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Perché la mala politica saccheggia la speranza e distrugge il futuro?

Quando la Basilicata sarà la nostra casa, la casa di tutti, allora le cose cambieranno

Quando la base sociale del consenso è di scarsa qualità anche i politici eletti lo saranno. E i politici eletti di scarsa qualità nomineranno dirigenti di inadeguata competenza e professionalità. E quando il personale dirigente, tecnico, amministrativo è di qualità, viene relegato in lontananza, perché l’ignorante con un ruolo politico vince sul competente con un ruolo di direzione. E l’ignorante con il ruolo politico si circonda di incompetenti con un ruolo di direzione. E’ un circolo vizioso, una dannazione che colpisce questa regione da decenni. Alla base c’è un pubblico senza opinione, un pubblico di tifosi, che usa metri di valutazione corti, cortissimi. Non un popolo ma una popolazione di interessi particolari. La Basilicata soffre questa condizione.

Una condizione che limita la possibilità di costruire visioni e che, al contrario, sviluppa un conflitto tra punti di vista. E quando un’organizzazione politica prova a fornire una prospettiva di futuro per la Basilicata cade nell’errore di considerare la Visione niente altro che una somma dei punti di vista, i suoi e quelli dei suoi potenziali elettori. Così non funziona.

Il “cittadino”, nella sua unità indivisa, nella sua totalità di soggetto umano, politico e sociale, è stato sempre nell’ombra. La scena pubblica, al contrario, è appartenuta al disoccupato, al lavoratore, all’utente, al paziente, al commerciante, all’agricoltore, all’imprenditore, e così via. Variamente rappresentato dai politici eletti e dalle molteplici istanze corporative o sindacali a difesa di “nano interessi” particolari.  Per lungo tempo abbiamo inseguito interessi materiali immediati, individuali, corporativi, invece che l’interesse generale. E’ così che le questioni fondamentali dello sviluppo passano in secondo piano rispetto alle “ragioni proprie della sopravvivenza”. E’ così che lo scambio sociale su basi economiche diventa perdente per la Basilicata e vincente per le compagnie petrolifere. Lavoro in cambio di inquinamento. Distruzione del patrimonio naturale in cambio del reddito minimo. E’ come svendere gli ori di famiglia per sopravvivere. E’ così che il voto di scambio diventa “struttura democratica” che uccide la libertà e la partecipazione. E’ così che la mala politica saccheggia la speranza, distrugge il futuro. E’ così che ci incatenano nella scelta tra salute e lavoro, tra agricoltura e petrolio, tra vivere e sopravvivere. Questa regione ha dunque bisogno di produrre e accumulare ingenti quantità di capitale sociale o, se volete, di capitale civile. Senza il quale le parti sane della Basilicata continueranno a fare le fatiche di Sisifo.

L’illusione di Scanzano

Scanzano 2003 non fu una manifestazione con una visione di futuro ma una protesta generata dalla paura. A sfilare non c’era un popolo ma una popolazione. E’ tutta qui la differenza che non dovrebbe sfuggire agli analisti sociali. Il rischio reale di una trasformazione radicale dell’economia e della vita quotidiana di un intero territorio spinse (costrinse) le persone a scendere in piazza. La paura di perdere la salute, di perdere il valore delle aziende agricole e delle potenzialità turistiche è stata la scintilla che ha fatto scoppiare la bomba pacifica della protesta. Una somma di interessi individuali, famigliari, aziendali ha prodotto l’opposizione della gente al provvedimento governativo che voleva a Scanzano il deposito unico nazionale dei rifiuti nucleari. A quella paura si sono aggiunti i timori e le angosce di una classe politica che vedeva calare a picco il consenso. Alla protesta, dunque, si sommarono le insistenze dei parlamentari e dei politici lucani di tutti i partiti affinché il governo Berlusconi bloccasse il provvedimento. Ci fu un calcolo politico. Se si fosse realizzato il deposito un’intera classe politica regionale avrebbe perso irreparabilmente il consenso elettorale. Sarebbe scomparsa. L’interesse nazionale fu sacrificato all’interesse elettorale dei politici locali. Il dietrofront del Governo avvenne per la protesta delle popolazioni, originata dalla paura. E avvenne per l’insistenza dei politici lucani, determinata dalla paura di perdere il consenso. Al centro della vicenda di quelle settimane c’è dunque la paura. Chi attribuisce a quella marcia dei centomila un contenuto di alto valore civico forse non ha tutte le ragioni. Sarà la storia degli anni successivi al 2003 ad insinuare il dubbio che Scanzano sia stata una grande manifestazione di cultura civica, di partecipazione di popolo in difesa del bene comune.

Prima di allora e dopo di allora, infatti, assistiamo allo scempio del territorio, alla distruzione del nostro patrimonio idrico, forestale, agricolo, paesaggistico, archeologico senza che ci sia una sollevazione  popolare. E questo perché tutto quanto accade a nostro danno appare lontano, distante, di là da venire. E’ come un film in cui gli attori sono anche spettatori passivi, incapaci di applaudire e altrettanto incapaci di fischiare. Perché solo se sentiamo minacciati i nostri immediati interessi, solo se vediamo la dinamite con la miccia accesa nel nostro cortile, solo allora siamo capaci di scendere in piazza, di usare ogni mezzo per difenderci. Solo allora, perché il nostro interesse, “le zucchine del nostro orto”, il tetto della nostra casa sono in pericolo. In tal caso ci aspetteremmo una bella manifestazione, anche spontanea. Una manifestazione di interessi infilzati nello spiedino dell’egoismo familiare. Se vogliamo dare un futuro ai nostri figli dobbiamo decidere che la nostra casa, quella da difendere, da tutelare, da salvaguardare è la Basilicata.