In onore e memoria di Luis Sepúlveda

Il racconto scritto dal giornalista Fabio Falabella per ricordare lo scrittore cileno scomparso a causa del coronavirus

Di seguito il racconto di Fabio Falabella, giornalista napoletano, che da anni vive e lavora in Basilicata, dedicato alla memoria dello scrittore Luis Sepùlveda morto il 16 aprile scorso in Spagna a causa del coronavirus. Ispirato al suo celebre libro “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare”, il racconto di Falabella, metafora del tempo sospeso a cui ci ha costretti la pandemia, attraverso la voce delle rondini e di altre specie animali, ripercorre la vita in quarantena degli umani, svelandone vizi e virtù. 

Alle rondini non sembrava vero tutto quel silenzio. Assoluto, assordante, inusitato, piacevole e liberatorio, ma quasi increscioso. E preoccupante: troppo strano, troppo per sembrare vero, reale. Erano state le prime ad accorgersene, in quella straordinaria stagione del 2020, arrivando in Europa e dapprincipio sulle coste meridionali dell’Italia dopo aver trasmigrato per migliaia di chilometri dall’Africa, dove erano andate a svernare alla fine di quella passata. Nulla avevano notato, né avrebbero potuto immaginare, durante la trasvolata, se non un mare eccezionalmente calmo e rasserenante, cristallino, senza imbarcazioni, ad eccezione di qualcuna, gommoni sgonfi o vecchie carrette, che trasportava migranti alla deriva. Migranti umani, sì, perché dal principio dei tempi tutte le specie animali e anche gli uomini, come loro del resto, avevano sempre migrato, pure le pecore e le mucche facevano la transumanza, per cercare il cibo, un posto migliore dove vivere, fuggire agli agguati di altre specie, o della stessa talvolta, o solo per garantire un futuro alle proprie rondinelle e regalargli una bella estate spensierata sulle sponde da scoprire del Mediterraneo.

Quasi nessuno però, dello stormo di innumerevoli esemplari in bianco e nero, con sfumature diverse e singolari sul collo e sul becco, ci aveva fatto caso né se ne era chiesto la ragione. La grossa sorpresa, per tutte, tra quelle che si erano spinte nel continente fin sopra le montagne della Basilicata, che dall’Appennino scendono a picco alle spiagge di Maratea disegnando scenari mozzafiato, cominciò quando, planando adagio fendendo il vento e sospinte dalle correnti ascensionali, si approssimarono ai luoghi della loro infanzia trascorsa, chi sotto tetti e fenditoi, chi verso un albero, chi, ancora, in cerca di ciò che restava dei vecchi nidi.

Paradossalmente, la prima a proferire una esclamazione di stupore e sconcerto ad un tempo fu proprio una giovane rondinella, in viaggio dal Marocco per la prima volta, che mai aveva visto quei luoghi. Si girò verso la madre con sguardo divertito ed interrogativo, chiedendole: <<Ehi mami, ma qui dove mi hai portato non parla nessuno? Non c’è nessuno?>>. Ed in effetti pareva proprio che nei bei borghi, cristallizzati nel passato remoto dei versi di Scotellaro e delle parole di Levi, non ci fosse più nessuno, o nessuno che dicesse alcunché, che si muovesse, che facesse qualcosa. Nel cinguettio acuto e gioioso, in quello squittire armonico e così armonioso che aveva suscitato le corde ed ispirato persino l’ugola d’oro di Mango, per quanto fosse bello ed unico, la domanda si sparse come un ultrasuono incontenibile di ala in ala, senza trovare apparente risposta.

Sì, erano state le prime ad accorgersene, insieme con i delfini, più in basso, guizzanti e fluttuanti in acque che non avevano mai trovato così limpide e pulite, fresche, pure, confortevoli, tanto da indurli ad addentrarsi fin dentro il golfo ed il porto di Napoli e addirittura nei canali stretti, pieni d’arte, di musica e di gondole della laguna di Venezia. <<Che i sapiens siano tutti partiti? E per dove?>>, domandò agli amici un giovane rondinotto di circa tre anni, il quale, invece, nel Belpaese ci era già stato un paio di volte e da lì aveva spiccato il suo primo salto nel vuoto. No, non poteva essere! <<Che ci sia una guerra?>>, esclamò preoccupata una tenera rondine in amore, che aveva compiuto l’intero tragitto, sinuosa, accanto al suo promesso sposo, con le piume di pece trepidanti di eccitazione e la passione dell’amore nuovo e genuino nel cuore. No, neppure questo era possibile.

E ci pensarono i più anziani della flotta volante ad escludere questa ipotesi: in guerra si sente rumore, dall’alto si vedono cadere le bombe e gente scappare, s’odono in lontananza le grida strazianti dei feriti, si vedono i morti, come quelli che avevano scorto su di lontano, sorvolando Tripoli e Bengasi, in Libia.

Nessuno dei volatili né degli altri selvatici sapeva alcunché della pandemia, a nessuno era giunta la voce del virus infido e sconosciuto che stava mettendo a soqquadro la Terra. Un microorganismo terribilmente pericoloso che stava flagellando, però, dopo aver fatto strage di pipistrelli, soltanto gli umani. Eppure, l’aria era gradevole e trasparente, destava allegria nella inconsueta solitudine: i cinghiali pezzati a macchie marroni, in branchi e famigliole, scorrazzavano per le strade di campagna provando a colonizzare territori una volta vietati, come i centri abitati dei paesi, senza neppure più il fastidio di trovare qualche autovettura di tanto in tanto, ché, dopo decenni di abbandono per mancanza di lavoro, ci si era messa l’epidemia a completare l’opera!

