sequestrato in una delle sue tante lettere. Ciò che manca oggi ad una politica che si percepisce come onnipotente, forte di consensi e successi, che si autocelebra per i milioni di voti raccolti, ma che non possiede un atomo di verità sul Paese e su se stessa.

E dunque è destinata ad essere sempre perdente, scrive nel suo libro suo Moro il giornalista Marco Damilano. Certo è paradossale che oggi più che mai la lezione di Aldo Moro sia così vicina alla realtà, così come è curioso vedere che il popolo cerca oggi un punto di riferimento, così come lo era Aldo Moro: un modello, un confidente.

E’ strano vedere ancora oggi la gente ricercare quel tempo lontano delle culture politiche che uniscono e non dividono, il confronto delle idee, delle strategie collettive, di soggetti veramente leader e capaci di costruire strategie valide per il Paese.

Chissà cosa sarebbe successo all’Italia se Moro quella mattina di marzo fosse arrivato in parlamento a votare la fiducia al Governo Andreotti. Certo il suo pensiero è ancora vivo in chi lo ha conosciuto e studiato: Moro pone lo Stato al servizio dell’uomo, sottolinea la necessità di individuare una soglia di valori comuni a tutte le forze costituzionali da porre a fondamento del nuovo ordinamento;

egli chiede che vengano identificati gli inalienabili diritti che devono essere difesi per sanzionare l’autonomia della persona di fronte allo Stato, limitando sia il potere esecutivo che quello legislativo, non per sminuire l’autorità dello Stato, ma per meglio affermare il carattere progressivo e dinamico che lo Stato deve avere, con la sua propria capacità di intervento in campo economico e sociale, rispettoso dell’interesse di una collettività che non abdica ai valori del privato ma riconosce la funzione armonizzatrice e coordinatrice dello Stato nella vita economica, per dare ordine e stabilità all’organizzazione sociale.

Moro credeva nell’opportunità di rimarcare il valore della socialità, ma la sua concezione dello Stato non è quella di uno Stato classista, né populista, ma di impegno in una nuova democrazia italiana verso una elevazione morale e sociale. Moro fu il primo politico a credere nel valore innovativo del dialogo e dell’intesa tra cattolici moderati e socialisti; egli volle fortemente il centrosinistra perché quello che conta “non è il punto di partenza , ma il punto di arrivo, non l’equilibrio che c’è, ma quello che si farà”.

L’esperienza del centrosinistra è stata vissuta dopo come un’alleanza aperta, difficile, ma è stata vissuta con serietà e impegno e questo è un fatto storico, è la realtà di alcuni anni della vita del Paese e, ricordando Moro, potrebbe ancora essere una scelta strategica per il popolo italiano e l’attuale PD non può essere presentato come partito alla deriva, perché non è giusto e soprattutto non è vero.

Comprendere ed accettare questa lezione politica e di vita al tempo d’oggi, senza lasciarsi né distrarre né travolgere dagli eventi politici appena accaduti, è un compito terribilmente difficile. Già Moro aveva affrontato la crisi del centrismo e del centro sinistra. Già con le elezioni regionali del 1975 Moro capì che non si poteva restare imbrigliati in una formula sottraendosi all’obbligo di capire meglio i cambiamenti nel divenire, anche caotico, nella società.

Se quindi l’equilibrio sul quale si era retto il centrosinistra, si era spezzato, ieri come oggi, vuol dire che l’epoca storica del centrosinistra era ed è finita e bisogna pensare ad un’altra era repubblicana. Ieri come oggi si comprende che le trasformazioni possiedono un carattere strutturale e che i loro effetti si producono in una marcata deideologizzazione nella società, nelle relazioni fra i partiti ancora esistenti e contemporaneamente aumentano le difficoltà della mediazione politica e istituzionale in una società sempre più complessa e contraddittoria.

Ecco quindi che siamo giunti in quella fase che politici e politologi chiamano della “democrazia dell’alternanza”, fondata sul consenso elettorale e nel rispetto della logica parlamentare. Dobbiamo ancora attendere una maturazione democratica della società per respingere le spinte alla radicalizzazione della lotta politica e promuovere il dialogo tra tutte le forze politiche, perché il Paese ha bisogno di scelte chiare e distinzioni precise, ma anche di scelte aperte al confronto più vasto perché l’unità di fondo è condizione tuttora necessaria per il rinnovamento e lo sviluppo della democrazia.

In questo senso la lezione morotea contiene una permanente attualità, ma è già mutata, ma come ieri esige tuttora più che mai grande capacità di ascolto ed altezza di confronti.

Pierluigi Diso

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