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Le questioni con l’Europa sull’economia. Alcune domande al senatore a vita Mario Monti

Fiscal compact, debito, politica economica e finanza pubblica. Le risposte necessarie

Egregio Senatore a Vita Professor Mario Monti,

purtroppo il costante clangore su aspetti marginali e inessenziali della politica, rilanciati dai media e dal ceto intellettuale, impedisce una discussione seria e approfondita su quale sia il nodo della questione con l’Europa in fatto di economia.

Per questo motivo mi permetto di porLe, divise per argomenti, alcune domande, che nessuno ha mai osato farLe.

  • Fiscal Compact

Il 2 marzo 2012, con la sola eccezione del Regno Unito, della Croazia e della Repubblica Ceca, è stato approvato il Fiscal Compact ed Ella, che all’epoca era presidente del consiglio, insieme all’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, non solo ne caldeggiò l’approvazione ma fece introdurre nella nostra Costituzione l’obbligo di pareggio di bilancio. Questo adempimento non era, in base al trattato, un obbligo ma un auspicio (primo paragrafo pag. 4 “… preferibilmente di natura costituzionale)”. L’obbligo centrale del trattato è il raggiungimento di un rapporto Debito / PIL del 60 % in 20 anni.

Quando Ella firmava il trattato questo rapporto era in Italia del 123% e in Germania di poco superiore al 60%. Per raggiungere l’obbiettivo fissato l’Italia avrebbe dovuto, a partire dal 2012, avere un surplus annuo sul PIL, anche dopo la spesa per interessi, superiore al 3%. Nel corso del suo governo il debito pubblico è passato dal 115% al 129% allontanando il Paese, in soli 2 anni, dall’obiettivo di più di 20 punti (14 di peggioramento e 6 di mancato recupero).  La manovra del suo governo, stando ai suoi effetti numerici, ha prodotto una diminuzione del PIL, oltre a forti disagi economici e sociali per i cittadini, ottenendo in sovrannumero il declassamento del rating da parte di Moody’s dopo l’approvazione del Fiscal Compact e dopo la manovra lacrime e sangue da Lei imposta.

Le sembrava realistico per l’Italia il rispetto di questo impegno? Se sì, con quali azioni di politica economica e quali misure di finanza pubblica? Se no, perché ha spinto il parlamento alla sua approvazione?

Nel Fiscal Compact è previsto che se un paese ha un rapporto Debito / PIL sotto il 60%, questo paese può avere un disavanzo strutturale dell’1%. Se lo supera invece può averlo solo dello 0,5%.

Quale è il senso di questa norma? Non Le pare che consentire maggiore capacità di disavanzo a paesi che hanno già una posizione patrimoniale e finanziaria più solida rispetto ad altri permetta, a questi stessi paesi, di fare maggiori investimenti e di garantire maggior livello di welfare ai propri cittadini aumentando così le divergenze tra i paesi della Comunità Europea? La politica economica UE non dovrebbe portare alla convergenza delle economie?

Dal 2008, nonostante la politica del rigore, e degli enormi sacrifici sociali, adottata da Lei e dai suoi successori in ossequio del Fiscal Compact, il rapporto Debito / PIL è passato dal 100% circa al 130% del 2017. In pratica il Debito pubblico è aumentato del 3,75% ogni anno. Nello stesso periodo di tempo le povertà e le disuguaglianze sociali in Italia sono raddoppiate e il PIL è rimasto sostanzialmente invariato e gli investimenti in opere pubbliche sono rimasti fermi.

Dal 1947 al 1992, gli anni della famigerata Prima Repubblica, il rapporto Debito/PIL è aumentato di 92 punti, con una media di circa 2 punti anno. A fronte di questa espansione del debito, pur con distorsioni territoriali forti, si sono realizzate le infrastrutture, è nato il welfare universale e il Paese è diventato una delle principali potenze economiche mondiali.

