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Giustizia e giustizialismo tra etica e moralismo

Riflessioni in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario a Potenza

Possiamo ipotizzare che il giustizialismo sia un prodotto del moralismo. E che per tale ragione la moralità pubblica finisce per avere come riferimento esclusivo il codice penale. Questa condizione, non so quanto sia ipotetica oggi in Italia, determina l’esclusione dell’etica dal discorso pubblico. L’etica in quanto riflessione sui principi morali e studio sulla morale, in quanto speculazione finalizzata a spiegare razionalmente valori e norme, è ormai appannaggio esclusivo di filosofi e sociologi. Eppure – l’etica – dovrebbe essere scaraventata nel discorso pubblico al pari e prima della vulgata sulla morale.

A parte ciò,  il fatto che la moralità pubblica da un certo punto in poi – forse da tangentopoli –  sia stata pantografata sulle norme del codice penale, avrebbe determinato tendenze moralistiche e giustizialiste nella società. Senza dubbio la politica e il potere in quegli anni avevano creato le condizioni affinché queste tendenze si affermassero.

A parte le cause, oggi siamo una società che, escludendo l’etica, non ragiona più sulla morale, piuttosto si accomoda sulle norme e sui valori già dati per sempre dal codice penale. In sostanza, una società siffatta non è libera, né democratica, né laica. In questo quadro sociale, certa politica ha, come si dice, inzuppato il pane.

La reputazione della magistratura deve la sua ascesa anche a queste condizioni sociali. Tuttavia, di recente gli scandali che hanno colpito settori importanti dell’amministrazione della giustizia, avrebbero scalfito la percezione “mitica” del potere giudiziario. In parte è vero, ma la cronaca è come il vento, dura un giorno e poi finisce nel dimenticatoio. La reazione pubblica a quegli scandali è stata all’istante “giustizialista”, il che vuol dire che anche i giudici sono vittime delle stesse tendenze popolari.

Detto questo, stabiliamo che in Italia esiste un senso comune, in alcuni settori della società, che confonde la morale pubblica con il codice penale.

Potere e funzione

In verità, non si dovrebbe parlare di “potere giudiziario” ma di “funzione giudiziaria”. Il potere è nelle mani di chi può decidere norme vincolanti per la società (Parlamento) o di chi può esercitare la forza fisica sulle persone (forze dell’ordine e forze militari). I magistrati dovrebbero limitarsi a interpretare e applicare la legge, valutare se ci siano violazioni (reati) e determinare, eventualmente, le sanzioni previste dall’ordinamento.

Tuttavia, le cose non stanno proprio così. In quella funzione giudiziaria di interpretazione e applicazione della legge si aprono – a volte o spesso – crepacci di ingiustizia e anche di illegalità legalizzata dalla funzione stessa del magistrato. La funzione diventa potere.

Senza fare di tutta l’erba un fascio, questi crepacci sono conseguenza della scarsa qualità professionale di alcuni e raramente sono determinati da una precisa volontà. Quando c’è ignoranza della legge da parte di un magistrato possiamo parlare di esercizio improprio di una funzione che diventa potere – magari inconsapevole – “di vita o di morte” sui cittadini. Quando c’è la volontà di colpire qualcuno, attraverso interpretazioni e applicazioni di norme “a soggetto”, possiamo parlare di esercizio di potere – consapevole – coperto, il più delle volte, dalla macchinosità, dalla lentezza della giustizia, dalla complicità “corporativa” tra magistrati, dalla compiacenza degli avvocati. In alcuni casi, il povero cittadino, è costretto a soccombere perché solo o perché non può affrontare i costi di un procedimento.

Nel campo delle aste giudiziarie – di cui ci siamo spesso occupati in  questo giornale – certa magistratura non solo esercita un potere arrogante, consapevole, ma lo esercita anche a scopi di arricchimento personale. E gli avvocati seri, cioè coloro che non si piegano davanti alla cattiva applicazione della legge e all’arroganza del giudice, sono costretti a sopravvivere nella via crucis dei procedimenti e a subire gravi ingiustizie. Dunque, nell’amministrazione della giustizia, al pari del comparto sanitario, la qualità del personale è questione di vita o di morte. Qualunque leggerezza nelle procedure di selezione di magistrati e medici è un crimine.

