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Basilicata. Da quaquaraquà a quaquaralà. Storia di un ordinario salto della quaglia

Sii il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel tuo stipendio. Il riferimento a persone e fatti è puramente casuale

Eri nel centro sinistra, iscritto e persino attivista. Non venivi da una famiglia comunista, ma da tre generazioni di democristiani. Poi la storia ha fatto le sue scelte e tu da buon figlio di un seguace democristiano sei entrato in quella sezione che ancora conserva la foto di Enrico Berlinguer anche se sulla porta c’è l’insegna del Partito Democratico. Tu ci hai portato la foto di Aldo Moro e adesso il vecchio Pci e la vecchia Dc finalmente convivono iconograficamente sulle pareti di quella sala. Il posto pubblico lo avevi già, quando è nato il Pd, grazie a papà e ai suoi amici della Dc. Lo stesso papà che ti consigliò di entrare nel direttivo della sezione del nuovo partito: “Figlio mio, fallo, vuoi continuare ad essere un semplice impiegato?” E tu hai obbedito. Cosicché in un paio di anni hai fatto carriera: posizione organizzativa, direttore di unità complessa. Aveva ragione papà. Però, però, potevi anche diventare dirigente generale, ma i giochi interni alla coalizione di centro sinistra, ti hanno penalizzato. Ti hanno chiesto di candidarti ora di qua ora di là, con un dignitoso ma inutile – per i tuoi scopi – risultato personale, tuttavia il tuo contributo serviva, il tuo “sacrificio” era necessario.

Un giorno ti sei chiesto: ma che cosa hanno gli altri più di me? Perché loro fanno i sindaci, i consiglieri regionali, i parlamentari i dirigenti generali, i presidenti dei consigli di amministrazione e io no? Perché loro guadagnano tutti quei soldi e io sono fermo allo stipendio da funzionario? Belle domande. Scopri che loro non sono affatto migliori di te. Sono uguali a te, mediocri, incompetenti, arroganti, insaziabili. Tuttavia gli spazi per competere sono limitati, quasi inesistenti. Ormai c’è il tutto esaurito. E allora che si fa? In prossimità delle elezioni si annusa l’aria che tira e si investe in paraculismo a tasso zero nell’area politica opposta. Ci si infila, il più velocemente possibile, in uno dei partiti del centro destra, magari in quello più forte. Se quelli vincono si aprono praterie, decine di postazioni libere e un posticino per te ci sarà di certo. Anche perché un po’ di immagine e un po’ di voti a loro servono.

E così – per quanto servisse – hai provato a giustificare il cambio di casacca. “Vengo da una tradizione cattolica”, “condivido gli ideali di quel partito”, “ammiro quel leader”, “non ritrovo più il senso delle mie battaglie nella coalizione politica a cui appartenevo”, e così via.

Di quali battaglie si tratti, di quali ideali si parli, non è quasi mai dato sapere.

Ebbene. Fatto il salto, non rimane altro che sgomitare tra assemblee e raduni, mettersi in prima fila ad applaudire il nuovo “padrone”, fare selfie con le persone giuste e postarli continuamente sui social. Prima o poi ti chiameranno a quella riunione, ti chiederanno di partecipare a quella discussione e il gioco è fatto. Diventi uno di loro, non uno qualunque, ma “uno che ha fatto una scelta coraggiosa”, “uno che ha sposato il cambiamento”. E dunque accade quello che speravi: finalmente sei eletto, o magari finalmente hai quell’incarico, quella direzione, quel consiglio di amministrazione, quella presidenza.

I cittadini che hanno assistito al film del tuo “eroico” passaggio da un campo all’altro si fanno delle domande: che cosa è cambiato adesso che c’è lui al posto dell’altro? E si danno una risposta: niente. Questo è più bravo di quello di prima? E si danno una risposta: no, è  uguale, forse peggio.

E allora, il cambiamento? Il nostro eroe di certo non lo teme, anzi ha seguito alla lettera un ammonimento: “Sii il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel tuo stipendio”.