La Basilicata usurpata dai ruffiani del potere

Gente stracciona, ridicola, salottiera, con orizzonti mentali da sgabuzzino. Vive sulle spalle degli altri. La "borghesia" usurpatrice è un problema per lo sviluppo della regione

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C’era una volta la borghesia parassitaria. Quella di cui parla Carlo Levi, quella di cui parla Tommaso Pedio. E adesso? Dov’è finita quella borghesia? È dappertutto. Sopravvive nella sua decadenza inesorabile, tanto trasformata da non essere più riconoscibile. Travestita ora da contessa di Ciampino, ora da parvenu. Personaggi istrionici di salotti improbabili, fotocopie sbiadite di modelli televisivi esposti in trasmissioni inguardabili. Imitatori di personaggi di banale vanità e di penoso esibizionismo. Vogliono apparire vip e si comportano da guappi di cartone. Gente stracciona, ridicola, salottiera, con orizzonti mentali da sgabuzzino.

Di volta in volta sono imprenditori, scrittori, dirigenti, politici, giornalisti, poeti, o sedicenti tali. L’impostura è la loro arte, sono esperti di tutto e trafugatori dei saperi altrui.  Si infilano ovunque ci sia un riflettore o il suono di un applauso. Alla giornata internazionale pinco pallo, alla celebrazione del centenario di Tizio, alla settimana dell’elemosina, alla raccolta fondi per i disgraziati, al premio per il miglior lustrascarpe della Basilicata. Tutto in miniatura come si conviene alle cose piccole che vogliono apparire grandiose. Una mostra banale di cose banali diventa messaggio culturale, promozione educativa, grande evento storico con lo scopo di cambiare il mondo. Ogni volta l’unghia di un dito diventa un braccio più lungo della gamba. Tutti lì a soffiare nel vento senza provocare tempeste. Una specie di borghesia inutile eppure costosa. La paghiamo noi.

Quella vecchia borghesia parassitaria, qui non è morta, si è trasformata, adagiata sui disagi altrui. Oggi fa da mezzana del potere, di qualunque potere. Si colloca al centro tra il bene e il male. Mangia i frutti senza curarsi dell’albero. Ruffiana e pretenziosa. In una regione dominata dall’ingiustizia sociale, i “borghesi” usurpatori sono impegnati, su mandato del potente che li protegge, a tenere nel limbo della speranza e dell’illusione i disoccupati, i precari, i poveri, i giovani rassegnati. I parassiti in giacca e cravatta e con la gonna firmata – ancora da pagare – sono fedeli e infedeli nello stesso tempo. Sanno che tradire il potente più debole al momento opportuno, per schierarsi con quello più forte, è vitale.

Ciarlatani della politica, delle amministrazioni pubbliche, delle professioni liberali e dell’imprenditoria. Consumatori irresponsabili di danaro pubblico e di beni comuni. Quando l’osso scarseggia di polpa eccoli a millantare credito a destra e a manca per incassare qualche miseria in denaro, in riconoscimenti, in incarichi, in pergamene e in applausi. E quando i vizi aumentano e diventano un must sono pronti a farsi corrompere.

Da queste parti siamo circondati da ruffiani e mezzani del potere che vivono sulle spalle di chi lavora e di chi un lavoro non ce l’ha, garantendo ristorni ai protettori. Ecco dov’è finita la vecchia borghesia parassitaria: a seminare incultura, banalità, mediocrità, finzione, inganni. Si è specializzata nella produzione di maschere da indossare a prescindere dagli specchi. Questa gente è un problema per lo sviluppo della regione. Si sappia.

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