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L’insostenibile leggerezza di un ente poco parco. Dossier Legambiente su ente Appennino Lucano-Val d’Agri-Lagonegrese

"Nomina di un presidente competente, allontanamento immediato del direttore illegittimo, ripristino della legalità"

E’ stato presentato oggi, 17 marzo 2018, in conferenza stampa a Potenza, alla presenza di rappresentanti nazionali e regionali di Legambiente il Dossier sulla gestione dell’Ente Parco nazionale dell’Appennino Lucano-Val d’Agri-Lagonegrese al centro di una serie di contestazioni sul suo operato da parte della Corte dei Conti, oltre che protagonista di altri casi giudiziari e abusi gestionali che la stessa associazione ha più volte segnalato al Ministero dell’Ambiente.

L’occasione è stata colta anche per fare il punto sull’azione e gli effetti prodotti sul territorio dal Parco in questi primi 10 anni di vita secondo l’ottica di un’associazione ambientalista come Legambiente che con ostinazione per anni si è battuta per l’istituzione di quest’area protetta, convinta della funzione strategica che il Parco avrebbe potuto esercitare in termini di sviluppo sostenibile, oltre che di protezione ambientale in un’area interessata da forti contraddizioni dovute alla compresenza di attività di estrazione petrolifera. In questo contesto il Parco assume un ruolo rilevante in relazione alla scelta politica di far convivere l’area protetta con un’attività intensiva di estrazione petrolifera.

Parco e petrolio sono incompatibili ma devono convivere per scelta politica. Così hanno deciso gli amministratori locali ed i governanti nazionali, nel momento in cui alle ragioni della tutela della biodiversità e di un futuro sostenibile, ha prevalso la ragion di Stato e il portafoglio dei petrolieri che continuano, ancora oggi, a sfruttare le risorse della Val d’Agri in conseguenza degli accordi tra Stato, Regione ed ENI del 1998 che a nostro avviso va messo in discussione oggi più di ieri.

Lo sfruttamento della risorsa petrolifera, infatti, ha comportato il pagamento di un pesante dazio ambientale, sia in termini di riduzione della superficie protetta che per il ritardo causato all’istituzione stessa del Parco (16 anni), ma anche per la negativa influenza che esso ha generato sulla governance dell’Ente che, fin dall’inizio, ha agito come se gestisse un campo petrolifero anziché un’area protetta.

Nel Dossier Legambiente garantisce il proprio contributo di analisi e approfondimento, rilevando criticità e stimolando riflessioni volte a favorire evoluzioni virtuose possibili, su un esperienza territoriale emblematica in quanto a promesse di sviluppo mancate ed ambiguità di scelte strategiche, ma soprattutto per la inadeguata gestione dell’Ente stesso.

Legambiente ha presentato alla stampa il lavoro realizzato, con l’obiettivo di riportare all’attenzione dei protagonisti locali– cittadini, amministratori, decisori politici e operatori del territorio – una enorme opportunità per lo sviluppo locale, ancora troppo poco valorizzata, se non del tutto negata.

In Italia le aree protette, in molti casi, hanno saputo legare in maniera feconda la conservazione della natura allo sviluppo sostenibile, ed hanno promosso concretamente la green economy conquistando consenso diffuso in territori di pregio, coinvolgendo nella scommessa i più capaci amministratori, agricoltori, pescatori, operatori del turismo e quanti hanno voluto affrontare la sfida della modernità, contribuendo ad invertire la rotta in territori altrimenti segnati da marginalità e spopolamento. Nei Parchi risiede un capitale di straordinaria importanza su cui puntare per creare lavoro qualificato e per valorizzare i territori, per garantire occupazione e favorire buone pratiche di sostenibilità e sostegno alle produzioni di eccellenza nel settore agro-silvo-pastorale, nell’orizzonte della riduzione del consumo di suolo, della gestione forestale sostenibile e dello sviluppo del biologico come modello agricolo.

Il Parco Nazionale dell’Appennino Lucano-Val d’Agri-Lagonegrese fino ad oggi non ha saputo (o voluto) essere nulla di tutto ciò. Non ha rappresentato, cioè, per quell’area così delicata, uno strumento moderno di gestione del territorio e una avanguardia culturale capace di promuovere uno sviluppo effettivo e duraturo attraverso la difesa dell’ambiente naturale ed il recupero ed il mantenimento dell’identità e della forte vocazione rurale e turistica di quei territori.

Il Parco non può essere la panacea dei tanti e seri problemi in termini di sviluppo che affliggono il territorio, ma ha il dovere di rappresentare un’opportunità straordinaria per questa parte della Basilicata interna. Ma per diventare realmente una opportunità per il territorio, è necessario un atto di coraggio a favore del Parco. Occorre una scelta decisa, una svolta politica chiara e netta a favore di un Parco “vero” che deve avere come missione la costruzione di un modello preciso di sviluppo locale, incentrato sulla sostenibilità delle scelte e sulla conservazione della natura, perché solo una forte azione di tutela garantisce uno sviluppo vero e solido.

Dopo tanti anni di attesa, durante i quali abbiamo visto consumarsi aspettative e false opportunità attorno all’illusione dello sviluppo a base di pozzi petroliferi, non è più il tempo di soluzioni ambigue: il Parco può e deve rappresentare la vera compensazione ambientale all’esperienza petrolifera per questi territori, lo strumento per promuoverne la forza e l’identità, recuperando il rapporto di fiducia con le popolazioni e costruendo scenari di sviluppo attorno al grande patrimonio naturalistico, paesaggistico e culturale custodito in quei luoghi.

Ma per provare a fare tutto ciò serve sensibilità e competenze del tutto assenti nell’attuale declinazione di Ente Parco, frutto della lottizzazione partitica e della pratica amministrativa illegittima.

Per rilanciare il Parco, è urgente creare un rapporto empatico con il territorio, presupposto essenziale per contribuire a recuperare una percezione diffusa delle reali potenzialità del territorio, favorendone al contempo l’innalzamento della qualità complessiva dell’area: qualità ambientale e agroalimentare, servizi diffusi e di prossimità, reti di comunicazione, mobilità, ricerca e innovazione. E’ perciò fondamentale mettere in campo una vera innovazione, in grado di apportare un reale progresso sociale ed economico del territorio; pensare a favorire lo sviluppo di una mobilità nuova, pubblica e privata, delle reti digitali, delle fonti energetiche rinnovabili, verso un modello di ‘democrazia’ energetica e di salvaguardia del paesaggio – insieme con lo sviluppo di nuove attività afferenti all’economia circolare.

Legambiente Basilicata