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Paolo Borsellino diceva: Possiamo sempre fare qualcosa

L’onnipotenza del malaffare in Basilicata

Il concorso truccato per favorire il figlio dell’imprenditore Tizio che è amico del direttore di banca che ha legami con Caio che è cognato del primario che è stato favorito da Sempronio nella sua carriera.

Il finanziamento garantito a quell’impresa che ha assunto lavoratori segnalati da Sempronio che ha favorito il primario che è cognato di Caio che ha legami col direttore di banca.

Quell’appartamento donato al magistrato che chiude gli occhi sulle vicende giudiziarie dell’imprenditore Tizio che è amico e forse socio di Sempronio che ha interessi nelle attività dell’imprenditore.

Quell’asta pilotata per accaparrarsi la masseria, che vale un sacco di soldi, di quel povero cristo che è finito nelle mani degli usurai legalizzati e non legalizzati tormentato da quel direttore di banca che ha legami con Caio che è cognato del primario che è stato favorito da Sempronio.

Quel giornale che prende contributi pubblici extra grazie a Sempronio, e che difende quell’imprenditore, su cui il magistrato chiude gli occhi, di cui Sempronio è amico e forse socio. E quell’imprenditore che finanzia il giornale attraverso la pubblicità così come Sempronio ha ordinato.

Quell’ufficiale dei carabinieri che ha interessi nell’impresa su cui il magistrato chiude gli occhi, e che fa carte false per evitare guai all’imprenditore di cui Sempronio è amico e forse socio.

Quegli uomini delle istituzioni che vanno a cena invitati e ospitati dall’imprenditore pregiudicato.

Quel funzionario amico di Sempronio che incassa tangenti per favorire l’imprenditore Tizio che è amico del direttore di banca che ha legami con Caio che è cognato del primario.

Quel mediocre amico di Sempronio che fa carriera grazie al primario che è amico di Caio che ha legami col direttore di banca.

E quell’imprenditore, si fa per dire, che fa gli affari sui rifiuti e va a letto con le compagnie petrolifere insieme a Sempronio.

È la sintesi parziale, e appena metaforica, della cronaca delle vicende in chiaro scuro di questi anni in Basilicata. Spesso raccontata da questo giornale. Per dire cosa? Per dire che Sempronio, Caio, Tizio, il funzionario, il direttore, l’ufficiale dei carabinieri, il magistrato, quegli uomini delle istituzioni, il primario, sono quasi tutti nello stesso posto a fare le stesse cose. Qualcuno non più, ha fatto carriera, è stato premiato, fa le stesse cose ma in un posto più in alto.

E mentre loro fanno le stesse cose, il resto del mondo organizza convegni sulla mafia, conferenze stampa per il sequestro di 10 grammi di cannabis, assemblee pubbliche sulla cacca dei cani, seminari sulla sanità e sulla filosofia politica di Cicerone.  Sermoni sul futuro dell’agricoltura e dell’ambiente, sullo stato dell’economia e del territorio. Riunioni alle quali partecipano anche loro, tanto per farsi una risata sotto i baffi.

Le organizzazioni intermedie e di rappresentanza della società civile, delle professioni, delle categorie economiche e imprenditoriali, negoziano, trattano. Non contrastano il Potere e il malaffare, non azzardano la contrapposizione, guardano alla convenienza. Alla convenienza dei loro iscritti, aderenti, associati e, soprattutto, delle loro tecnostrutture. Campano sulla mediazione, la mediazione con il Potere. Devono portare risultati a casa, sennò perdono iscritti, aderenti, associati. E si fanno la guerra tra loro nella ricerca costante della migliore alleanza con il Potere. Quel Potere a cui essi stessi aspirano e da cui provano a mungere ogni giorno. Quel Potere con cui si scambiano convenienze, anche personali.

Siamo tutti un po’ disabili, perché disabilitati alla verità. Siamo non udenti in un mondo di sordi e non vedenti in un mondo di ciechi. Però, come diceva Paolo Borsellino, “possiamo sempre fare qualcosa”.