Come spiega che una politica di espansione del debito abbia generato risultati di gran lunga migliori, anche sotto il profilo dell’indebitamento, di quelli della politica del rigore propugnata da Lei e dall’Europa?

Oggi sono passati 6 anni dall’approvazione del Fiscal Compact e il nostro Paese ha un rapporto Debito / PIL superiore di più di 70 punti dell’obiettivo del 60%. Per raggiungere il 60% dovremmo generare un surplus, a prescindere dal ciclo economico e dopo aver pagato gli interessi sul debito, di 5 punti tutti gli anni per i prossimi 14 anni.

Non le sembra che dopo 6 anni di rigore la sostenibilità del nostro debito sia diminuita? Le sembra più facile per l’Italia oggi il rispetto di questo impegno rispetto a 6 anni fa? Se sì, con quali azioni di politica economica e quali misure di finanza pubblica?

All’articolo 3 comma 3.b del trattato si esplicita che sono ammesse deroghe in caso di circostanze eccezionali. Tra quelle elencate manca qualsiasi riferimento a incrementi di povertà e sostenibilità sociale inoltre queste circostanze eccezionali non sono state oggettivate in alcun modo, dando in questo modo discrezionalità alla Commissione nella valutazione delle manovre.

Non le sembra che aver firmato un trattato senza nessuna possibilità di rispettarlo esponga il Paese a ricatti e rappresaglie economiche da parte degli altri paesi europei?

In Grecia dal 2010 le politiche economiche sono dettate dalla cosiddetta Troika (formata da economisti esperti della BCE, del FMI e della Commissione Europea) e dal 2015 fino a qualche giorno fa il parlamento ha varato le leggi sotto stretta osservanza e sotto dettatura della Troika.

Ad oggi, dal 2008 al 2017, il PIL Pro – capite della Grecia è diminuito del 25% e il debito pubblico è passato da 109% a quasi 180%. La povertà e la disuguaglianza è alle stelle e gli occupati sono passati dal 66% della popolazione attiva (20 – 64 anni) al 58% e sono ai livelli più bassi dei paesi dell’area euro. I titoli emessi dalla Grecia nella valutazione delle agenzie di rating, dopo 8 anni di gestione della Troika della economia greca, è ancora quella di titoli spazzatura.

Le risulta che la Troika in Grecia abbia imposto il licenziamento di dipendenti pubblici, il taglio drastico delle pensioni, il permanere della esenzione iva e delle imposte agli oligarchi e agli armatori, l’abbattimento delle prestazioni sanitarie, l’annullamento di ogni investimento pubblico compresi quelli nelle università e nella ricerca, la impunibilità dei funzionari della Troika per qualsiasi tipo di reato commesso in Grecia, la impossibilità per il parlamento di approvare leggi economiche diverse da quelle volute dalla troika, la svendita dei beni e delle aziende pubbliche, il mantenimento di tutti i privilegi agli oligarchi che detengono anche la proprietà dei mezzi di informazione, la mancanza di ogni misura di contrasto alle povertà evidenti e assolute?

Lei evoca spesso il rischio di intervento della Troika in Italia e auspica per evitarlo di fare politiche di rigore.

Cosa intende esattamente? Che per evitare la Troika dovremmo volontariamente applicare quello che questa ha fatto in Grecia? Le pare logico che il Fondo Salva Stati (ESM) preveda l’intervento di chi ha fatto simili disastri in Grecia? Non le sembra immorale che i funzionari del FMI vadano in pensione a 55 anni mentre impongono allungamenti dell’età pensionistica ad oltre ai 67 anni?

Nel Titolo 1 comma 2 del trattato c’è scritto che: “… sostenendo in tal modo il conseguimento degli obiettivi dell’Unione europea in materia di crescita sostenibile, occupazione, competitività e coesione sociale.”.

Questi obiettivi le sembrano realizzati e realizzabili con la politica economica europea attuale?

