Coronavirus Basilicata. La violenta aggressione alla privatezza dei contagiati

Nei nostri piccoli paesi basta un indizio banale per identificare una persona contagiata e scatenare la barbarie dello stigma dell’untore

La morbosità che si scatena intorno alle vittime del coronavirus non è degna di una comunità civile. Quando una persona viene colpita dal virus la notizia è che una persona è stata colpita dal virus, la 13edicesima o l’ennesima. Sapere a tutti i costi dove abita, in quale paese risiede, come si chiama, quanti anni ha, quale numero di scarpe porta, non influisce per niente sulle misure di prevenzione e contenimento dell’epidemia. Perché ovunque si sia verificato il contagio e chiunque sia il contagiato, le autorità sanitarie si attivano con i protocolli e le procedure del caso. A prescindere dal nome o dall’età o dal paese della persona colpita. Non cambia nulla. Conoscere il profilo personale del contagiato non ci esonera dal rispetto delle regole. In ogni caso dobbiamo restare a casa, lavarci le mani spesso, e così via. Non ci aiuta a stare più attenti solo perché il contagio è avvenuto nel nostro paese o nel nostro quartiere. Le regole sono sempre le stesse e bisogna seguirle alla lettera, punto.

Accade però che, per la morbosa curiosità di alcuni di sapere, e di altri di far sapere, viene aggredita la privatezza del malato il quale subisce una violenza dolorosa. Nei nostri piccoli paesi basta un indizio banale per identificare una persona e scatenare lo stigma dell’untore.

Avvertiamo lo sconforto di tanta “pornografia del dolore” a cui sono sottoposte le vittime del virus, da parte di pirati della notizia che invadono i social network e non solo. Una vera baldoria di narcisismo. E ciò accade nel silenzio di chi dovrebbe reagire a questo scempio.

Dunque, fanno bene i giornali che pubblicano notizie ufficiali fornite dalle autorità preposte a prevenire e contenere l’epidemia. Fa male chi anticipa informazioni prima che le autorità rendano ufficiale una notizia. Fa più male se intorno al fatto ci mette il colore di presunte informazioni aggiuntive dannose e inutili. E fa male anche chi da qualche parte negli ospedali o nelle sedi istituzionali lascia trapelare in anticipo, prima dell’ufficialità, particolari che riguardano il profilo del paziente. Peggio ancora se alti rappresentanti delle istituzioni rilasciano interviste sui social in barba alla correttezza delle procedure di comunicazione che loro stessi hanno imposto alla stampa seria.