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Il 900 in posa a Marsico foto

Un percorso in bianco e nero, restaurato con maestria

Raffaele Azzato, servendosi della preziosa consulenza grafica di Maurizio Larocca, ha prodotto questo volume “1900-1999.Tracce di storia” ( Zaccara, 2018), per conto del Comune, libro che ci arricchisce di immagini e che ne ristampa solo in parte molte dalle “Foto regesta” di Mario Vignola (1997). Rispetto al brillante precedente, tutto a colori, “Marsiconuovo, paesaggi dell’anima” (con foto di Emiddio Votta e altri, 2012) questo di Larocca-Azzato, nel sindacato di Gelsomina Sassano, è un percorso in bianco e nero, restaurato con maestria ma richiedente una riflessione da parte del lettore.

La continuità delle ’ forme del paese’ e la percepita differenza, con necessaria cementificazione dal 1970 e dalla spinta della modernizzazione, sobbalzano nel cuore del lettore; tanta continuità e tanta differenza, si pensa ed ecco partire il gioco delle identificazioni dei negozi, delle persone e del vestiario, dei lavori, l’esibizione cangiante della piazza, i volti sospesi verso l’obiettivo, la decorosa povertà di un ‘albergo e trattoria impero’ nell’angolo d’una foto. Poco fascismo, per fortuna ( ma quanto ne circolava nella mentalità?); maggiore esibizione della tecnologia automobilistica, con quelle, otto, automobili a celebrare una laurea del 1935.

Molta continuità ancora fino al 1970: Fiat 500,600 e giardinette. Un Viale R. Margherita (perché tanta retorica postrisorgimentale nella toponomastica?) ancora ‘extra-moenia’, con alberi e campagna. Una chiesa di San Gianuario tutta imbiancata, che espone vetustà solo dal portale, ma poi ecco in altra foto la facciata messa a nudo con la fabbrica (ottocentesca?). E poi due splendide facciate del s. Michele, col rifatto ed alleggerito campanile romanico; l’architrave con foglie intrecciate che mostra geometrie consolidate fra i maestri dei portali (si rinvia agli analoghi, come a Calvello). Largo Seminario del 1970 con l’auto che segnala ancora l’attività artigiana del legno in primo piano ed una buona tenuta dell’episcopio, stravolto dal sisma del 1980.

Notevoli per testimonianza (e parallelismi con la riaperta concattedrale, dal 2017) le foto dell’interno della S. Giorgio, con l’arredo in legno, le cappelle a specchio, le volute dell’abside, il baldacchino e la concezione preconciliare dell’altare, sormontato dal crocifisso e circondato dagli stalli. Molto austero e sfiancato dall’abbandono il campanile di s. Francesco con croce e mura cadenti, come era nel 1940, dopo un secolo e mezzo dall’espropriazione. Evidenti per dissimiglianza anche le belle foto di s. Maria e del Monastero delle Donne Monache-palazzo Manzoni nel 1960, con le Raje incolte e sassose, territorio che pure fu oggetto di contestazione giuridica fra il Monastero ed i sindaci dell’Universitas lungo il Settecento, quando s’avviò l’erosione della statica manomorta ecclesiastica.

Gotica e romantica la foto dei ruderi del castello dei Sanseverino e rocchetta difensiva e d’appostamento a dominio della valle (ricostruibile o evidenziabile per il futuro?), con destino diverso dall’ancora vivido castello di Brienza caracciolesco. Resta da soppesare perché qui la forma ‘castello’ resti così poco strutturata, per una dinastia che pure aveva finanziato il complesso della Certosa paduliana e le chiese con tombe egregie in Diano (ma non qui nella sede di contea). Intorno al 1960, forse da mio padre Michele sindaco Lotierzo, fu venduta all’aviglianese eccitato Santarsiere, lavoratore e mercante delle pietre, che smontò parte della rocchetta e ne rivendette le pietre per le richieste edili del paese.

La foto del 1925 del Patrono (che resta, nei decenni, l’icona sociale più gettonata ) – con bella resa di M. Larocca – ci presenta un clero ancora accorsato se non numeroso, con sedici suore, inserito fra la minuta banda e la forza religiosa popolare che esplode dal cinto di candele, che esprime l’empatia per il santo, vigile protettore della comunità contro il male del mondo vitale. Più accorsata ancora la festa del 1950 (‘annus mirabilis’) in cui la piazza strapiena e incendiata viene osservata dallo sguardo caldo e presuntuoso dei balconi, che uniscono le linee di sana e momentanea confusione sociale – è questo il corpo vivente della comunità operante -, imbruttita solo dal simbolo neofascista, che era ancora lì a suggerire un’area di permanenza di mentalità conservatrice, da discutere, essendo il balcone più a sinistra quello da cui era solito comiziare il PCI, mentre la DC sceglieva casa Razza, quella dell’aereoplano e delle mongolfiere.