  • L’opinione dei premi Nobel

Nel marzo 2012, quando la discussione sul superamento della crisi imperversava anche oltre oceano, Kenneth Arrow, premio Nobel per l’economia 1972, Peter Diamond, premio Nobel per l’economia 2010, William Sharpe, premio Nobel per l’economia 1990, Charles Schutze, consigliere economico di J.F. Kennedy e Lindon Johnson, animatore della Great Society Agenda, Alan Blinder, direttore del Centro per le ricerche economiche della Princeton University, Eric Maskin, premio Nobel per l’economia 2007, Robert Solow, premio Nobel per l’economia 1987, Laura Tyson, ex direttrice del National Economic Council firmarono un appello al presidente Obama contro l’inserimento della norma del pareggio di bilancio in costituzione e contro l’introduzione di vincoli stringenti di finanza pubblica argomentando sugli effetti disastrosi di tali politiche. Obama li ascoltò e gli USA uscirono rapidamente dalla crisi. Il premio Nobel 2008 per l’economia Paul Krugman ha affermato che l’inserimento di tali norme avrebbe portato alla fine dello stato sociale e analoghe prese di posizione le ha avute un altro premio Nobel per l’economia, (2001), Joseph Stigitz, che è fortemente contrario al Fiscal Compact.

Le previsioni fatte da questi Nobel si sono tristemente e tragicamente avverate.

Le tesi di questi giganti del pensiero economico moderno sono state discusse nelle riunioni della Commissione Europea? Se sì con quali argomenti e da chi furono confutate le loro tesi?

Sotto quali minacce e pressioni l’Italia ha firmato il Fiscal Compact? Lei e tutti gli altri economisti al soldo della politica europea, Schauble, Lagarde e Dijsselbloem per esempio, avete prodotto e elaborato il Fiscal Compact secondo principi di buona fede?

 Dal 2008 tra i principali paesi Europei solo la Germania si è rafforzata, PIL pro capite + 25% e rapporto Debito / PIL diminuito di un punto (dal 65% al 64%). In Germania le povertà sono scomparse e la disoccupazione pure. Il surplus commerciale è fuori controllo.  Le politiche europee hanno prodotto un aumento delle divergenze economiche dei vari paesi dell’area euro. La Germania è diventata più forte e più ricca e la Greca, l’Italia, la Spagna e la Francia si sono impoverite.

Perché avete approvato un trattato che oggettivamente e palesemente mette in svantaggio alcuni paesi membri dell’unione rispetto ad altri?

Non le pare che, ancora una volta nella storia, ci sia un problema tedesco in Europa?

 

  • BCE

La BCE non compra titoli emessi da paesi con un rating che viene definito in gergo titoli spazzatura anche se emessi da stati dell’area euro.

Quale è il ruolo di una Banca Centrale? Ha dei compiti tipo quelli che aveva la Banca d’Italia o è una banca di mercato? Se la BCE è l’equivalente di una banca centrale nazionale perché non compra titoli di uno dei paesi che fanno parte di questa nuova ‘Nazione Europea’? Compito della BCE non è quello di promuovere politiche monetarie utili a TUTTI i paesi dell’eurozona o di rafforzarne solo alcuni?

 La BCE acquista titoli dei paesi dell’area euro. Con quali criteri lo fa? C’è il rischio che piloti gli acquisti e di conseguenza lo spread? Quali controlli democratici sono in atto da parte degli stai membri? Ci sono questi controlli o si va a fiducia?

  • Convergenza e trasferimenti interni

Come si rileva dai dati Eurostat la divergenza tra i paesi europei aumenta. Il Lussemburgo ha raggiunto un PIL pro capite pari a tre volte quello italiano. Il surplus tedesco ha raggiunto livelli record in barba a tutti i trattati.

