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Marcello Pittella deve dimettersi, nonostante il tempo sia scaduto

Aderire all’appello alle dimissioni del M5S ci aiuterebbe a salvare almeno la reputazione dei lucani

Nei Paesi dove l’etica pubblica ha ancora un senso, i politici si dimettono per quelle che in Italia e in Basilicata, sarebbero sciocchezze.

Rhodri Glyn Thomas, esponente del partito nazionalista gallese, ministro della cultura del Galles, nel 2008 si è dimesso perché beccato a fumare un sigaro in un pub dove era vietato fumare. La leader dei socialdemocratici svedesi, Mona Sahlin, nel 1995, si dimise perché due confezioni di cioccolato svizzero apparivano nella lista di acquisti fatti impropriamente dall’allora vicepremier di Stoccolma con la carta di credito riservata alle spese di servizio. Oltre ai dolciumi, la Sahlin aveva comprato pannolini, sigarette e altri prodotti.

Il ministro della Difesa tedesco Karl-Theodor zu Guttenberg, stella nascente della Cdu si è dimesso per avere copiato la sua tesi di dottorato. Nel 2011 Seiji Maehara, ministro degli esteri giapponese, si dimette, reo di aver accettato 500 euro da una vecchietta che si è scoperto poi essere cittadina sudcoreana (la legge lo vieta per evitare interferenze straniere nella politica nazionale). La segretaria di Stato britannica nel 2009 si dimette per aver addebitato ai contribuenti 67 sterline per due film porno acquistati dal marito. C’è anche chi si è dimesso per aver preso una multa per eccesso di velocità e aver dichiarato che alla guida c’era un’altra persona.

Anche in Italia ci sono degli esempi “virtuosi”, rari, molto rari, ma ci sono. E’ il caso dell’ex ministro Lupi, dimessosi perché il figlio aveva accettato in regalo dalla famiglia Perotti un Rolex. Josefa Idem, ex ministro dello sport nel governo Letta, si dimise per quattro anni di Ici non pagata su quella che veniva fatta passare come seconda casa e ristrutturazioni abusive sulla stessa abitazione. E’ il caso dell’ex ministra Guidi, dimessa per presunte illecite interferenze del suo compagno negli affari ministeriali.

Qui in Basilicata, al contrario, nonostante la Corte dei Conti ti condanna anche in appello a restituire rimborsi non dovuti, alle dimissioni non ci pensa nessuno. Qui in Basilicata, anche se sei agli arresti domiciliari per gravi accuse, alle dimissioni non ci pensa nessuno. E’ il caso di Pittella che anziché suscitare l’indignazione dell’opinione pubblica, diventa motivo di solidarietà da parte di alcuni sindaci. A parte l’opportuno appello lanciato dal M5S per bocca del suo candidato presidente Antonio Mattia, l’indignazione dell’opinione pubblica appare troppo silenziosa.

Forse perché è meglio avere un politico con i nostri stessi vizi, che un politico diverso da noi. Preferiamo politici che nelle istituzioni replicano i nostri stessi difetti civici, li sentiamo più vicini, più amici, più “amorevoli”? E’ quello che probabilmente provano alcuni sindaci. Vorremmo essere furbi e cinici come quei politici e funzionari che, condannati in via definitiva, continuano la loro vita pubblica e professionale come se nulla fosse accaduto? Siamo ancora a questo punto noi lucani? Speriamo di no.

Questa volta si tratta del presidente della Regione. Il quale avrebbe il dovere di dimettersi, nonostante la fondatezza o meno delle accuse a suo carico. La Basilicata ha un presidente, sebbene sospeso, carcerato. Paradossale. Tanto paradossale che ormai le dimissioni ritardate non servirebbero a ripristinare la sua reputazione politica. Pittella si sarebbe dovuto dimettere immediatamente. Sarebbe stato un gesto di saggezza politica, di maturità democratica, di onestà intellettuale.

Aderire all’appello del M5S ci aiuterebbe a salvare almeno la reputazione dei lucani.