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L’umanità è da sempre in movimento

Abbiamo intervistato Anita Likmeta, giornalista, storica, filosofa, imprenditrice. È arrivata in Italia con un ricongiungimento familiare negli anni Novanta

Abbiamo intervistato Anita Likmeta, giornalista, storica, filosofa, imprenditrice. È arrivata in Italia con un ricongiungimento familiare negli anni Novanta. I suoi l’avevano preceduta, nel 1991, sulla Vlora, che legò il destino di Bari a quello di ventimila albanesi. Ha molto da dire sull’immigrazione e sulle opportunità che essa può offrire all’Italia e all’Europa.

L’8 agosto cadrà il ventottesimo anniversario dello sbarco della nave albanese Vlora a Bari: il più grande, numericamente, che si ricordi sulle nostre coste. Possiamo dire che è stata una storia di integrazione riuscita, quella degli albanesi in Puglia e in Italia?

Io amo svelare il pensiero tramite l’analisi della parola e in questo caso vorrei partire dal significato che cela la parola “immigrazione”. Essere un immigrato significa aver emigrato. Significa aver lasciato indietro qualcosa, qualcuno. Immigrare significa rischiare per portare a compimento ciò che per molti significa la propria stessa vita. Le ragioni che spingono gli uomini e le donne a lasciare la propria terra possono essere legate a vari fattori, ad esempio quelli politici come le guerre, i genocidi, la pulizia etnica, le persecuzioni, le dittature; quelli  sanitari, come una pandemia oppure un’epidemia; quelli climatici, causati da sconvolgimenti ambientali come la siccità e quindi la desertificazione piuttosto che da disastri naturali, alluvioni, terremoti, tsunami e carestie; alimentari a causa della mancanza di cibo per sopravvivere; economici, quando in molti fuggono dalla povertà per cercare migliori condizioni di vita; criminali c’è chi scappa dall’apparato di giustizia del proprio Paese per evitare un arresto o un’ingiusta condanna; sentimentali per chi fugge per amore o da una ambigua relazione oppure cerca una riunificazione familiare; per istruzione, per chi cerca di conseguire un titolo di studio o migliori scuole per i propri figli. E infine c’è l’immigrazione forzata in cui le vittime appartengono ad una tratta di esseri umani che spesso vengono ricattati, venduti, e infine uccisi a beneficio del mercato degli organi.

Immigrare significa ricominciare daccapo, significa che la tua casa di oggi non sarà quella di domani, significa imparare una nuova lingua, nuove usanze, un nuovo modo di percepire. Insomma è tornare bambini quando magari hai 40, 50, oppure 60 anni ma senza avere i benefici degli infanti che ti fanno tenerezza solo a guardarli. La parola immigrato contiene in sé la dicotomia fallito/condannato. Ecco, quando un Paese pecca nella sua più grande funzione, ossia quella di proteggere i propri cittadini, questi saranno costretti ad elemosinare con gli occhi la pietas alle porte del mondo. In Albania accadde proprio questo; la prima ondata migratoria del 1991 avvenne esattamente dopo la caduta del regime hoxhaista. Lo sapevano i miei genitori, lo sapevano meglio i miei nonni, quando il muro di Berlino cadde e da lì a poco sarebbero crollate anche le poche certezze che la dittatura comunista aveva rappresentato per gli albanesi per quasi mezzo secolo.

In quegli anni il mio Paese era sconvolto, il grande silenzio comunista faceva spazio alle voci terrorizzate e interiorizzate. Vedevo uomini per strada che parlavano con il vento. Le donne continuavano a lavorare la terra e ad occuparsi della famiglia. Uscire dalla caverna di Platone ha significato per molti di noi la cecità. E così una moltitudine ha sbandato, sbagliato, si è piegata, mentre altri, in silenzio, hanno lavorato senza chiedere e pretendere. Questi hanno sacrificato le proprie vite per una ragione più grande ossia partorire e far crescere nei loro figli quelle voci che un giorno avrebbero raccontato al mondo la corruzione, i soprusi, le ingiuste condanne, le violenze, le piramidi finanziarie, le uccisioni di massa e il traffico di bambini. L’Italia non era pronta e non aveva allora, come non le ha oggi, politiche capaci di integrare e creare valori attraverso l’immigrazione. L’integrazione è stata la nostra comune volontà. Per quanto riguarda la regione Puglia, nessuno di noi che ha vissuto quella storia dimenticherà mai l’umanità e la generosità di uomini e donne che seppero vivere e testimoniare quei valori cristiani che oggi sembra molti abbiano dimenticato.

Di immigrazione si parla, sull’immigrazione si lucra politicamente. Ma è il caso di cominciare a guardare all’immigrazione con un approccio progettuale? Si può parlare di opportunità?