L’ipocrisia che copre i problemi

 E dunque, sopra ogni ipotesi di riforma del sistema giudiziario, c’è la questione della professionalità, della qualità, dell’onestà professionale e umana, del personale reclutato. E non si tratta solo di competenze tecniche, si tratta di competenze emotive, di etica del lavoro, di responsabilità. La responsabilità è alla base della pretesa di autonomia, non si può essere autonomi se non si è capaci di esercitare la responsabilità. La terzietà e l’imparzialità del giudice non sono dati da un precetto divino, non sono un dogma – come pare alcuni lo interpretino – poiché i giudici sono uomini. Specularmente la questione della qualità attiene anche al personale politico. Una politica mediocre, pappaconsenso, esercitata da persone che ignorano la complessità dei problemi o che strumentalmente spingono l’approvazione di leggi ad personam, non favorisce una seria riforma della giustizia.

Se il confronto tra i “poteri” dello Stato scade in uno scontro tra corporazioni, la strada sarà sempre più in salita.

Certo, i problemi della giustizia italiana sono molteplici, complessi, variabilmente gravi: dalla carenza di personale, alla vetustà di mezzi e tecnologie, dalla carenza di risorse all’organizzazione degli uffici, dalle leggi e così via. Ma la qualità, l’onestà, l’etica del lavoro, sono i pilastri di ogni tentativo di riforma.

L’inaugurazione dell’anno giudiziario a Potenza 

All’inaugurazione dell’anno giudiziario, il 1° febbraio scorso, Patrizia Sinisi, presidente della Corte di Appello di Potenza, ha parlato di giurisdizione “alta” riferendosi al disegno federiciano di giustizia: “una giustizia laica sottratta ai chierici e ai baroni per affidarla a magistrati regi, i maestri giustizieri, ai quali era interdetto l’esercizio del proprio ufficio, peraltro temporaneo, nella provincia d’origine”.  Ebbene, parole apprezzabili che aprono un fronte di riflessione molto importante. Bisogna riconoscere che proprio nel tribunale potentino, esercitano – da molti anni – magistrati nati e cresciuti o vissuti nella stessa città che, essendo uomini e donne, non dei dell’Olimpo, corrono il rischio di subire sollecitazioni ambientali e di precarizzare i criteri di imparzialità, terzietà. Questo è un tema che riguarda la qualità delle condizioni di esercizio della funzione.

E bene ha fatto l’avvocata Stefania Fiore, intervenendo nell’aula dell’inaugurazione, a sollevare la questione della qualità. A scoprire il velo dell’ipocrisia sull’etica del lavoro sia dei magistrati sia degli avvocati. Bene ha fatto a criticare gli eccessi di alcuni esponenti della magistratura, Piercamillo Davigo compreso, e di alcuni esponenti della politica e del Governo, Bonafede compreso.  Bene ha fatto a richiamare gli avvocati che spesso soccombono agli atteggiamenti impropri di alcuni magistrati. Bene ha fatto a respingere le motivazioni di chi vorrebbe addossare all’avvocatura tutta la responsabilità del mal funzionamento della giustizia.

Non sono un giurista, né un avvocato, né un esperto di questioni giudiziarie, ma da giornalista e cittadino possono confermare le criticità sollevate da Stefania Fiore. Un magistrato che fissa un’udienza alle 9 e si presenta alle 13 dovrebbe chiedere scusa. Un magistrato che non legge le carte del processo o che non riceve gli avvocati dovrebbe fare un altro mestiere. Un magistrato che copre l’altro senza fondato motivo o che usa le procedure a sua immagine e somiglianza, dovrebbe essere allontanato. Un giudice che manda in galera un innocente, deve pagare il prezzo dell’errore. E gli avvocati che si piegano ad ogni “abuso” o leggerezza del magistrato per paura di conseguenze sulla propria causa, dovrebbero assumere un briciolo di coraggio. Gli avvocati che si vendono le cause ingannando chi gli ha dato la fiducia, andrebbero radiati. Perché se è così che funziona non c’è riforma che tenga. Se è così che funziona, i cittadini sono ogni giorno in pericolo.

Per fortuna non funziona sempre così. Certo la magistratura non va attaccata, né deve mettersi nelle condizioni di essere attaccata. Tuttavia può essere criticata, anzi deve essere ragionevolmente criticata. Politica, magistratura, avvocatura, sono sfere che devono confrontarsi e dialogare per rappresentare degnamente le istituzioni democratiche e garantirne il funzionamento, tutelare lo stato di diritto e preservare i fondamenti della nostra civiltà giuridica. Guai a trasformare tutto in un conflitto tra corporazioni.