Basilicata24 - Il quotidiano online di inchieste, approfondimenti e notizie di politica, cronaca, economia, cultura, ambiente, sport - Il quotidiano online della Basilicata dedicato a notizie di politica, cronaca, economia, cultura, sport

Viene prima il diritto al lavoro o il diritto alla salute? foto

E’ la domanda che Terenzio Bove pone in un suo post su Facebook. Provo a dare una risposta

C’è la storia di Giovanni, che lavora in una miniera, otto ore al giorno e turni di notte. “Fisicamente ti annienta questo lavoro. Tra lavoro e sonno, mi restano poche ore per vivere la mia famiglia, i miei amici, i miei hobby, le mie passioni. Avrei voluto fare il chitarrista e guadagnarmi da vivere suonando nei locali, ma non è andata così. Comunque posso dire di essere fortunato: io un lavoro ce l’ho, il pane non mi manca.”. C’è la storia di Anna, che lavora in una fabbrica che produce mine anti uomo e dispositivi per carri armati. Otto ore al giorno e turni di notte, alla catena di montaggio. “L’angoscia di produrre strumenti di morte, spesso mi assale nel sonno. Quando alla tv fanno vedere scene di guerra, bambini morti e feriti, cambio canale. Poi penso che se quel lavoro non lo faccio io, lo fa qualcun altro. E’ un lavoro e basta. E sono fortunata.” C’è la storia di Salvatore, ex tossicodipendente, ex detenuto, che lavora, grazie ad un progetto di inserimento del Comune, nei vespasiani, pulisce i cessi. Poche ore al giorno, quanto basta per sopravvivere. “Dicono che così riacquisto dignità, vorrei vedere loro a pulire i cessi. Comunque è meglio di niente.” C’è la storia di Francesco, che lavora all’Ilva e di Antonio che lavora all’Eni di Viggiano. Tutti e due avrebbero preferito un altro lavoro. Umberto, che passa 8 ore alla catena di montaggio alla Fca, avrebbe preferito lavorare in una fattoria tutta sua.

Storie per farsi una domanda: il lavoro è un diritto o un dovere? Nella genesi 3.19 leggiamo: “Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita. “Con il sudore del tuo volto mangerai il pane”. Da qui la semplificazione culturale, sopravvissuta fino ai giorni nostri, per cui “se non lavori non mangi”. Lavorare è dunque un dovere, perché nel tempo è diventato un diritto? “Il lavoro, notava George Simmel, è innanzitutto fatica, molestia e difficoltà; di modo che, quando il lavoro non è tutto ciò, si suole mettere in evidenza che non si tratta di vero lavoro”.

Potremmo quindi affermare che quello raccontato nelle storie è lavoro vero. E se lavoro vero è, l’unico diritto che possiamo scorgere in quei racconti è “il diritto di mangiare” che, però, deriva da un dovere: il dovere di lavorare. Detto questo, molti sostengono che il diritto al lavoro non va inteso in senso pecuniario, ma come diritto a lavorare, anche per conservare la stima di sé, per mantenere la propria dignità, altrimenti diventerebbe un diritto al reddito. Su questa osservazione ci sarebbe molto da obiettare, ma per sintesi mi chiedo per quale ragione una persona dovrebbe avere il diritto alla dignità e non anche il diritto di mangiare? Ecco la prima domanda. Qui la risposta potrebbe essere semplice. La dignità non è un diritto, è di più: è il valore intrinseco dell’essere vivente umano, dato alla nascita, in quanto partecipante alla comune umanità. Il lavoro dunque, non serve a dare dignità. Dovremmo forse pensare che un uomo o una donna che non hanno mai lavorato, per scelta, o per necessità, sono privi di dignità? Vorremmo forse dire che un ragazzo con la sindrome di down acquista, o completa, il suo valore intrinseco di essere umano soltanto quando comincia a friggere le patatine da McDonald’s? Non credo.

La salute è un diritto che prescinde dal dovere di lavorare o, se volete, del diritto al lavoro. La risposta a Terenzio a questo punto è semplice ma c’è chi la rende complicata: “Tutti hanno diritto a lavorare senza che ciò metta a rischio la salute dei lavoratori e delle comunità che vivono intorno agli impianti produttivi.” Attenzione però fare un lavoro che piace è già fattore di benessere.  Essere costretti a fare un lavoro per mangiare può al contrario essere fattore di malessere che si aggiunge a tutto quanto può causare altri danni alla salute. E dobbiamo anche aggiungere che la salute ha almeno due facce: soggettiva e oggettiva. La prima riguarda i comportamenti individuali, gli stili di vita personali, la seconda ha a che fare con le condizioni ambientali (in senso vasto) del territorio che si abita. Tuttavia, le due facce sono spesso interdipendenti.

Ad ogni modo il problema posto da Terenzio Bove, che scrive dalla Val d’Agri, chiama in causa decine di variabili spesso indipendenti dalla volontà di chi vorrebbe armonizzare lavoro e salute. Variabili che riguardano il comportamento del mercato, della concorrenza, delle normative degli altri Paesi, delle politiche di crescita dei paesi emergenti. Insomma, l’assunto “lavoro e salute sono inscindibili” dovrebbe essere incorporato a livello mondiale.

Nulla vieta però ai singoli Paesi di adottare misure finalizzate se non ad eliminare, almeno a ridurre, i fattori che mettono a rischio sicurezza e salute nei luoghi di lavoro. Nulla vieta l’adozione di misure finalizzate a prevedere e dunque a ridurre o  annullare l’impatto ambientale e sanitario degli impianti produttivi sul territorio. Nulla vieta alla politica di impedire impianti estrattivi in zone abitate o a ridosso di ospedali o di Parchi naturali e di sorgenti d’acqua e così via.

Tuttavia, a conclusione di questo lungo, benché parziale e sintetico ragionamento, la mia risposta è netta. Il lavoro è un dovere, la salute è un diritto. Perciò se di diritti parliamo, la salute viene prima del lavoro. C’è di più. Potremmo affermare che la salute non è un diritto, è un archetipo costitutivo, originario, della vita di ogni essere umano, inamovibile, incontestabile, assolutamente non negoziabile. Quindi la salute è sopra ogni cosa.

La domanda di Terenzio però implica un equivoco. Mettere in contrapposizione lavoro e salute è errato. La domanda giusta sarebbe: Viene prima il profitto, la fabbrica o vengono prima la salute e l’ambiente? Prima di tutto l’ambiente e la salute. Perché il profitto è di qualcuno, la salute e l’ambiente sono di tutti. Ma la vera domanda, quella che contiene in sé una bella risposta è: Perché lavoro, ambiente e salute non sono variabili di uno stesso armonioso disegno di sviluppo?