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Welfare, la Basilicata delle chiacchiere

La povertà non è una condizione esclusiva dei poveri. La povertà è una condizione complessa del territorio

L’indicatore congiunto di povertà ed esclusione sociale rileva come circa il 50% della popolazione regionale si trovi in una delle seguenti condizioni: rischio di povertà, grave deprivazione materiale, bassa intensità di lavoro.

Un’ampia fascia di povertà legata alla mancanza di reddito e di lavoro rischia di consolidarsi nel tempo per causa dell’inefficacia dei provvedimenti assunti dalla Giunta Regionale negli ultimi 15 anni. E’ dunque necessario intervenire sulle migliaia di casi in cui è ormai impossibile riconvertire abilità e saperi finalizzati all’ingresso nel mercato del lavoro. Per queste persone occorrono interventi immediati e possibili.

Le misure fino ad oggi adottate sono state caratterizzate da eccessiva frammentazione, da dannose sovrapposizioni che hanno determinato un rischio di indebolimento se non di fallimento dell’attuale fragilissimo sistema di welfare sociale. Accanto a questo rischio si è rafforzata la crisi occupazionale nelle imprese sociali e si è indebolita l’esigibilità del diritto all’assistenza e al sostegno delle fasce più deboli della popolazione. In aggiunta cresce l’area della povertà assoluta e relativa e si allarga il bacino dei senza lavoro.

Misure di politica sociale (contrasto alla povertà, inclusione sociale, reddito minimo, immigrazione, sostegno all’occupazione, contrasto dei fenomeni di spopolamento) non sembrano trovare, nell’attuale modalità di programmazione regionale, un terreno di incontro e di integrazione tra loro e con altre misure (sostegno alle imprese sociali autentiche, sostegno all’occupazione, pianificazione sociale, lotta alla povertà educativa). Al contrario sono misure che non solo devono armonizzarsi, ma integrarsi nella prospettiva di un migliore e più alto rendimento in termini di risultato.

Attualmente Il “Programma per un Reddito minimo di inserimento” adottato dalla Regione intende offrire un sostegno economico ai soggetti maggiormente svantaggiati che vivono sul territorio regionale e, in particolare, ai soggetti fuoriusciti dalla platea degli ammortizzatori sociali, ai disoccupati di lunga durata, ai disoccupati e agli inoccupati che vivono in una situazione di grave deprivazione materiale per l’adesione alle attività di pubblica utilità e alle iniziative di inserimento sociale e occupazionale.  Tuttavia, non affronta in maniera strutturale e organica il problema della povertà e del disagio sociale e ancor meno il problema dell’inclusione lavorativa delle persone.

Il programma nella sostanza si limita a offrire un sostegno economico ai soggetti che vivono in uno stato di grave deprivazione materiale a fronte della loro partecipazione alle attività di pubblica utilità. Con ciò si ritiene, sbagliando, di attuare percorsi di inserimento socio-lavorativo, superando una logica di mero assistenzialismo.

Tutti i provvedimenti simili (Cittadinanza solidale, Copes) hanno mostrato di non essere in grado di garantire a fine percorso un reale inserimento lavorativo delle persone coinvolte. Le criticità risiedono nell’eccessiva centralità dei Comuni che non sono organizzati per avviare veri e propri processi di inclusione lavorativa.  E questo sia per mancanza di risorse sia per ragioni legate alla scarsa capacità di affrontare, da soli, situazioni di disagio economico e sociale.

Tutto si realizza in una logica “assistenzialistica” e inconcludente, atteso che i cosiddetti progetti di pubblica utilità non costituiscono, nel quadro della misura regionale, una base produttiva in grado di strutturare progetti micro-imprenditoriali di lungo periodo né possibilità di ingresso nel sistema delle imprese.

I progetti, inoltre, in maggioranza in capo ai Comuni, hanno un tempo limitato oltre il quale il problema si ripropone allo stesso modo. E’ un circolo vizioso che bisogna spezzare. Insomma, la misura del reddito minimo di inserimento ha fallito nelle sue pretese.

Dunque il welfare regionale deve essere liberato dagli sprechi e dalle sacche di inappropriatezza. Altrimenti si continuerà a sperperare risorse, sempre più scarse, senza ottenere alcun risultato.

Con buona pace degli slogan utilizzati dall’ex assessore alla Sanità, Flavia Franconi, la situazione lucana è sull’orlo del disastro. I piani sociali intercomunali, previsti con le linee guida 2016-1018, sono oggi lettera morta. Non tutti gli ambiti territoriali hanno avviato gli uffici di servizio sociale. La riforma degli ambiti ha creato a oggi una confusione kafkiana causata dalla sovrapposizione tra vecchio e nuovo sistema. Le risorse regionali destinate al welfare sociale sono ferme al 2002 e il ricorso ai fondi europei, aggiuntivi, è stato gestito con una programmazione tutta cartacea e senza alcuna visione strategica. Si sono comportati come l’ortolano inesperto che pianta i semi fuori stagione e pretende di raccogliere i frutti che mai arriveranno. La Franconi, però, ha fatto propaganda quando piantava delibere nel momento sbagliato e nel posto sbagliato e per questo quelle deliberazioni non hanno prodotto alcun effetto e, anzi, hanno generato ulteriore confusione.

Si tratta dunque di superare, nel breve tempo, questa stagione di confusione e di precarietà. Occorre immediatamente determinare le condizioni necessarie per la creazione di un circuito virtuoso che, partendo dall’allargamento della base produttiva dei servizi di welfare, assuma come obiettivi integrati un miglioramento e un aumento dei servizi per i cittadini, un incremento delle opportunità di lavoro per i soggetti più deboli e, conseguentemente, il superamento delle condizioni di povertà delle persone e delle famiglie coinvolte. Un “piano industriale” in area welfare, in grado di creare occupazione per una quota della platea di destinatari del reddito minimo e/o del reddito di cittadinanza. Il Reddito minimo regionale e il Reddito di Cittadinanza nazionale non sono misure per creare lavoro, chi lo pensa sbaglia. Possono tuttavia essere “strumento” per ridurre la distanza tra condizioni di svantaggio individuali e opportunità di inclusione sociale e lavorativa nella misura in cui esiste un campo d’azione in cui sviluppare le potenzialità dello strumento. In questo caso, e per una parte della platea di beneficiari delle misure, il campo d’azione è il welfare sociale.

Questo presuppone nuovi modelli di governance territoriale e una partecipazione dei diversi stakeholder più aperta e condivisa. E presuppone una programmazione partecipata, allargata a un’ampia gamma di attori – profit e non profit.

In breve occorre cambiare tutto e anche in fretta. La povertà non è una condizione esclusiva dei poveri. La povertà è una condizione complessa del territorio.