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Petrolio. Eni, la Basilicata e l’odore dei soldi

Dietro la commiserazione della multinazionale si nasconde il disprezzo per i lucani e una rapacità senza scrupoli

“Il capitalismo deve cambiare, deve migliorare, deve correggersi. Altrimenti saranno guai.” È ormai vasto il dibattito sul cosiddetto better capitalism, che assomiglia molto a una discussione da salotto planetario tra economisti e intellettuali dell’Occidente, appunto, capitalistico. Un dibattito alla ricerca di una via d’uscita dal capitalismo senza uscire dal capitalismo. Impresa titanica. Lo si avverte leggendo i vari Martin Wolf e Henry Blodget. Immagino le risatine sotto i baffi dei vari Milton Friedman sparsi dappertutto. Lo scopo principale dell’impresa – dicono, in ritardo, i manager e le aziende del capitalismo dominante tra cui Jeff Bezos di Amazon e Tim Cook di Apple – non può più essere il profitto e la sua massimizzazione, come sosteneva Milton Friedman. Non è scopo primario, esclusivo, aumentare il valore in borsa e i dividendi agli azionisti, ma si devono avere anche scopi sociali, mirare al valore aggiunto collettivo, preoccuparsi dei lavoratori, dei consumatori, dell’ambiente. E in molti cominciano a crederci, oppure fanno finta di crederci. Si tratta di un dolcificante comunicativo per chi è costretto ad ingoiare ogni giorno le ingiustizie sociali, le disuguaglianze, l’inquinamento? Oppure si tratta di una sincera feroce autocritica? Economisti e intellettuali come Thomas Piketty, non credono ormai più a un capitalismo capace di migliorare se stesso e auspicano un “nuovo socialismo partecipativo”, che implicherebbe il superamento dell’ipercapitalismo dell’ultimo trentennio. Fatta questa premessa lunga, ma necessaria, veniamo al punto.

Eni e il capitalismo compassionevole

Il punto è che questa storia del better capitalism, appare sempre più come una trovata di marketing. E se qualcuno volesse perseguire seriamente questa strada, si troverebbe a fare i conti con la competizione mondiale con tutte quelle imprese, soprattutto multinazionali, che di capitalismo buono non ne vogliono nemmeno sentire parlare. Provate a chiedere ad ArcelorMittal che cosa pensano del better capitalism. Vi diranno che al massimo il capitalismo può essere compassionevole, niente di più.

Prendiamo Eni e tutto il suo Gruppo. A leggere i documenti aziendali, tra missione, valori, responsabilità sociale e così via sembra che sia già da tempo nell’orbita del capitalismo etico o, se preferite, di un capitalismo migliore, quello buono.

In un altro articolo abbiamo descritto i profitti distribuiti dal cane a sei zampe nel 2018 agli azionisti e riportato alcune performance economiche e finanziarie degli ultimi 5 anni. Questi dati confrontati con gli effetti sul territorio di estrazione, la Val d’Agri, dimostrano la bufala della teoria del trickle-down, per cui –  applicata la teoria al caso di specie – la ricchezza prodotta da Eni avrebbe ricadute positive verso il basso, vale a dire sul resto delle popolazioni e del territorio in cui avviene la produzione. I fatti ci dicono esattamente il contrario.

Se uno Stato volesse davvero tutelare i suoi cittadini, il suo territorio dall’inquinamento, dai cambiamenti climatici e così via, dovrebbe valutare le performance dell’amministratore delegato di Eni su criteri più sociali, ambientali e redistributivi delle opportunità sul territorio, invece che sui soli criteri economici e finanziari. Se così fosse, l’amministratore delegato attuale, Claudio Descalzi, sarebbe già stato mandato a casa. Al contrario è ancora sulla sua sedia sempre più solida. Eni in val d’Agri e in Basilicata, ha distribuito le briciole mentre ha ingrassato gli azionisti. Ha inquinato e continua a inquinare, prosciugando gli asset del territorio a suo esclusivo vantaggio, impoverendo i luoghi: un trickle-down alla rovescia. La multinazionale del petrolio agisce, per l’interesse degli azionisti, con compassione, quando offre al territorio sponsorizzazioni, contributi per progetti di varia natura, donazioni, e così via. Dietro quella compassione si nasconde il disprezzo per il territorio e una rapacità senza scrupoli.

Perché Claudio Descalzi è ancora al suo posto?

Lasciamo da parte i disastri che combina all’estero, basta ricordare la storia delle sciagure provocate in Italia e in Basilicata – esplosioni, sversamenti, smaltimenti, emissioni – perché vi siano validi motivi di rimozione dell’amministratore Claudio Descalzi. Ma non è così, perché ciò che conta sono i dollari e di dollari Descalzi ne ha portati a casa – loro – a tonnellate negli ultimi anni. E sia chiaro non si tratta di ricchezza, tanto meno di ricchezza redistribuita, si tratta di dollari – profitti – ricavati anche con il contributo involontario dei sacrifici delle popolazioni. E dunque dal punto di vista dei dollari, appare normale che un ministro del Governo italiano solleciti la chiusura delle scuole per consentire agli studenti di partecipare al Fridays For Future e contemporaneamente il suo stesso governo continua a tenere Descalzi al suo posto. Ed è evidente che la quota azionaria del Governo italiano seppure maggioritaria vale un fico secco nei confronti degli altri azionisti che hanno nulla da criticare a un amministratore che in soli 5 anni li ha ricompensati con oltre 16 miliardi di dividendi.

Nel frattempo Eni in Basilicata continua ad estrarre senza versare le compensazioni ambientali, e non è certo che, in seguito al rinnovo della concessione Val d’Agri, tirerà fuori dalle tasche gli arretrati: le vie legali sono lastricate di cattive intenzioni. Se la multinazionale avesse davvero a cuore le sorti del territorio, non avrebbe alcuna remora a pagare le compensazioni che, a prescindere dai formalismi legislativi e contrattuali, sono dovute semplicemente perché si continua a pompare petrolio dal suolo. Ci sarebbe una legge morale da rispettare, incontestabile.

Torniamo al punto. Come dice Pietro De Sarlo, “senza una vera responsabilità sociale delle imprese, la società collassa.” Sono d’accordo, anche se credo poco a imprese socialmente responsabili in un mercato dove tutte le altre non lo sono. Vogliamo cominciare da quelle partecipate dallo Stato e dalle altre pubbliche amministrazioni? Eni ha l’obbligo di essere un’impresa socialmente responsabile. Lo Stato dovrebbe pretenderlo a partire da Claudio Descalzi. Tuttavia, per i lucani sarebbe meglio che il cane a sei zampe andasse ad esercitare la sua “responsabilità sociale” altrove. Qui varrebbe meglio il principio della responsabilità morale, il che vorrebbe dire, smontare la baracca e smetterla di scavare dollari sulla pelle dei cittadini.