Nella foto del 1960, si è al Municipio, superato l’attimo, forse, di ‘inchino’ verso palazzo Pignatelli (inchino ora attenzionato, altrove, per usi di sottomissione mafiosa), che, di fatto, anche con esplosione pirotecnica e breve, qui soleva segnalare l’ossequio al potere politico del momento e ricordare soltanto che la festa del Patrono venne e veniva tutta fondata, voluta e pagata dall’ ‘Universitas’ cinquecentesca, promossa da quella borghesia ecclesiatico-feudale, esemplificata nei Capano-Barrese, che pure con tale culto si staccò dalla precedente forma feudale bassomedievale ( legata al culto di s. Michele longobardico o s. Giorgio normanno). Molto interessanti, specie per i confronti, le foto di Paterno, in cui più ha operato il parziale stravolgimento dell’urbanistica, ma con chiara resa dell’individualismo proprietrio delle case, che s’affiancano ma restano, specchio dei caratteri, familiari, in terreno spezzettato e conteso. E poi ecco la Madonna del Carmelo (1954), culto mariano che si diffuse e moltiplicò negli anni Cinquanta (le Madonne pellegrine per le case, con accentuazione anticomunista) ma che venne riproposto fino a Woytila ed oltre. Nel volo dell’angelo, ecco la pubblicità della birra (‘Chi beve birra campa cent’anni’), a segnalarci la lotta commerciale ingaggiata contro il vino e la modifica da cantina a bar sport per il luogo d’aggregazione, per lo più maschile.

Centinaia di volti s’affollano in questo libro, che è un bel libro di uomini più che un volume di paesaggio (come fu, invece, più l’altro). O degli uomini nel contesto del territorio. O una decisa umanizzazione degli spazi. Notevoli le foto di Pergola, che è un omogeneo e combattivo borgo di Marsico, cui andrebbe dedicato un volume a parte, che sappia mescolare antiche foto e immagini attuali della sistemazione svizzera del territorio, tanto è operante l’acculturazione degli emigranti rientrati dopo il sisma e tanto decisa e forte è l’identità della frazione, appartenuta ai Pignatelli assenteisti e segnata da quelle organiche masserie sparse, in un altopiano difficile ed anomico, che la scrittura di Monica Cirigliano ha evidenziato con buona luminosità. (Penso ad un volume come ‘Gianrossa’ di M.R. Romaniello). I festeggiamenti a Pergola sia per la festa degli alberi e sia per l’amato giovane S. Vito, protettore contro l’encefalite e le malattie trasmesse dai cani, evidenziano sia la vasta navata della chiesa, dalla facciata rustica ma dominante, sia legna, bici e sia le studentesse, qui partecipi, dalla piantagione, con gli insegnanti e sindaco piccolo-borghesi, ma fusi nell’ambiente rustico ma civile, bene ordinato e con quella pulizia e correttezza che distingueva la miseria della Basilicata.

E poi la banda ‘sckattosa’ e il vestiario a festa che non maschera le funzioni. Tutte confermate, queste, nella foto del 1950 sul ‘teatro in piazza’ in cui la folla è a cerchio intorno al palco su cui si esibiranno i preadolescenti dell’Elementare, con il sacerdote organizzatore; anche il teatro è un rituale, da eseguire ma anche da controllare ; mentre il vescovo Bertazzoni è seduto fra cinque del ceto dei professionisti e mentre le popolane chiudono la scena, in fondo a destra; al centro la pubblicità di Marga, crema per le scarpe, al lato, Cinzano. Il passeggio dei bambini, al lato, è tutto gestito dalle donne. Il clero e il corpo degli insegnanti elementari sembrano svolgere la maggiore istituzione di socializzazione, con, in tono minore, qualche forza dell’ordine. Seguono le immagini dei cortei funebri, che andrebbero commentate con le pagine sul pianto rituale di E. De Martino. Decisamente popolari le immagini dell’inaugurazione della stazione ferroviaria, che avrà la durata d’una breve vita umana (1927-1970) ma evidenziano bene l’intreccio fra fascismo e politica dei lavori pubblici, in continuità col giolittismo; fra elementi di tecnologia , il treno diesel, e quotidianità rurale; fra curiosi stanziali e viaggiatori con due valigie, di cartone rafforzate con lo spago.

Dal ciclo del lavoro maschile, con le foto delle fontane e dell’acqua incanalata, ecco apparire il lavoro femminile, il momento delle lavandaie e mamme operose, ora piegate ora dritte ed avviate a diverso vestiario, con intreccio amicale di mani. Splendido il gruppo del musicanti di Galaino (1942) e utile quella del diffusore di bando per l’arrivo di merci al mercato. Ed ecco i ramai, i calderari, con l’esposizione delle pentole per il fuoco domestico, che lavoravano su commissione e che venivano da centri come Rivello. I fotogrammi di lavoro contadino continuano ad evidenziare una scarsa tecnologia, il lavoro delle braccia, e quella comunità uomo-animale (asino-capra), con salto innovativo con la trebbiatrice che dal 1956 verrà ad integrare la forza lavoro, ancora in un rapporto stretto col soprannaturale, testimoniato dal bonario sacerdote. Seguono foto di matrimoni, molti di Pergola; in uno affiora il cibo ed il vino, in attenta preparazione del banchetto a celebrazione degli auguri di prosperità. Ancora molte immagini di lavori pubblici, con il paese che si arricchisce di pavimentazione, di muri di sostegno e di fognature e canaline d’acqua potabile e lascia affiorare la vita politica, forse l’impegno di spesa era in mano alla Cassa per il Mezzogiorno. Nell’ultima, il sindaco comunista Cantatore, con bastone e giornale, attende che dal camion venga fatta scendere la croce, che sarà posizionata su monte Cognone, al termine e ricordo d’una evangelizzazione (estate 1960). Il senso dell’art. 7 della Costituzione è pienamente rispettato e il paese accetta ed invoca superne benedizioni. Ed attende il turista che venga a vivificare il borgo, che sa esporre le sue profonde radici in lodevoli pagine illustrate.

Antonio Lotierzo