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Destinatario di assenze, la nuova silloge poetica del poeta lucano Luciano Nota

L'autore, originario di Accettura, torna in libreria con i suoi versi

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È uscita il 20 marzo per ArcipelagoItaca Edizioni “Destinatario di assenze” la nuova silloge poetica del poeta lucano Luciano Nota. L’autore, nato ad Accettura (Matera), vive da quasi vent’anni a Pordenone ed è docente di lettere. Ha pubblicato: Intestatario di assenze (Campanotto, 2008); Sopra la terra nera (Campanotto, 2010); Tra cielo e volto (Edizioni del Leone, 2012); Dentro (Associazione Culturale  LucaniArt Onlus, 2013); La luce delle crepe (EdiLet, 2016).

Sue poesie sono state pubblicate su varie riviste letterarie e in diverse antologie. Nella trasmissione di Rai RadioUno Zapping, a cura di Aldo Forbice, sono state ospitate molte sue liriche. Una sua lirica è stata ospitata  nella trasmissione “L’uomo della notte”, sezione “Poetando”, condotta da Maurizio Costanzo. E’ presente sul blog di poesia del Corriere della Sera curato da Ottavio Rossani. 

Luciano Nota

Scrive Anna Maria Curci nella nota introduttiva: Da “Intestatario di assenze” del 2008 a “Destinatario di assenze”, la raccolta di Luciano Nota che si presenta qui a chi legge, la strada percorsa dalla sua scrittura ha dispiegato vere e proprie costanti: il verso prevalentemente breve in una misura anch’essa breve, la forte connotazione simbolica di toni cromatici, il nero innanzitutto, così come di determinati aggettivi (spoglio, nudo) che prendono le mosse, per poi estendersi visibilmente, da elementi di una natura aspra come quella del Carso e della nativa Lucania, la centralità della figura della madre del poeta, che si fonde tanto profondamente con il paesaggio, al punto da inviare a chi legge la sensazione di fusione completa tra essere umano ed elemento naturale.

Di seguito una poesia tratta dalla nuova silloge.

Tett, Charlot accetturese

Era lui, non c’erano dubbi,

lui col labbro spumoso

e una corda come cinta.

Mai avrei pensato di poterlo incontrare,

turbarmi, sentirne l’effluvio.

Non parlava, no, solo ascoltava.

Ogni cosa la spartiva col cane,

il cane bianco, unto come lui.

Bello, sì, più bello di chi lo beffava.

Era lui, Charlot, il macchiato del tempo,

Il volo dell’insetto.

Era un piacere allungargli la luce,

il filo d’erba appena formato.

Mangiava la luce,

il filo d’erba lo donava al cane.

Col fiato puliva gli stivali,

poi li scagliava oltre il tuono degli umani.

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