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Ho perso mia figlia e nessuno se n’è accorto

Un papà di Potenza racconta la sua dolorosa storia di adozione

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Adottare significa amare. Amare incondizionatamente, anche se può far male. Quanto, me lo racconta un “non più” papà di Potenza dopo aver tentato in tutti i modi di strappare i mostri dal cuore di quella bambina forse mai divenuta figlia.

Giuseppe e sua moglie hanno adottato Anna (usiamo un nome di fantasia) sul finire degli anni 90. Hanno capito subito che qualcosa non andava in quella bimba. Ma non si sono scoraggiati.

Ancora bambina, la violenza di chi, molto più grande di lei, si approfitta della sua anima “spezzata”. Le aule di tribunale, i pianti nelle braccia del papà, la voglia di rimettersi in piedi, di non essere più un nome che passa di bocca in bocca tra predatori di anime fragili. E accanto ad Anna, sempre, mamma e papà: arrabbiati, delusi ma pieni d’amore e speranza per quella figlia tanto voluta.

Hanno girato l’Italia per cercare di curare quel malessere che si manifestava sempre più prepotente con il passare degli anni fino alla decisione, sofferta, di affidarla ad una comunità che l’aiutasse a ritrovare l’amore per se stessa. Una speranza per i genitori ormai stanchi di minacce di suicidio, si scomparse improvvise, di chiamate ai carabinieri, di violenza verbale e in qualche caso anche fisica. In quella comunità l’anima spezzata di Anna comincia a ricomporsi: lo studio, la scelta di cosa fare da grande, le visite di mamma e papà che la raggiungevano nel fine settimana per starle vicino. Ad un passo dal traguardo, il ritorno al punto di partenza. La Comunità ha problemi legati ad un’inchiesta giudiziaria, Anna torna a casa. E così ricominciano le lunghe notti ad aspettare che quella figlia ormai adolescente ritorni a casa, il rifiuto delle regole contestate in modo rabbioso. 

I genitori quando hanno capito che da soli non potevano farcela sono tornati a chiedere aiuto ai servizi sociali e alla Asl. “Faremo”, “vedremo”. Servizi sociali del Comune di Potenza e Asl gli avevano assicurato di prendere in carico la ragazza per un percorso di cura. “Non sanno nemmeno che mia figlia non è più in città- dice Giuseppe con la voce rotta dalla rabbia-Anna non appena maggiorenne ha deciso di andare via”. Giuseppe scoprirà in seguito che sua figlia è andata a cercare la madre naturale, quella che l’aveva partorita e lasciata.

La fuga verso una vita che i due genitori adottivi avevano voluto evitarle ha messo la parola fine ad una favola in cui Giuseppe e sua moglie avevano creduto quando hanno incrociato per la prima volta gli occhi di quella bambina.

Oggi questi genitori sanno solo che quella figlia spezzata vive in condizioni di fortuna da qualche parte in Italia, sanno che probabilmente si sarà rifugiata tra le braccia di qualcuno che le avrà fatto credere di amarla. Giuseppe e sua moglie sono le macerie che restano dopo un violento sisma. Devono imparare a convivere con una speranza che non è mai divenuta futuro e con il dubbio che se non fossero stati lasciati soli forse sarebbero ancora la mamma e il papà di Anna.

“Mia figlia- rimarca Giuseppe- rimane una pratica aperta alla Asl e dimenticata in un cassetto nel mentre si annunciano con roboanti comunicati stampa iniziative messe in campo per stare vicini alle famiglie alle prese con problemi di disabilità psichica”. La realizzazione del progetto “Caffe Teseo” finalizzata all’attivazione di una rete d’aiuto rivolta a pazienti con disturbo mentale e disagio psico-sociale e ai loro familiari è stata la molla che ha fatto nascere in Giuseppe la voglia di raccontare la sua storia. Il progetto avviato dall’Azienda sanitaria di Potenza che prevede aiuto e vicinanza. Lo stesso che questi genitori non hanno mai avuto forse perché la burocrazia nel nostro Paese è lenta, o, più probabilmente, perché a nessuno è mai interessato veramente di loro e della loro figlia. 

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