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Gli immigrati ci tolgono il lavoro? foto

C’è una domanda alla quale soprattutto il mondo occidentale dovrà rispondere: le macchine ci tolgono il lavoro o ci liberano dal lavoro? E’ una domanda epocale la cui risposta segna il percorso che le società vorranno inseguire nel prossimo futuro

C’è una domanda alla quale soprattutto il mondo occidentale dovrà rispondere: le macchine ci tolgono il lavoro o ci liberano dal lavoro? E’ una domanda epocale la cui risposta segna il percorso che le società vorranno inseguire nel prossimo futuro.

Le macchine ci tolgono il lavoro
Alcuni pensano che a toglierci il lavoro siano gli immigrati. Se è vero, questa è una minaccia ormai impotente. Gli immigrati in prevalenza sono impiegati in lavori manuali, “sporchi”, “pesanti”. Spesso in settori nei quali comprare una macchina che sostituisce il lavoro dell’uomo costa più del lavoratore. E’ ciò che accadeva in passato in molti altri settori. Oggi però, si tratta di settori residuali, in via di estinzione. Perciò se esiste davvero una “minaccia immigrati”, si tratta di una minaccia residuale.

La vera minaccia è delle macchine che sostituiscono il lavoro umano. E questa minaccia non riguarda più solo il lavoro manuale ma anche il lavoro intellettuale. Ormai gli algoritmi sono capaci di esercitare funzioni non solo replicanti dell’umano ma con un’intelligenza superiore a quella umana. Funzioni che lentamente si stanno trasformando in “ruoli”.

E allora? Il sociologo Richard Sennett propone una soluzione: “Certo, non possiamo abolire le macchine. Ma dobbiamo ripensare tutto, introdurre quello che io chiamo “job sharing”, la condivisione dei posti di lavoro; ridefinire il welfare in modo che la gente abbia reddito e diritti sociali anche quando non lavora; riflettere su un concetto come introito base. I soldi per farlo ci sono, perfino in Italia”. Altri sociologi, economisti, politologi, propongono soluzioni simili o anche completamente diverse.

Tuttavia, è probabile che queste “innovazioni” nei paradigmi della società capitalistica, siano transitorie, provvisorie, rispondano ad una specie di emergenza lunga. Perché gli algoritmi si svilupperanno a ritmi sempre più sostenuti e le società umane non potranno inseguirli alla stessa velocità. Tra l’altro è già evidente questa distanza, mai colmata, tra tecnologia e cultura nonostante i tentativi in atto.

Dunque per essere realisti occorre ammettere che il futuro non è nel lavoro per come oggi lo conosciamo. Il lavoro non ci sarà per tutti, anzi sarà per pochi. Le macchine ci tolgono e ci toglieranno il lavoro. Tuttavia, consegneranno poteri enormi a chi, quelle macchine, le saprà produrre e distribuire e cioè ai detentori della proprietà degli algoritmi, ai creatori dell’AI (intelligenza artificiale) e ai loro finanziatori privati.

Se continueremo a perseguire la strada del lavoro per tutti, del lavoro per come lo concepiamo da un paio di secoli, le società rischiano, con la struttura economica attuale e con i rapporti di produzione attuali, di andare a sbattere. Nonostante la crescita di ricchezza avremo impennate di povertà mai sperimentate nel passato. Affronteremo crisi inedite anche con gravi conseguenze. Anche perché la ricchezza sarà sempre più prosaica, svuotata di valori etici e poetici, ristretta nel perimetro del denaro e del potere.

Le macchine ci liberano dal lavoro

L’innovazione tecnologica, lo sviluppo digitale e “l’invasione” degli algoritmi e dell’AI, ci libereranno dal lavoro? Saranno dunque i padroni degli algoritmi e dell’AI a creare ricchezza? E quale sarà il posto degli altri esseri umani nelle società dell’algoritmo digitale? Intanto va rilevato che la ricchezza prodotta aumenta e quindi aumenterà sempre di più mentre il lavoro umano per produrre quella ricchezza sarà sempre meno necessario. Dunque, estremizzando, potremo vivere tutti in santa pace senza essere costretti a fare lavori che le macchine fanno meglio di noi. Saranno gli “schiavi-robot” a lavorare per noi che nel frattempo ci dedicheremo all’ozio o, se vi pare, all’ozio creativo? Dedicheremo cioè il nostro abbondante “tempo libero” alla dimensione creativa e/o alla dimensione solidale?

La questione non può essere semplificata. La sfida sarà non solo in un’equilibrata distribuzione della ricchezza prodotta ma nella qualità della vita sociale e delle strutture sociali. Saremo cittadini utenti del Gafa allargato (Google, Apple, Facebook, Amazon e altri) e sudditi della finanza speculativa, o cittadini intelligenti in una società istruita, colta, capace, solidale?

