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Mafia nel Metapontino, quando i delinquenti erano quelli che denunciavano

Dall'escalation alla sottovalutazione. passando per l'inerzia delle istituzioni. Gli arresti della scorsa settimana ci dicono che qualcosa sta cambiando

Agli arresti domiciliari “per aver denunciato” la mafia. Io, dopo essere stato costretto agli arresti domiciliari accusato di “rapina aggravata” e “estorsione aggravata” sono stato pienamente assolto e la Procuratrice della Repubblica di Matera è stata trasferita (con un provvedimento disciplinare del CSM), a Matera c’è un nuovo Procuratore e, grazie agli arresti di questi giorni si certifica, finalmente, che nel Metapontino c’è la Mafia (quella che incendia, che spara, che ricatta, che ha un’organizzazione militare). Ma quanti anni si sono persi? Per quanto tempo le mafie militari, indisturbate, si sono organizzate nel controllo del territorio e dei traffici? Quanto consenso sociale hanno saputo costruire mentre la politica si ritraeva e perdeva il suo controllo sociale? Di quanto hanno potuto penetrare? All’indomani di uno degli incendi a Scanzano in cui era stato colpito il deposito di un commerciante del Nord che operava nel territorio, uno di quelli che imponevano e impongono le dure leggi del trust commerciale che “cannibalizza” le risorse e sfrutta il lavoro, nei bar ho raccolto frasi tipo “finalmente cosi capiranno questi bastardi che vengono a sfruttarci”. Una politica che non vede la crisi, anzi la nega, anzi la favorisce non ha strumenti e non ha legittimità per parlare di contrasto alle mafie.
Del resto è proprio per questo deficit di credibilità morale che non ha nemmeno più “l’autorevolezza e la forza” di garantire nulla a nessuno, figuriamoci alle mafie.

Gli arresti di questi giorni nel Metapontino per associazione mafiosa ci dicono che qualcosa sta cambiando, che un equilibrio del passato si è rotto, che la cappa di piombo che impediva alle istituzioni di agire si è lacerata, che la demagogia del “Modello Lucano, isola felice” non riesce più a coprire né il venire avanti della crisi né i rischi che le mafie organizzate si impadroniscano del territorio giocando le armi di sempre: usura, racket, estorsioni, intreccio con le speculazioni finanziarie illecite, trust delle vendite all’asta, droga, controllo delle filiere agroalimentari con prezzi da strozzo.

Ma il tempo è decisivo. Occhio: in questi giorni ho il sentore inquietante che delle persone arrestate si dica “in fondo che male hanno fatto? Si! Ci venivano a chiedere una cassetta di frutta, magari qualche soldo ma sono brava gente che quando gli chiedevi un favore lo facevano”.  In fondo prima, quando il controllo politico ed elettorale era ferreo, chiedevi al politico di turno la raccomandazione, se oggi la politica non ti garantisce più, a qualcuno si dovrà pure chiedere.
Facciamo presto prima che “l’eccezione diventi regola” e la pace mafiosa sostituisca il controllo del vecchio sistema di potere politico. Facciamo presto perché in politica il vuoto non esiste e gli spazi sono di chi li occupa.
Le prossime elezioni regionali saranno un buon banco di prova e, forse, riuscirà l’impresa di dare vita dal basso a una soggettività nuova, plurale e articolata, non ideologica ma fortemente ancorata a questa terra ed ai suoi bisogni. Se l’impresa riuscirà sarà, comunque, anche perché avrà saputo declinare l’alternativa alla crisi sociale, ambientale e di democrazia di questa terra del Sud e avrà saputo portare nella politica e nelle istituzioni l’impegno antimafia. Ad ogni modo uno dei metri che userò per misurare la credibilità politica delle proposte elettorali sarà guardare a quanto chiaro e forte sarà la qualità delle proposte antimafia per la Basilicata ormai non più isola felice e di quanto saranno credibili gli impegni di chi li propone!

Gianni Fabbris