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Il Ministro Di Maio chiamato ad incentivare nuovamente il solare termodinamico

"Che senso avrebbe parlare di “economia verde” incentivando progetti indirizzati a far sparire il verde rimasto sul nostro territorio?"

Si apprende da organi di stampa che l’Anest (Associazione nazionale energia solare termodinamica) ha recentemente chiesto al nuovo Ministro dello Sviluppo Economico, Luigi Di Maio, “di prendere in mano in tempi rapidi la situazione ed emanare in tempi brevi un nuovo Decreto FER che contenga una parte dedicata al solare termodinamico, per non far morire un comparto ad alta tecnologia e innovazione, fiore all’occhiello del Paese”.

L’Associazione Anest ricorda al neo Ministro che “l’utilizzo dei sali fusi come fluido termovettore, presenta numerosi vantaggi: non sono inquinanti, non sono pericolosi, raggiungono una temperatura più alta di altri fluidi e durano per l’intera vita dell’impianto”.

A fronte dello scombinato e fallimentare tentativo di realizzare, in Basilicata, un impianto con tecnologia solare termodinamica, così devastante da rischiare di compromettere un’estesa area agricola di oltre 226 ettari, ci sentiamo di aggiungere alcune informazioni alle ambigue affermazioni sulla tecnologia termodinamica.

Si ricorda che l’impianto solare termodinamico, previsto in Basilicata, era tutt’altro che innocuo, o per usare un’espressione dell’Anest “non pericoloso”. Si trattava, infatti, di un impianto della potenza elettrica di 50 MW sottoposto alla Direttiva Seveso III, in quanto attività a rischio di incidente rilevante, che ha subito il 31 marzo 2016 l’inevitabile archiviazione dell’istanza di V.I.A. e dell’istanza di autorizzazione alle emissioni di inquinanti in atmosfera quali fenolo, benzene ed ossidi di azoto.

L’Anest parla di sali fusi come fluido termovettore, ma evita di precisare che in Basilicata l’impianto previsto avrebbe utilizzato oli diatermici ricorrendo ai sali fusi solamente per immagazzinare calore.

L’impianto in questione, così come altri previsti nella Regione Sardegna, sono da ritenersi ad alto impatto ambientale con enorme consumo di suolo agricolo e con l’aggravante di non essere interamente rinnovabili per l’enorme consumo di gas metano quale fonte non certo rinnovabile.

Impianti che non andrebbero considerati come rispettosi del territorio, dell’ambiente e della salute dei cittadini. Il buon senso vorrebbe che enormi progetti andrebbero concepiti in aree desertiche, o comunque in aree degradate, e non in aree agricole ad alto pregio e particolarmente antropizzate come spesso, molto spesso, si è verificato in Italia. Gli impianti termodinamici, spesso pubblicizzati, sono quelli statunitensi o marocchini, collocati in aree desertiche: mega impianto termodinamico della California “Ivanpah” nel deserto del Mojave ed impianto “Noor” nel deserto a sud della città marocchina di Ouarzazat. Collocare tali impianti in aree agricole non rappresenta unicamente un problema di forte impatto sul territorio, ma anche intollerabile esposizione a rischi di incendi ed esplosioni.

In Basilicata, purtroppo, tra le tante assurdità, veniva presentato un impianto solare termodinamico di prima generazione che prevedeva l’utilizzo di migliaia di tonnellate di oli diatermici nei ricevitori e nei collettori. È importante precisare che il problema dei termodinamici (CSP) non viene affatto risolto con la sostituzione dell’olio diatermico mediante sali fusi, cosiddetti impianti di ultima generazione. Tali impianti, pur non prevedendo l’utilizzo di oli diatermici, continuano ad essere considerati attività industriali da sottoporre alla Direttiva Seveso poiché i sali in questione, in quanto comburenti, vengono utilizzati in quantità superiori al limite delle 50 tonnellate quale soglia prevista dalla normativa.

Qual è la quantità di sali fusi utilizzati nell’impianto termodinamico in Basilicata? 38.000 tonnellate oltre 2.100 tonnellate di olio diatermico (limite soglia 500 tonnellate). In Sardegna vi sono altrettanti impianti solari termodinamici che non utilizzano oli diatemici e sali fusi, ma unicamente sali nell’ordine delle decina di migliaia di tonnellate tali da renderli comunque attività da sottoporre alla più volte citata Direttiva.

Il lettore potrebbe chiedersi: esistono in Italia altri impianti alimentati da fonte rinnovabile, annoverabili nel settore delle “energie pulite”, ma classificati tra le attività a rischio di incidente rilevante? Non ve ne sono! Solo i solari termodinamici (CSP) di grandi dimensioni, anche se utilizzano unicamente sali fusi, sono soggetti alla citata Direttiva.

