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Vinicio Capossela racconta Antonio Infantino

L’intervista di Gabin Dante, un bambino di 11 anni, al cantautore, il giorno del funerale del musicista di Tricarico il 2 febbraio 2018

Il giorno del funerale di Antonio Infantino,  Vinicio Capossela non volle rilasciare dichiarazioni e interviste a nessuno, tranne che a Gabin. Pubblichiamo la trascrizione dell’audio dell’incontro tra il bambino – che oggi ha 13 anni –  e il cantautore.

Chi era per te Antonio Infantino?

Un filosofo, un profeta, uno sciamano e soprattutto uno che insegnava il modo di unire le cose. Infantino, quando c’erano i suoi concerti, lui era il tramite, il tramite per far accadere delle cose. Attraverso di lui la gente si univa e sprigionava delle energie. Era un tramite per far circolare le energie.

Dove vi siete conosciuti?

Avevo sempre sentito parlare di lui, ma l’ho conosciuto personalmente alla commemorazione di Enzo del Re, un altro straordinario artista che aveva fatto cose importanti con Antonio. Infantino era venuto con questi ragazzi di Tricarico e rimasi davvero impressionato dall’energia che trasmetteva.

Il ricordo più bello che hai di lui, il più profondo?

Un momento, devo sceglierlo. Abbiamo fatto una passeggiata una volta. Eravamo  venuti a Tricarico, dopo aver registrato dei brani per il disco “Canzoni per la cupa”, siamo andati davanti a una fontana e lui si è messo a suonare la sua chitarra, da solo, spiegandoci un po’ tutte le sue teorie sull’uso della chitarra. Ha cantato per noi due canzoni.

Quindi quel noi è riferito ad altre persone. Chi c’era?

Non ero solo, c’era con me Alessandro Stefani, chitarrista e produttore che era con me, poi altri amici…

La canzone più famosa che ha fatto?

Non so quale sia la più famosa ma quella che mi ha stupito di più è la Gatta mammona, la prima volta che l’ho sentita non riuscivo a crederci. “Ma allora chi fu?”.

Perché sei venuto qui al suo funerale?

Sono qui per rendergli onore.

 I suoi sentimenti quali erano, il suo carattere, le sue emozioni? Voglio sapere tutto.

Antonio Infantino mi sembra una persona molto viva, non era domata, una persona energica, era innamorato del pensiero. Antonio era un filosofo, un pensatore e questo suo pensiero lo applicava a diversi linguaggi, dalla chiacchiera in mezzo alla strada, alla musica, all’architettura, alla scrittura, alla pittura. Una persona molto vitale.

Come vorresti che questo funerale finisse?

 Bisognerebbe che terminasse con dei Cupa Cupa, che inizino a suonare, come spero accadrà dopo.

 L’ultima domanda, quella decisiva per terminare l’intervista in bellezza, visto che Antonio Infantino è morto, tu cosa farai? Continuerai a vivere passivamente o continuerai quello che lui ha iniziato?

Come posso terminare, credo che il mondo sia più povero adesso. A volte ci si chiede dove sono i Pasolini, i Picasso adesso.  

Ecco, Antonio Infantino era uno di questi, chi l’ha conosciuto più da vicino lo sapeva, altri non lo sapevano, comunque ora siamo tutti più soli, tutti più poveri, perché lui era proprio una luce. Spero che tutti i suoi allievi continueranno a suonare la sua musica.

Antonio Infantino dava tanto agli altri e dava poco a se stesso, questo era lui!

Sì, forse è vero. Io credo che lui ha veramente lasciato soprattutto ai giovani, ai ragazzi questa lezione: Il concerto non è una esibizione ma è un rito per fare una cosa insieme.