Un capitalismo migliore è possibile? Il tema non interessa la politica

De Sarlo: Il liberismo è nemico dell’umanità e dell’ambiente e va politicamente e culturalmente isolato

La distopia meritocratica e la governance del sistema

Quando ero presidente della Fondazione Intesa Sanpaolo Onlus sviluppai e promossi borse di studio per studenti universitari in condizioni di disagio economico e sociale e borse per dottorati di ricerca in discipline umanistiche.

Le prime furono istituite nella convinzione che il diritto all’accesso alla conoscenza, previsto in costituzione, e alla acquisizione del merito non fosse uguale per tutti e che occorresse non tanto premiare il merito ma rendere possibile a tutti di conseguirlo. Chi può accedere al merito? È evidente che un professore di italiano ha maggiori possibilità di avere un figlio glottologo del padre di uno zingaro, così come a qualsiasi concorso pubblico il figlio di un primario di cardiologia abbia, anche senza raccomandazioni, maggiori probabilità di vincere un concorso da cardiologo per meriti effettivi. E allora eccola qui la distopia liberale che ha tra i miti la meritocrazia e la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi. Gli effetti di questa impostazione sono sempre più evidenti in tutto il mondo. Si va verso una società feudale dove c’è chi ha tutto, e tramanda tutto alla propria discendenza, e chi ha niente e che vive della paura di perdere il poco che ha ed è preda di Trump e Salvini.

Le seconde furono istituite perché la globalizzazione, la informatizzazione e la robotica generano dei cambiamenti radicali nella struttura di produzione della ricchezza. Al contrario di quello che avvenne tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900, periodo di trasformazioni altrettanto rapide e traumatiche, nessuna produzione di pensiero filosofico e sociale accompagna la odierna trasformazione. Ecco quindi che la necessità impellente di un nuovo umanesimo, capace di accompagnare la società in queste trasformazioni, richiede un forte investimento nelle discipline umanistiche.

Figlio della visione liberale di annichilimento dello Stato Sociale c’è la riforma Fornero, osannata da tanti sedicenti intellettuali con la menzogna che questa riforma fosse fatta a favore dei giovani e non su diktat dell’Europa dei rabbiosi Shauble e Dijsselbloem.

C’è qualcuno che mi sa spiegare come fosse a favore dei giovani una riforma che, a parità di necessità di ore lavorate, concentri sulle stesse persone e generazioni il lavoro? In altri termini le trasformazioni del sistema produttivo attuale possono essere affrontate con intere generazioni che lavorano ininterrottamente dai venti ai sessantasette anni per quaranta e più ore a settimana e generazioni che a venti, trenta, quaranta anni non riescono ad avere uno straccio di occupazione stabile e continuativa?

Questa folle distribuzione del lavoro e della conseguente folle distribuzione delle opportunità rende disponibile alla sedicente imprenditoria, insieme alla immigrazione illegale e senza diritti, una massa di lavoratori a basso costo e facilmente liquidabile. È evidente che siano proprio i ceti già marginalizzati a temere la ulteriore pressione della immigrazione sulle dinamiche salariali e dei diritti e tutta questa manfrina liberale sta gradualmente consegnando l’umanità ad una brutale regressione.

‘Absit iniura verbis’ ma è chiaro che alla commerciale Luigi Bocconi, dove Monti è il pontefice massimo, e dalle parti della dottoressa Elsa Fornero, che si è vantata per i suoi studi di ragioneria alle superiori, c’è un deficit di cultura umanistica visto che riescono a vedere la complessità della attuale società solo attraverso il buco della serratura delle pensioni.

Assolutamente è nelle mani della politica mettere in campo le azioni correttive allo squilibrio e allo strapotere dei ‘ricchi’ nell’attuale sistema ma è anche la governance privata e pubblica e degli investitori istituzionali che deve intervenire.  È anche necessario dire con la massima chiarezza che non è il revanscismo pauperista la risposta giusta a tutto ciò e che è puerile affidarsi a questo ignorando gli elementi di governance che possono modificare e migliorare il quadro.

Ed è proprio sulla governance che l’ONU interviene. Secondo le sue lucide indicazioni per la promozione degli investimenti Socialmente Responsabili gli investitori istituzionali sono tenuti a dialogare con le imprese di cui sono azioniste, anche con quote secondarie, e attivare un sistema di controversie con le aziende che conducono comportamenti socialmente irresponsabili. In assenza di revisione di questi comportamenti si istaura una controversia che arriva sino ad esprimere voto negativo sul bilancio e ad uscire dal capitale azionario come estrema ratio. Estrema ratio perché il capitale, nelle mani di investitori istituzionali e non di banditi liberisti, è forte strumento di pressione e va utilizzato per modificare i comportamenti irresponsabili e uscire rappresenta una sconfitta.

Queste controversie servono anche a tutelare gli investitori secondo il principio che se una azienda attua comportamenti socialmente irresponsabili prima o poi le conseguenti azioni risarcitorie e i danni reputazionali conseguenti minano la solidità patrimoniale della stessa azienda. Lo si è visto con la Volkswagen e con la BP in Messico.

Tutto questo viene ignorato dalla politica

Facciamo un esempio che tocca da vicino tutti i lucani. La magistratura ha da diverso tempo messo sotto accusa l’ENI, società dove c’è una quota consistente di capitale pubblico e addirittura il Governo nomina i vertici della azienda.

Secondo le procedure dell’ONU non solo il governo ma tutti gli azionisti avrebbero dovuto chiedere conto ai vertici della società del loro operato in Lucania e, in assenza di modifica dei comportamenti del management, minacciare e attuare l’uscita dal capitale. Molto più utilmente il governo avrebbe dovuto già da tempo rimuovere dai vertici dell’azienda almeno il suo amministratore delegato che, oltre a vantare un curriculum di inchieste giudiziarie di tutto rispetto, è anche il capo della gestione del COVA di Viggiano che è finita sotto il mirino dell’antimafia.

È invece molto più indolore e comodo, oltre che inutile, inneggiare alle banalità di Greta Tumberg fino a legittimare lo sciopero degli studenti. Ridicolo istituzionalizzare la protesta che solo per questo diviene istituzione e non più protesta.

Contro chi? Insomma se l’ambiente sta così a cuore ai governanti che si inizi a definire per legge a chi competono i costi per il decommissioning, attualmente in capo al pubblico e alle future generazioni, degli impianti petroliferi e si rimuovano i manager pubblici che hanno attuato comportamenti socialmente irresponsabili, ossia si intervenga sulla governance del sistema. Altrimenti stiamo parlando di aria fritta.

Mi piacerebbe sapere come argomentino i liberisti sul decommissioning quando tutti i profitti delle estrazioni vanno ai privati mentre allo Stato rimane l’onere della ripulitura, finito lo sfruttamento, dei luoghi. Ancora peggio: vengono abbandonati alle ortiche e senza bonifica i pozzi accidentati e abbandonati. Eccolo che allora lo Stato, il nemico dei liberisti, serve!