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Grazie di tutto neo-liberismo!

I numeri dimostrano che le politiche economiche europee aumentano la divergenza tra le economie e le diversità di trattamento tra i cittadini dell’Europa

L’Europa si accinge a verificare la manovra italiana alla luce della visione liberal – liberista dominante e dei trattati europei. Ma cosa è successo nell’Eurozona a seguito della applicazione di tale visione dalla crisi dei sub-prime (2008) ad oggi?

Nelle successive tabelle ho preso in esame sei paesi, divisi in tre coppie in funzione della situazione debitoria di partenza e di arrivo e rappresentativi di altrettanti gruppi di paesi: Germania e Lussemburgo, Francia e Spagna, Italia e Grecia.

Nella successiva tabella si vede che in Germania il reddito pro- capite è cresciuto dal 2008 al 2017 del 25% e il rapporto Debito / PIL è leggermente diminuito. In Lussemburgo il reddito pro – capite è cresciuto di quasi il 20% raggiungendo la cifra record di 92.800 euro annui (tre volte il pro – capite dell’Italia) e il rapporto debito / PIL si è mantenuto a livelli insignificanti.

Nella seconda coppia di paesi, Francia e Spagna, si osserva che entrambi hanno reagito alla crisi incrementando il livello di debito pubblico per ottenere modesti incrementi di PIL. In Francia il rapporto Debito / PIL è salito del 41% e in Spagna del 149% . Entrambi i Paesi che, ad inizio della crisi, erano vicini, come la Francia, o sotto, come la Spagna, ai parametri previsti dal Fiscal Compact se ne sono drammaticamente allontanati. Mentre in Francia si è avuto un incremento del 10% del PIL / pro – capite in Spagna, che ha visto il debito passare dal 39% del PIL al 98% , il reddito pro – capite è incrementato solo del 3%.

Nel terzo ed ultimo gruppo Italia e Grecia, ossia quei paesi che già prima della crisi avevano un rapporto Debito /PIL sopra al 100% e molto al di fuori dei parametri del Fiscal Compact. Il rapporto Debito / PIL è peggiorato in entrambi i paesi, portandolo a livelli di insostenibilità e, mentre in Italia il PIL pro – capite è leggermente aumentato in Grecia è crollato del 24%.

Tabella 1

Nella tabella che segue viene riportato invece l’andamento del Deficit/Surplus sul PIL fatto dai sei paesi dal 2008 al 2017. Come si vede dal deficit cumulato e dall’andamento dei singoli periodi solo Germania e Lussemburgo hanno potuto evitare stabilmente lo sforamento dei parametri, mentre tutti gli altri Paesi hanno dovuto fare ricorso massiccio al deficit. In particolare il deficit cumulato della Francia è simile a quello italiano, mentre Spagna e Grecia hanno fatto praticamente lo stesso ricorso al deficit. Nel 2016 e 2017 la Grecia ha prodotto un lieve avanzo, ma a che prezzo?

Tabella 2

L’ultima tabella riporta invece i costi sociali delle politiche economiche fatte sino ad ora in Europa. Mentre le persone a rischio di povertà sono diminuite in Germania e in Francia, in Lussemburgo non ci sono mai state, in tutti gli altri paesi sono aumentate e sono anche diminuiti gli occupati.

Tabella 3

Mi pare evidente che le differenze che emergono negli andamenti economici tra i vari paesi ponga dei seri problemi.

Il Lussemburgo, grazie alle sue politiche fiscali, prospera continuando ad attrare capitali. Più gli altri paesi sono in difficoltà più aumentano i capitali che da questi paesi fuggono per approdare in Lussemburgo. Sono ancora tollerabili paradisi fiscali all’interno dell’area Euro?

Il Fiscal Compact prevede un rapporto Debito / Pil obiettivo del 60% da raggiungere in 20 anni. In altri termini dovremmo avere un surplus complessivo, pagati gli interessi, del 3,5% annuo a prescindere dal ciclo economico. Quando Monti firmava il trattato il rapporto debito / PIL, che in Germania era di pochi punti sopra alla fatidica soglia del 60%, in Italia era del 123% (Monti lo aveva preso l’anno prima al 115% e lo aveva poi lasciato l’anno dopo al 129%).