Come si possono governare economie tanto diverse con una moneta unica e senza trasferimenti interni di risorse e senza una emittente unica del debito?   Le pare alla luce degli attuali risultati che il Fiscal Compact rappresenti uno strumento adeguato per promuovere la convergenza economica e sociale tra i vari paesi europei?

Veda caro Senatore a Vita, credo che sia arrivato il momento di rivedere i trattati europei in materia economica perché in assenza di tale revisione l’Europa si spacca. Ricorderà quando il dibattito in Italia si fondava sulla separazione tra il Nord e il Sud? Ricorda il leghista Pagliarini che proponeva la lira del Nord e quella del Sud? In Italia si evitò la frattura perché al fianco di un’unica moneta c’era una unica direzione politica e perché chi voleva governare doveva prendere i voti sia al nord sia al sud. Ma in Europa questa condizione non c’è. Se si vuole tenerla unita occorre fare qualcosa e modificare i trattati.

Un minimo di visione politica imporrebbe, pur conservando la titolarità dei debiti nazionali, una unica centrale di emissione del debito, o in alternativa, la continuazione del Q.E. ad libitum in modo da interrompere la spirale dello spread che contribuisce ad aggravare i problemi a chi li ha già e non a risolverli.

Occorrerebbe che dai patti di stabilità fosse eliminata la spesa per investimenti in infrastrutture fisiche e culturali. Occorrerebbe una fiscalità che tenga conto del luogo dove si producono beni e servizi e del luogo dove questi vengono venduti per evitare almeno parzialmente concorrenza sleale tra gli stati sulla fiscalità (Lussemburgo in primis). Occorrerebbe che dai parametri vengano esclusi gli interventi per le calamità naturali e gli investimenti per la loro prevenzione, oltre che le misure di contrasto urgente alle povertà assolute.

Tutto questo è, più o meno, quello che dicono i premi Nobel per far ripartire la crescita e lo sviluppo nei paesi in Europa.

Può dirci in modo convincente perché questa possibilità non si prende in considerazione? Secondo lei c’è buona fede nel progetto europeo o c’è solo egoismo e ansia di prevalere e di dominio da parte di alcuni paesi che si fanno irragionevoli portatori di queste insensate politiche?

 

  • Commercio estero

La Cina ha varato nel 2013 un grande progetto denominato “Le nuove vie della seta”. Questo progetto è stato molto avversato dalle cancellerie europee tanto che nell’aprile dello scorso anno, governo Gentiloni, 27 dei 28 paesi dell’unione, Italia compresa, sottoscrisse un documento molto critico nei confronti di questo progetto. Nel mentre tutti i Paesi europei, Germania in primis, ha firmato accordi commerciali con la Cina l’Italia ha sempre avuto un approccio sostanzialmente distratto. Da molti anni scrivo sulle enormi opportunità per il Sud, e per l’Italia, che deriverebbero dall’ampliamento dei commerci con la Cina attraverso il Mediterraneo e i porti Italiani, Taranto in primis. Per farlo occorre lo sviluppo di infrastrutture specialmente al Sud. Così facendo si potrebbero deviare parte dei commerci che passano dal distretto portuale di Rotterdam – Anversa, e che alimenta l’economia dei Paesi Bassi e di gran parte della Germania, al Sud e all’Italia.

L’attivismo dell’attuale governo verso la Cina sta irritando molto “La Repubblica” che invece di plaudire all’iniziativa del governo titola un confuso articolo di Filippo Santelli: “L’Italia gialloverde e il Cavallo di Troia cinese per entrare in Europa”.

L’irritazione di “La Repubblica” è la stessa delle cancellerie europee?

Può, per cortesia, spiegare a “La Repubblica” perché gli interessi dei paesi europei divergono sui rapporti con la Cina?

Può spiegare i motivi per cui la Germana, pur firmando continui accordi al di fuori del contesto europeo con la Cina, è critica nei confronti del progetto cinese? 

 

Grazie per l’attenzione.

Pietro De Sarlo