Sardine. Verso una pacifica, operosa insurrezione

"Scrivo ad una settimana dalla importante chiamata a raccolta delle Sardine – che si terrà a Bologna il prossimo 19 gennaio - e lo faccio per rivolgermi sia agli scettici sia agli irridenti dispregiatori di questo comune sentire che sta animando i tanti orfani della politica."

Oggi impugno di nuovo la penna. Si, la penna, perché occorre recuperare anche l’azione pratica dello scrivere, che ci aiuta a visualizzare e percepire emotivamente l’impronta dei nostri pensieri, sia nella forma scomposta sia in quella ordinata in cui fluiscono (a dispetto di quella stereotipata di un Times New Roman).
Scrivo ad una settimana dalla importante chiamata a raccolta delle Sardine – che si terrà a Bologna il prossimo 19 gennaio – e lo faccio per rivolgermi sia agli scettici sia agli irridenti dispregiatori di questo comune sentire che sta animando i tanti orfani della politica. Lo faccio dicendo, innanzitutto, che occorre esserci con la forza del corpo che scende in piazza. E’ importante partecipare e farlo con lo spirito di condivisione, apertura ed entusiasmo che hanno animato le numerose conquiste sociali raggiunte, negli anni, da questa straordinaria Regione.
La forma che ha assunto l’evento del 19 gennaio si è prestata, nei giorni scorsi, a critiche e sbeffeggiamenti, in considerazione della adesione di tanti volti noti della musica e, in generale, dello spettacolo (‘‘scendete in piazza solo per fare baldoria’’ è lo slogan più gentile da me letto).
A ben guardare questa partecipazione ‘‘d’autore’’, a mio avviso, non sottrae valore al momento aggregativo, non sottrae forza all’invito rivolto a ciascuno di noi di farsi carico di un impegno sociale potenzialmente destinato a dettare la direttrice stessa della politica (dove vogliamo andare? Che tipo di governo della cosa pubblica vogliamo? Che modello vogliamo ispiri le norme che regolano il nostro vivere civile?).
Non si tratta certamente di un evento ludico o di intrattenimento fine a se stesso, perché quegli artisti sono anzitutto cittadini, ed hanno pari diritto ad entusiasmarsi e a contribuire, con il loro linguaggio e i loro mezzi, a questa nuova visione di mondo. Un mondo in cui i politici sono, e restano, dall’altra parte, ma vengono chiamati ad ascoltare piazze, borghi, strade, popolate fisicamente da persone che sembrano aver di nuovo acquisito la consapevolezza di poter incidere su quelle agende (vuote o inefficacemente scarabocchiate da misure che non soddisfano affatto le esigenze reali, perché sporcate da spauracchi imposti a regola di marketing).
Noi, in carne ed ossa, in quelle piazze stiamo offrendo un vocabolario nuovo, costituito da termini antichi, e stiamo raccontando di azioni concrete e spontanee, compiute nella solitudine di una resistenza sfilacciata che rivendica il diritto di uscire dall’isolamento del mondo virtuale.
Sta a noi non sprecare questa opportunità. Spetta a ciascuno di noi raccontare all’altro – che in quella piazza abbiamo potuto incontrare, vedere, toccare – i problemi, le criticità, ma anche le numerose realtà virtuose già presenti sui nostri territori. Spetta a noi parlare di esempi concreti di cura degli spazi pubblici da parte di gruppi di cittadini, spetta a noi svelare alla collettività l’arricchimento che promana dall’accoglienza delle culture, descrivere i risultati dell’operatività dell’associassimo in tema di disabilità, scuola, povertà, illustrare ad occhi e orecchie a volte stupiti le reali soluzioni di bonifica naturale attuate a salvaguardia dei nostri territori, per rimediare ai danni del profitto sconsiderato e della politica disattenta…. Sono tutte storie reali di singoli o di piccoli gruppi che, grazie alla prima chiamata a raccolta del 14 novembre (cui orgogliosamente ho risposto), sono risuonate di bocca in bocca al ritmo di una univoca invocazione: non è tutto perduto e ciò che da soli riusciamo – in qualche modo e da qualche parte – a far funzionare, collettivamente davvero può diventare un progetto, un modello per cambiare in meglio le sorti di questo nostro vivere civile.
Impossibile, per me, non pensare ad una sorta di chiamata partigiana. Impossibile, per me, non rievocare l’appello storico di Sandro Pertini, proclamato alla radio quel 25 aprile di quasi 75 anni fa: cittadini lavoratori, sciopero generale, contro l’occupazione tedesca, contro la guerra fascista, per la salvezza delle nostre terre, delle nostre case, delle nostre officine.
La chiamata a raccolta di oggi non è dissimile, secondo me, per l’intrinseco valore politico (inteso come complesso delle attività che si manifestano con l’arte di governare e occuparsi della vita pubblica). Non è dissimile perché il messaggio – etichettato come banale – delle sardine, di scendere in piazza senza bandiere, per contrastare l’odio, la violenza, le solitudini, l’appello ad uscire dai social e recuperare le relazioni umane è, in realtà, un messaggio perenne e vitale, ora come allora, perché richiama tutti ad attuare quegli ideali di libertà e giustizia sociale affermati con la lotta partigiana.
Oggi le priorità, le motivazioni, sono mutate, non abbiamo un nemico armato di ‘‘fucili’’, la bestia da contrastare ha altre sembianze e vesti ma, è evidente, per me il senso comune di un bisogno, che tradurrei come pacifica, operosa, insurrezione, in un certo senso, per la salvaguardia delle nostre terre (intese come cura del pezzo di mondo che ci ospita), delle nostre case (intese come i contesti civici in cui viviamo), delle nostre officine (intese come gli spazi di lavoro, culturali, sociali nei quali si esplica la nostra personalità e dignità).
È per questo che anche il 19 gennaio, come il 14 novembre, sarò in piazza, e cercherò di portarci quanta più gente possibile. Ed è per questo che il 26 gennaio non mancherò di esercitare il mio diritto di voto, che dovrà necessariamente corrispondere a questo desiderio di contrastare una politica farlocca, dettata da operatori di marketing e caratterizzata dalla manipolazione delle notizie. I nostri corpi, in quelle piazze e nei seggi semplicemente non sono manipolabili, sono carne viva.
A noi, a tutti noi, buona chiamata a raccolta, perché non è più il tempo della complice inerzia né della dissociazione.
Hilde Petrocelli