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Se di giustizialismo si uccide l’Italia

Non trasformate il carabiniere ucciso, in un volano di odio e repressione

Era da poco passata la mezzanotte nella notte fra giovedì 25 e venerdì 26 luglio. Avevo da poco finito di festeggiare il mio ventiseiesimo compleanno con i miei più cari amici a Roma. Quando la serata giungeva ormai al termine, nell’attesa di un amico, seduto su un marciapiede ho preso lo smartphone per rispondere ai primi auguri. Fra le notifiche non ho potuto non notare quella per niente allegra che riportava un assassinio nel pieno centro di Roma, non molto lontano da dove mi trovavo.

Nell’agenzia veniva riportato che la vittima era un giovane Carabiniere di 35 anni, Mario Cerciello Rega e che le forze dell’ordine erano sulle tracce dei suoi assassini, verosimilmente due nordafricani che per pochi euro ed una dose hanno brutalmente ucciso a coltellate un servitore della Patria, un nostro carabiniere che da poco più di 40 giorni si era sposato, un ragazzo campano che come tanti altri ha dovuto lasciare casa sua per guadagnarsi da vivere servendo lo Stato e che trovava la morte nella più brutta maniera esistente.

Quelle coltellate colpivano direttamente il cuore dello Stato quando la polemica iniziava ad assumere toni totalmente fuori contesto e la morte del Vice Brigadiere iniziava ad essere lo strumento di propaganda degli sciacalli e delle più becere forze politiche della destra italiana.

I post di Salvini, Meloni, Casapound e soci che utilizzavano il viso di Mario Cerciello Rega per istigare gli istinti più bassi delle persone, per scatenare i mostri che vivono dentro gli animi di una parte dell’Italia che si è imbarbarita, ed è sotto gli occhi di tutti.
Non si è persa l’occasione di utilizzare la morte di un uomo di Stato per politicizzare la discussione che nelle ore successive si sarebbe scatenata in Italia: la caccia all’uomo nero e di conseguenza lo schizzo nei sondaggi delle forze di destra, di estrema destra e dei fascisti del nuovo millennio. Il Vice Brigadiere era già passato in secondo piano, quello che ora contava era trovare l’uomo nero e sfogare su di lui tutta la rabbia possibile.

Poi arriva la notizia di una confessione: si tratta di due studenti americani giovanissimi, californiani e di buona famiglia. Il mostro si è sbiancato ed i vari leader dell’odio corrono sulle loro bacheche a modificare o cancellare le loro dichiarazioni. Per fortuna sono state tutte registrate. Ecco che ora emerge la necessità di trovare un piano B per non perdere il consenso che avevano guadagnato incolpando l’uomo nero.

Iniziano a comparire dichiarazioni che accarezzano una questione che pensavamo largamente dimenticata dalla storia europea: la pena di morte.
La foto che rimpalla sui social e sui giornali di uno dei due assassini ammanettato e bendato in caserma inizia a fare il giro del mondo. Bingo. L’opinione pubblica, nutrita da dichiarazioni dissennate del Ministro dell’Interno prontamente rimbalzate della stampa, si spacca in due tra chi vede in quella foto oscena la fine dello stato di diritto in Italia e chi chiede di avere pietà per il carabiniere ucciso, non per il suo assassino che magari andrebbe ucciso. Si, sono queste le parole che rimbalzano sui social.
Chi ha giurato sulla Costituzione dovrebbe ricordarsi dell’articolo 13: “È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà.”
Pietro Grasso in queste ore frenetiche racconta il suo interrogatorio con Bernardo Provenzano, che aveva ucciso i suoi ex colleghi, grandi uomini di Stato, aveva progettato la sua morte ed il rapimento di suo figlio. Racconta che prima dell’interrogatorio chiesero ad un boss, latitante da 43 anni e colpevole di stragi disumane, se avesse bisogno di qualcosa prima di cominciare.

Nemmeno una testimonianza così autorevole riesce a placare gli istinti più beceri che sono ormai stati aizzati. È un continuo invocare la pena di morte e la foto di quel ragazzo americano colpevole di un crimine scellerato ed ignobile – ed è bene ribadirlo – bendato ed ammanettato contro ogni diritto umano, piaceva ad una parte consistente di popolazione ed istituzioni e cancellava con un colpo di spugna anni di lotte e conquiste. Pensate cosa sarebbe successo se l’assassino avesse avuto la pelle nera.

Proprio in Italia, la patria di Beccaria e Sciascia. La Repubblica che seppe abolire la pena di morte anche e soprattutto dopo che la scellerata dittatura fascista la utilizzò per perseguire i propri obiettivi, reintegrandola. Noi che con il nostro pensiero abbiamo influenzato rivoluzioni, pensatori europei e non solo, ci ritroviamo a discutere ancora di pena di morte. I diritti dell’assassino sono importantissimi anche perché permettono di dare giustizia alla vittima stessa. La violenza, psicologica o fisica, forza la volontà dell’indagato, ostacolando la ricerca della verità ed inquinano il lavoro degli inquirenti.

Così il dibattito di questi giorni appare surreale, avallato anche da certi media. Stupisce che a cavalcare questo tema sia proprio l’Italia dei baci ai crocifissi o l’Italia antiabortista. Ed allora è bene ricordarlo a tutti, lo spiega bene Amnesty: “La pena di morte viola il diritto alla vita, è irrevocabile e può essere inflitta a innocenti. Non ha effetto deterrente e il suo uso sproporzionato contro poveri ed emarginati è sinonimo di discriminazione e repressione. La pena di morte nega qualsiasi possibilità di riabilitazione e non da nessun conforto ad i familiari.”
Ripartiamo da qui e proviamo ad avere un minimo di contegno per un servitore dello Stato brutalmente ucciso. Non trasformate Mario Cerciello Rega in un volano di odio e repressione perché significherebbe infangare il suo nome e quello della nostra Repubblica.

Raffaele La Regina