Le tecnologie buone o cattive che siano, portano con se trappole sofisticate, spesso invisibili. Agiscono sulla seduzione, si rendono indispensabili, in modo tale che l’uomo non possa più farne a meno. Implicano un rischio di schiavitù, di dipendenza. Da questo punto di vista il futuro prossimo può riservarci una società di donne e uomini schiavi dell’AI e dunque fortemente dipendenti dai capitalisti digitali. Dunque quella liberazione dal lavoro può costare alle persone dipendenza economica e politica dal Gafa e altri, dalle tecnocrazie dell’AI. Saremo tutti vittime della manipolazione sociale per via digitale?

Il capitalismo 5.0 sta avanzando in silenzio mentre la politica e la società si lasciano trainare da questa avanzata senza accorgersene. Abbiamo masse di persone incapaci di comprendere il funzionamento di una calcolatrice tradizionale, altrettante persone che non sanno cos’è un algoritmo e che tuttavia sanno usare, grazie alle semplificazioni, aggeggi tecnologici seducenti capaci di produrre emozioni e di manipolare sentimenti e linguaggi. Noi inseguiamo senza raggiungerlo fino in fondo il 4.0 mentre loro hanno già in mente il 5.0. E quando ci avvicineremo al 5.0 loro avranno già in fase di applicazione il 7.0 e così via. Le tecnologie viaggeranno a una velocità incredibile e le società faranno fatica a stargli dietro. Ci vorranno secoli prima che le società più avanzate riescano a tenere il passo con la tecnologia.

Il capitalismo futurista, o come lo si vorrà definire, ha dunque un forte vantaggio e ha campo libero nella costruzione della società umana. Se diamo retta a Giambattista Vico, l’unica verità che può essere conosciuta dall’uomo consiste nei risultati dell’azione creatrice, della produzione. E siccome l’azione creatrice e della produzione sembra concentrarsi nelle mani di pochi tecnocrati dell’AI, saranno loro ad “illuminarci” sulla verità e saranno loro a rappresentare l’universo degli uomini sempre uguali e se stessi.
Anche gli artisti continueranno ad essere attori della creazione e della produzione. Diventeremo tutti artisti? Probabile, se le cose andranno nel verso giusto. Ma ho qualche dubbio.

Rovesciare la Storia

La politica e la società di oggi devono immaginare un rovesciamento della Storia. Che cosa vuol dire rovesciamento della storia?
Il cosiddetto progresso, se osservato da una prospettiva neo vichiana, non è altro che una serie di repliche dell’antico in chiave moderna. Sarebbe a dire che tutto ciò che l’uomo ha fatto dalle origini continua a farlo oggi e lo farà domani, con modalità e strumenti diversi ma con finalità e costruzioni di senso sempre uguali. La guerra, la ricerca del potere, della felicità, della ricchezza, l’asservimento della natura alle proprie esigenze, e così via, con tutte le conseguenze buone e cattive. La Storia si ripete mentre cambia.
Rovesciare la storia vuol dire appunto evitare che gli uomini continuino a fare ciò che hanno sempre fatto. Perché l’uomo fa più di quanto sa e spesso non sa quello che fa. La visione di un mondo tecnologicamente avanzato non può prescindere dalla visione di un mondo umanamente avanzato. Dove, cioè, l’uomo riscopra il “paradiso” delle origini e impari a costruirlo senza che vi sia una qualche entità trascendentale che domina e manipola l’umanità attraverso il potere seduttivo e ingannevole delle tecnologie applicate alle società.
I sistemi economici saranno completamenti diversi da come oggi li conosciamo. E lo sviluppo avrà a che fare molto con l’armonizzazione tra cultura e tecnologia.
Uno dei temi del prossimo futuro sarà dunque la proprietà dei mezzi di produzione dell’AI e delle tecnologie in generale. Se questi mezzi saranno concentrati in poche mani il rischio per le società di finire in una dittatura seduttiva è alto. La prima cosa da evitare sarà il rafforzamento dei monopoli o degli oligopoli, nella produzione e governo delle tecnologie.

Si porrà dunque un problema democratico che soltanto gli Stati singoli o associati potranno risolvere. Uno dei modi per risolverlo sarà l’investimento pubblico massiccio nella ricerca e nella produzione di nuove tecnologie che dovrà implicare la prevalente proprietà pubblica dei mezzi di produzione e di governo dell’AI e della creazione algoritmica. Insieme occorreranno investimenti massicci nell’istruzione, nella cultura, nelle capacitazioni individuali e sociali anche queste “tecnologicamente avanzate”.

Ciò non vuol dire che occorrerà statalizzare l’e-economy, nazionalizzare l’industria digitale ma sarà importante il controllo pubblico, la partecipazione dei cittadini ai processi di cambiamento sempre più sostenuti.
La democrazia dovrà fare un salto innovativo inedito nella direzione delle tutele delle libertà individuali, delle libertà di e delle libertà da.
Avremo bisogno di un nuovo concept di democrazia e di nuovi, rivoluzionari, sistemi di welfare.
Ne parleremo.