Vi pare ragionevole che l’Italia possa rispettare il Fiscal Compact? Con quali politiche economiche? Con quali sacrifici sociali, visto che quelli fatti hanno avuto l’unico effetto di deprimere il PIL ( e gli italiani) e far salire il debito? Chi è perché, e sotto quali minacce e pressioni, ha messo il Paese nella condizione di essere sotto continuo ricatto per la impossibilità di rispettare il Fiscal Compact?

In uno dei paesi da me citati, la Grecia, le politiche economiche sono state fatte sotto dettatura della Troika che lì ha imperversato dal 2010 fino a qualche giorno fa. In altri termini hanno applicato esattamente le ricette liberali e liberiste che l’Europa chiedeva e che l’Europa, e anche qualcuno in Italia, vorrebbe fossero applicate anche da noi.

A parte la sospensione di ogni diritto democratico, a parte la legge sulla non perseguibilità per reati di qualsiasi tipo e natura dei funzionari della Troika fatta approvare sotto minaccia dal parlamento greco, a parte aver lasciato inalterati i privilegi degli oligarchi che continuano a non pagare le tasse e a finanziare i giornali, a parte la macelleria sociale fatta, a parte la svendita a prezzi di realizzo di patrimonio e società pubbliche, a parte il permanere di alti livelli di corruzione, che risultati si sono avuti in Grecia? Eccoli: debito pubblico e povertà alle stelle e fine della democrazia.

Forse occorrerebbe denunciare per crimini contro l’umanità la Troika per i comportamenti avuti in Grecia. Chiedo alle tante anime candide che affollano i salotti della informazione per bene, e che sentono ad ogni piè sospinto puzza di fascismo, che puzza sentono in Grecia?

La Storia condannerà il comportamento avuto da Schauble e Dijsselbloem e le riunioni in cui umiliarono la Grecia imponendo misure inutilmente vessatorie al cospetto di tutti gli altri pseudo leader europei, vigliaccamente silenti. Saranno tutti ricordati come i protagonisti della pagina più nera dell’Europa Unita dopo la seconda guerra mondiale. E non venite a parlarmi delle colpe dei Greci. Ad altri, e con colpe di gran lunga maggiori, i debiti di guerra sono stati azzerati.

Dai dati pare evidente che la politica economica europea, oltre alla Grecia, Spagna e Italia stia danneggiando anche la Francia.

Lo spread, come noto, dipende dal differenziale tra le varie economie. Dalle tabelle appare evidente che lo spread rispetto alla Germania sia sottostimato e che sino ad ora l’Italia, e altri paesi come Francia e Spagna, abbia beneficiato del Q.E. di Draghi e quindi dal livello di acquisto dei titoli dei singoli stati fatto dalla BCE. Quale è il controllo democratico sugli acquisti fatti dalla BCE? Cosa giustifica, nei fondamentali dell’economia, la differenza di spread tra Italia e Spagna e Francia?

Una ultima considerazione. In meno di un decennio, 2008 -2017, i soloni neo- liberisti hanno accumulato un terzo di debito pubblico, impoverendo il Paese, rispetto a quello che la prima Repubblica ha fatto in quarantacinque anni, 1947 – 1992, rendendo però il Paese una delle prime 10 potenze economiche mondiali.

La domanda che dovremmo porci tutti, dando per scontata la buona fede di tutti i leader e i popoli europei, è se si possano governare economie tanto diverse con le stesse misure economiche. Se si possa avere una moneta unica senza avere un debito, pur ripartito tra i singoli stati, finanziato da un unico emittente. Dovremmo chiederci anche se sia possibile che alcuni stati godano della possibilità di avere una fiscalità così agevolata e, soprattutto, così slegata dai luoghi dove si produce reddito e dove si consumano beni e servizi. Bisogna chiedersi se una moneta unica possa essere governata senza sensibilità e intelligenza sociale e democratica. Occorre chiederci se una moneta senza stato possa operare ridistribuzioni interne di ricchezze e opportunità, come fanno tutti gli stati nazionali per mantenere la propria unità.

I numeri dimostrano che le politiche economiche europee aumentano la divergenza tra le economie e le diversità di trattamento tra i cittadini dell’Europa e questo non è più accettabile perché se dovesse continuare così questa divergenza determinerebbe la fine della Comunità europea, oltre che della moneta unica. Cui prodest? Tutto ciò, e tale miopia, sta portando al ritorno delle nazioni e riproponendo ancora una volta nella storia la questione tedesca.

L’articolo è stato pubblicato sul sito scenarieconomici.it

Pietro De Sarlo