Ci sarebbe da scrivere pagine e pagine per la mancata informazione da parte di chi vorrebbe far apparire come luccicante ciò che non luccica affatto, almeno in Italia. Ci limitiamo a fare un po’ di informazione sui sali fusi di cui spesso si parla facendo credere che rappresentino un’importante innovazione rispetto all’utilizzo degli oli diatermici, purtroppo utilizzati nell’impianto presentato in Basilicata. Si tratta di sali al 60% di nitrato di sodio (NaNO3) e al 40% di nitrato di potassio (KNO3). È noto che le acque ricche di sali e di sodio degradano i suoli, in quanto ne determinano la salinizzazione e la sodificazione riducendone sostanzialmente la fertilità e quindi la produttività. Entrambi i sali utilizzati, nitrati di sodio e nitrati di potassio, possiedono un’elevata solubilità in acqua che consentirebbe loro una rapida diffusione nella matrice suolo ed eventualmente nelle falde acquifere sottostanti.

È intuitivo comprendere che un accidentale sversamento di sali fusi, concomitante al verificarsi di precipitazioni meteoriche di una certa intensità, rappresenta un impatto ambientale significativo sia nel caso di sali fusi che solidi. È chiaro che anche i concimi contengono i nitrati, ma è facilmente comprensibile che le quantità di cui stiamo parlando per un solare termodinamico (CSP) sono elevatissime se volessimo ingenuamente, o forse in malafede, paragonarle alle ridotte quantità usate nella concimazione. Il rischio della contaminazione dei nitrati, in seguito a sversamenti da parte degli impianti termodinamici, è tutt’altro che remota se si considera che la falda acquifera, nel caso dell’impianto presentato in Basilicata, è presente a pochi metri dal piano campagna e, evidentemente, ci troviamo in aree per nulla desertiche.

Le Rinnovabili sulle quali puntare, a nostro avviso, ci sono, ma non andrebbero certo concepite tramite megalomani impianti che non abbandonano l’utilizzo di fonti fossili, come il gas metano, per insufficiente irraggiamento solare. La politica delle rinnovabili deve passare dal rispetto del territorio altrimenti si rischierebbe di commettere gli stessi errori verificatisi con il petrolio: avvantaggiare spropositatamente le lobbies dell’energia senza ricadute tangibili per la collettività, con l’aggravante di causare un reale impoverimento ambientale, sociale ed economico.

In conclusione, si ricorda il convegno scientifico sul consumo del suolo, intitolato: “Recuperiamo terreno – Politiche, azioni e misure per un uso sostenibile del suolo” tenutosi a Milano nel 2015. Temi chiave del convegno furono il consumo ed il degrado del suolo dovuti all’impermeabilizzazione per edificazione o costruzione di opere e infrastrutture, nonché all’erosione, alla contaminazione, al dissesto idrogeologico, al perdita di biodiversità e alla perdita della capacità del suolo di accumulare carbonio. Problematiche che comportano impatti rilevanti sul paesaggio, sull’ambiente, sulla salute dei cittadini e su tanti aspetti della nostra vita, come ad esempio la produttività agricola, la dipendenza alimentare, la qualità delle acque potabili, eventi franosi e alluvionali, servizi turistici, eredità culturale, valori identitari riposti in quel preciso ambiente e in quel preciso paesaggio.

È proprio in questo quadro tematico risulta essere estremamente importante che la ricerca scientifica ed il lavoro di difesa delle territorio, messo in campo dalle associazioni nazionali e locali, lavorino insieme anche per diffondere un’informazione completa che accenda i riflettori sulla gravità del problema, presente e futuro, sulla necessità di norme meno ambigue e sulla necessità che quelle esistenti non vengano eluse nell’indifferenza, o peggio con la complicità, di coloro i quali sono preposti al governo e quindi alla difesa del territorio. Si invita a leggere, a quanti vorrebbero approfondire il tema il seguente lavoro intitolato “Esigenza energetica della collettività Vs. salvaguardia del suolo agricolo e tutela paesaggistica: il caso del solare termodinamico in Basilicata” di D. Cancellara e M. Pasquino, pubblicato negli atti del Convegno “Recuperiamo terreno”, Vol. 2, pp. 367 -381 (v. allegato).

Va benissimo il solare sparso sul territorio, ma non su terreni coltivabili! Che senso avrebbe parlare di “economia verde” incentivando progetti indirizzati a far sparire il verde rimasto sul nostro territorio?

Donato Cancellara, ingegnere Associazione VAS per il Vulture Alto Bradano