Il filosofo sloveno Slavoj Zizek nel suo libro “Disparità” analizza in maniera analitica il significato dei vari aspetti della diversità come lotta filosofica e politica sostenendo che oggi la sinistra ha un problema, ossia i migranti. La distanza abissale tra la cultura occidentale e quella degli immigrati, che provengono da varie regioni dell’Africa, ha permesso in qualche modo la creazione di un divario tra le classi sociali. Oltre a condividere il pensiero di Zizek, aggiungo che il vero problema che non vogliamo affrontare è il mondo del lavoro e il suo repentino mutamento. I nazionalismi e la xenofobia irrompono sullo scenario europeo nel 2015 quando più di un milione di rifugiati raggiungono in massa le nostre coste. Nello stesso periodo nasce nei britannici un livore tale che li condurrà al voto sulla Brexit. Analizzando il fenomeno ‘nazi pop’ possiamo dire che esso nacque nei primi anni 90 quando la popolazione europea raggiunse una crescita quasi di 35 milioni di cui tre quarti erano migranti che sceglievano di stabilirsi in Paesi come la Germania, l’Italia, la Spagna e la Gran Bretagna. Fu poi con la crisi finanziaria che coinvolse l’intero Continente – e più in generale l’Occidente – che i dissidi cominciarono a farsi presenti soprattutto nei Paesi del Nord dove gli immigrati simboleggiavano un carico oggettivo sul welfare. In Italia i migranti sono percepiti come un fattore destabilizzante in quanto rappresentano coloro che portano via il lavoro, che rubano, che sono un costo sul sistema Paese. Ma la questione che dovremmo porci è: qual è la domanda e quale l’offerta che il mercato 2.0 richiede? Quali competenze servono in campo? Come trasformare un problema in una opportunità?

Con riferimento al Sud, in particolare, che lei ben conosce anche in termini di divari rispetto al Nord e all’Europa, secondo lei che direzione si potrebbe prendere per coinvolgere i migranti nella soluzione della Questione?

Ve lo spiego subito: secondo l’Istat l’Italia è sempre più anziana, più del 22% della popolazione ha 65 anni e che l’età media è di 44 anni. Nel Bel Paese gli stranieri residenti rappresentano l’8,5% della popolazione. Un dato che ci dovrebbe far riflettere tutti è quello inerente al numero di emigrazione di italiani verso altri Paesi, secondo l’Istat nel 2010 gli italiani emigrati erano solo 40 mila mentre negli ultimi 8 anni questo numero si è quasi quadruplicato. Su quasi 6 milioni di stranieri residenti, quasi 4 milioni sono contribuenti. In Italia più di mezzo milione di imprese sono gestite da stranieri rappresentando un valore aggiunto per la nostra economia di circa 8,3% del PIL.

La differenza tra migranti del nord e quelli del sud sta nelle professioni. Mentre i primi sono generalmente più strutturati e i loro figli possono accedere ad un livello di istruzione migliori – ciò che consente loro un’integrazione più veloce – questi ultimi, i migranti del sud, rappresentano una problematica per le popolazioni autoctone in quanto soprattutto qui competono per gli stessi pochi lavori e questo porta inevitabilmente ad un diminuzione del costo del lavoro.

Questo ci deve far riflettere su quanto sia importante che i nostri governi investano nell’istruzione e più in generale sui giovani che vogliono fare impresa e creare nuovo lavoro per sé e per gli altri senza dover per forza abbandonare le loro città. Che fare dunque? La mia ricetta sarebbe quella di defiscalizzare le aree del sud per cinque anni per le imprenditrici e gli imprenditori che decidono di far rientrare le loro aziende in Italia e per i giovani imprenditori e imprenditrici. Questa manovra shock permetterebbe di creare opportunità per tutte e tutti e un vero boom economico proprio nelle aree considerate più fragili.

L’umanità è da sempre in movimento, come lo sono la Terra e l’Universo: l’Italia è destinata a diventare un Paese multietnico e questo rappresenta un valore importante, una crescita. Non esistono cittadini di serie A e cittadini di serie B come una certa propaganda politica vuole indurci a credere. In Francia si vede chiaramente come le politiche sociali in atto siano a favore dell’aumento della popolazione che dovrebbe aggirarsi nei prossimi anni attorno a circa 80 milioni di abitanti raggiungendo così la Germania. Perché l’Italia non dovrebbe fare altrettanto combinando le politiche economiche con le politiche di integrazione e le politiche per le famiglie? Per concludere direi che se è vero, come diceva Saint-Exupery, che “la razza umana vale cento volte più dei principi economici”, è altrettanto vero che, oggi più che mai, abbiamo l’obbligo di costruire, di indicare una strada percorribile per uscire fuori da questa impasse storico-sociale che vede tutti perdenti.