Coronavirus. Il grido disperato di un operaio lucano: Posso infettare i miei cari. Non sacrificateci in nome del Dio denaro

"Chiusi i bar, i parrucchieri e altro ma centinaia di persone possono lavorare in un capannone per il bene del Paese"

Riceviamo e pubblichiamo il grido disperato di un metalmeccanico lucano, padre di due figli, preoccupato di diventare veicolo di contagio da coronavirus per la sua famiglia, poichè costretto ad andare a lavorare. 

“In un mondo proiettato più verso il business, l’uomo non ha più valore. Mi chiamo Alfonso Nardella ho 38 anni e sono orgogliosamente un metalmeccanico.  Ho due figli di 8 e 4 anni e una moglie fantastica (ho la fortuna di avere una famiglia invidiabile), ma da giorni vivo  l’angoscia di contrarre il covid-19 e diventare “l’untore” dei miei cari.

Viviamo delle restrizioni per garantire la salute, al contempo, migliaia di lavoratori metalmeccanici si ritrovano nelle fabbriche. Mascherina, un metro di distanza e tanta fede le uniche armi contro questo maledetto virus. Tutto chiuso, niente caffè al bar, niente capelli…però centinaia di persone in un capannone possono ritrovarsi per il bene del paese.

Capisco la situazione attuale, il voler tutelare l’economia, ma bisogna avere il coraggio di ammettere che noi  operai dobbiamo sacrificarci in nome del Dio Pil!

A cosa serve rinchiudere la mia famiglia se poi, mi ripeto, l’untore dei miei cari potrei essere io?”

Questo l’appello. Intanto, Fim, Fiom, Uilm ritengono necessaria una momentanea fermata di tutte le imprese metalmeccaniche, “a prescindere dal contratto utilizzato, fino a domenica 22 marzo, al fine di sanificare, mettere in sicurezza e riorganizzare tutti i luoghi di lavoro”. E’ quanto chiedono i sindacati metalmeccanici in una nota congiunta, sottolineando: “I lavoratori sono giustamente spaventati”.