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Da inizio millennio due milioni di persone hanno lasciato il Sud

La declinazione più cupa della Questione meridionale: un’epocale emorragia di capitale sociale, che include circa 200 mila laureati

Vito Teti, nel suo “Pietre di pane”, descrive il rapporto tra chi parte e chi resta, il binomio inscindibile Ulisse/Penelope, l’intrico di malesseri, risentimenti, rimpianti che lo sottendono. “La modernità nasce con il mito dell’eroe che viaggia e ritorna e con il mito della donna che attende”. Tuttavia, come Teti ben chiarisce, sarebbe un grave errore quello di leggere nell’attesa un approccio arrendevole e passivo.

Proprio come il viaggio può ridursi a un mero spostamento di carattere logistico o a una favolosa mietitura di successi, così la “restanza” può essere vissuta come resa oppure un’interrogazione coraggiosa del proprio contesto, foriera di attenzioni, progettualità, coraggio, lotte.

Vittorio Bodini scrisse: “qui non vorrei vivere dove vivere / mi tocca, mio paese / così sgradito da doverti amare / lento piano dove la luce pare / di carne cruda”. Versi che esprimono perfettamente l’oscillazione emotiva che caratterizza chi rimane, tra volontà e necessità, fermezza e pentimento. In fondo, come scriveva Kavafis “sciupando la vita in questo angolo discreto / tu l’hai sciupata su tutta la terra”. 

Le vicende si somigliano, gli strappi consumati nelle stazioni, le partenze, possono covare sotto la cenere della restanza, come della partenza, per anni. Così, la città o il paese dipendono dalle memorie dei singoli e diventano luoghi del desiderio e dello scambio di ricordi, come quelle di Calvino, perché “ogni città riceve la sua forma dal deserto a cui si oppone”. 

Il padre biblico che aspetta il figlio conosce il mondo da una prospettiva distinta ma serba in petto uno dei lembi della lacerazione prodotta dal distacco. La soglia di casa come “patrio confine”. 

Restare, osservare il proprio mondo, interrogarlo, comporta l’abilità di trovare le domande da infilare nelle crepe dell’incastro quasi perfetto delle concrezioni sociali e di trovare le risposte nella trama di strade, negli odori dei luoghi, persino nelle inflessioni locali, sentite fin dalla culla, in cui riconosciamo consuetudini e attitudini della nostra gente. Con il concreto timore di trovare risposte talmente vicine, potremmo dire “cutanee”, da trovar difficile metterle a fuoco, ossia rimetterci in discussione in prima persona, plurale e singolare.

Da inizio millennio, due milioni di persone hanno lasciato il Sud. Questa è la declinazione più cupa della Questione meridionale: un’epocale emorragia di capitale sociale, che include circa 200 mila laureati. 

Non si va via solo per passione o perché manchi il lavoro; si va via anche per la nausea generata dal trasformismo che affligge e rende asfittici molti luoghi del Sud dove, come scriveva Corrado Alvaro a inizio anni Cinquanta, “a eccezione di qualche centro, la politica è un fatto di opportunità. Il trasformismo meridionale non agisce solamente nella media e grossa borghesia e fra gli intellettuali, ma in gran parte del popolo stesso”. 

Il Sud esporta, in uno, intere città e piccoli drammi personali. Con quel substrato di dolore comune, condiviso a distanza in simmetrie inattese, il doppio di chi va e rimpiange, chi resta e attende. Il tempo rende stranieri ai propri luoghi, con la distanza, ma la disillusione riesce a fare altrettanto, per chi resta.

Sandro Abruzzese supera l’approccio neoromantico e spinge l’indagine nelle viscere delle ferite che si aprono nelle piccole odissee di gente comune. Nel suo “Mezzogiorno padano”, anima una galleria di personaggi e metabolizza la nostalgia tra memorie e sensi di colpa. Sono tutti iscritti all’”anagrafe dell’irrequietezza”: il punto di vista di chi parte. “Perdere i giorni importanti, quelli normali: saltare i compleanni, le comunioni, le cresime, i matrimoni. e tornare per i funerali, questo mi è dispiaciuto”. Con la consapevolezza che, al ritorno, “come per incanto, non è più la vostra terra, perchè quel giorno che l’avete abbandonata, di diritto l’avete lasciata andare, e voi lo sapete, vi fa rabbia […]”. La terra, al ritorno, brucia sotto i piedi. 

La retorica, su temi intimi come piaghe, andrebbe evitata. Quella sui propri luoghi e sul proprio passato può portare alle grottesche narrazioni di chi prova a trapiantare un paese a migliaia di chilometri, inventandone uno nuovo, inconsapevolmente, con aberrazioni che trovano la “migliore” espressione nella gastronomia. Ma c’è anche chi, non muovendosi, alimenta narrazioni di un Sud favoleggiato, prive di autocritica e onestà. Chi resta non è meno prode di chi parte, quando non sia accolto nei contesti, in quanto pone in crisi la solfa dei campanilismi e le crisalidi smunte delle “identità locali”.  

In tutti i casi, occorre superare la retorica della superiorità della propria scelta. Chi parte e chi resta non aggiungono valore, se non nell’efficacia di una testimonianza di coraggio volta al miglioramento della realtà, in chiave inclusiva. La capacità di cucire i piccoli strappi delle nostre vicende, di curare i traumi della memoria, potrebbe essere utile, forse una grande opportunità, comportando la rinuncia ai particolarismi non solo in chiave politica, ma anche soggettiva. 

Ogni storia piccola porterà un carico di speranze, illusioni, avversità, dignità. Occorre ripartire dalle prospettive minime, per provare a essere più disposti all’accoglienza. Rocco Scotellaro ci ricorda che siamo dei fili d’erba, erba che trema in una patria di vento: “un alito può trapiantare il mio seme lontano”.