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Precari e anche pendolari. Le nuove modalità dello sfruttamento dietro la fanfara dell’innovazione

Abbiamo ceduto molti diritti, per limitarci a qualche sbuffo, da contenere nei limiti della decenza, nella camera di compensazione efficace dei social network

Il vento è una lama di ghiaccio sulle gote, sul binario tre. È presto anche per il sole, che fa fatica a staccarsi dal profilo dei palazzi, affacciati sui binari. Le nostre traiettorie sono stipate su una carrozza invasa da luce fluorescente. Ci entriamo facendoci attrito, come in una tramoggia che spreme la nostra umanità iridescente. Siamo portati a spasso dai nostri gioghi, più che dal treno: i nostri sforzi sono riposti in contrattini di poche pagine appena, sottoscritte per concessione di qualcuno. Talmente scarni, sbilanciati verso la parte datoriale, che forse nessuno, della generazione “dei genitori”, ne avrebbe firmato uno, senza chiamare un legale o un sindacato. Quei contratti sono la cornice angusta in cui oggi si muove la speranza; tipologie fabbricate ad arte, dopo decenni di kamasutra giuslavoristici, per mortificare le aspirazioni piccolo borghesi di promozione sociale, riposte soprattutto nelle lauree e nei diplomi dei propri figli.

Per chi ne ha uno, di contratto. La ragazza seduta di fronte a me, ad esempio, è un’estetista. La riconosco per il suo borsone e le sopracciglia curate; per gli appuntamenti, presi di tanto in tanto al telefono e annotati su un’agendina fucsia. Un altro pendolare è un professionista della provincia di Bari e concentra tutte le attività burocratiche nel capoluogo in alcuni giorni della settimana. Con lo sguardo sul mare, prevede di dover trascorrere una mattinata intera davanti a qualche sportello pubblico, per andare avanti con un lavoro. Che verrà pagato chissà, se e quando piacerà al committente. Perché il lavoro intellettuale, si sa, non viene tenuto in considerazione. Per la gente, è un male necessario, chiamare un ingegnere o un architetto. Pensandoci bene, tutti si scandalizzano se i musicisti di una famosa orchestra percepiscono compensi da fame ma quelle stesse persone si stracciano le vesti se un artista chiede un cachet per una serata. Perché di cultura non si deve mangiare. È sempre stata appannaggio del ricco notabilato, la cultura.

Chi si accorge della tensione che sospinge una ragazza-madre verso un luogo di lavoro distante centinaia di km da casa? Lontano dai sorrisi e dalle voci che le fanno vibrare l’aria intorno e il cuore. Via, tutto il giorno, da tutto ciò che davvero meriterebbe presenza. Tutto il giorno, non meno, altrimenti i colleghi approfittano, per farsi belli davanti a un capo, con una mezz’ora di presenza in più. Magari improduttiva.

Dietro gli aggettivi (smart, giovane, etc.) le modalità nuove dello sfruttamento vengono coperte dalla fanfara travolgente dell’innovazione. La nuova frontiera è rappresentata dai nuovi lavori, a ritmi devastanti, rivestiti dalla bava di una modernità veloce, comoda, iperconnessa. Ha un ghigno volgare, il potere che costruisce questo mondo nuovo e distopico, in cui le vite sono private dell’armonia, si animano di scatti rigidi e ripetuti, a immagine e somiglianza della gestualità delle macchine. Sincronica e ripetuta. Sì, stiamo imparando a somigliare alle macchine. Forse perché presto ci estrometteranno da molte attività. Per compiacere chi potrebbe mandarci a casa, abbiamo ceduto molti diritti, per limitarci a qualche sbuffo, da contenere nei limiti della decenza, nella camera di compensazione efficace dei social network; dove ognuno di noi è autorizzato a coltivare la lapide del proprio diritto di espressione, nutrendo la convinzione di abitare in un Olimpo virtuale, di Veneri, Adoni e Soloni. Una sordina, in realtà, uno specchio in cui lasciar cadere le aspirazioni civili, emotive, sentimentali.

Lascio il treno e raggiungo un seminario sulla condizione dei precari. Vista attraverso le lenti di chi neanche l’ha mai vissuto, un giorno da precario. Ascolto dati, pareri, citazioni statistiche. Decido di tornare a casa, a piedi. Passa, contromano, un ciclomotore con dietro la scatola vistosa di un nota piattaforma online di consegne di cibo a domicilio. Il garzone cibernetico, un cottimista chiamato “rider”, fa le consegne anche sulla neve, in bici o ciclomotore. Non ha molto tempo per i semafori e sfreccia perché il tempo è suo nemico. Per qualche euro di bonus sulla paga.