Le oche selvatiche, con piglio da vip, si sentivano finalmente libere di trovarsi agli incroci delle vie principali per scambiare due chiacchiere e fare un po’ di gossip sull’ultimo scandalo dello stagno, riuscendo finanche a traversarle senz’ansia e in posa da Beatles, quel famoso gruppo pop di cantanti inglesi che aveva copiato il nome agli scarafaggi, ma pensa, fermandosi sulle strisce pedonali come ad aspettare uno scatto fotografico. Sui prati fioriti, invece, saltellavano lepri inconsapevoli, mentre le volpi, astute, continuavano a rimanere nascoste, non fidandosi di quello che pareva un tranello bello e buono, l’ennesima trappola per strappar loro carni e pelliccia, accontentandosi di più sicuri e guardinghi blitz notturni nei pollai incustoditi, alla larga dai lupi che stavano cominciando ad assaltare il bestiame. E nei parchi delle città non più inquinate da smog e frastuono, tra un’alba mai veduta e tramonti sereni, gli scoiattoli imperversavano inebriati di libertà, dispettosi come nei fumetti Disney di Cip e Ciop per dar noia alle papere, disputandosi oltre alle ghiande le panchine migliori per ammirare il panorama, senza più l’intralcio di grosse biciclette, palloni di cuoio rotolanti e aquiloni svolazzanti.

Apparentemente incuranti di quanto accadesse intorno, formiche operaie laboriose ed api operose perseveravano nella propria opera plurimillenaria ed infaticabile di accumulare provviste per l’inverno le une, di cicale con cui litigare ancora non ce n’era, e di impollinare i boccioli appena spuntati le altre, cullandosi tra petali profumati, meravigliose corolle ed odorosi pistilli, coscienziose e consapevoli del compito di donare la vita che aveva conferito loro Madre Natura a margine della Creazione dell’universo.

Beh, se nessuno poneva alcuna obiezione o quasi, pensarono le rondini, allora c’era da fidarsi: ci si poteva avventurare alla ricerca degli antri più comodi dove fare il nido per la covata ormai prossima, badando bene a scegliere i punti più rigogliosi e floridi, aperti, da cui lanciarsi petto in fuori e becchi in punta alla ricerca di vermi e lombrichi per fare scorta di cibo da condividere e consumare durante la schiusa.

La piccola rondinella seguì fiduciosa la madre nel rifugio sospeso e aerodinamico a mo’ di cesto, con tanto di trampolino di lancio, che lei aveva meticolosamente intrecciato di vimini e foglie secche l’anno precedente, o almeno di quello che ne rimaneva, mentre papà rondine organizzato in truppa d’assalto con gli altri maschi adulti, con un occhio sempre attento a tenere alta la guardia della controaerea per le possibili incursioni di falchi e rapaci, si stava già dando da fare per mettere su in quattro e quattr’otto la prima cena serale per tre bocche da sfamare nella amata casa di villeggiatura.

Tutto andò bene quella sera, lo spuntino di millepiedi e lumachine era squisito, roba da grand gourmet che neppure nei ristoranti a cinque stelle: in cielo, altresì, ce n’erano milioni, miliardi di fate lucenti e splendenti come nessuno dei selvatici di queste parti le aveva mai viste, così la piccola rondinella, sazia e speranzosa dei divertimenti del giorno dopo, s’addormentò tenera e sincera, non facendo a modo di finire di ascoltare sua madre che le cantava una favola, la sua preferita, pensando vividamente ai giochi che avrebbe intrapreso il giorno dopo con i suoi amici, tutte rondini di primo volo, ansiose come lei di entrare a far parte della squadra ufficiale dei giovani esploratori. Non sapeva poverina, ignara, che l’indomani avrebbe fatto una scoperta sensazionale, macabra, che avrebbe messo in allarme tutto il vicinato…

Fu così che di buon mattino, preso il sacchettino per la colazione allacciato dalla madre, premurosa, ad una zampetta ed ascoltate, sì da impararle a memoria, tutte le raccomandazioni di lei, fece un salto al nido più in basso per chiamare la sua migliore amica e, insieme con lei e con un sorriso gaio, si allontanò, ma non troppo, dal tetto della propria abitazione per andare a giocare con gli altri nei pressi di una stalla diroccata che pareva il castello delle meraviglie, meglio del luna-park, alternandosi per tutta la giornata tra un nascondino ed un acchiapparello in picchiata, una versione propria delle rondini e degli uccelli in genere, fino ad essere quasi sfinita a pomeriggio pieno, col sole caldo, senza neppur aver toccato un pizzico dello spuntino di insetti che aveva ricevuto nel fagottino prima di uscire.

Seduta su di una trave marcia ma ancora buona a reggere il suo esile peso, con l’amichetta distratta a guardare la forma delle nuvole solo un po’ distante, vide spuntare tra l’erba alta un bel gatto striato e dall’aria sorniona che, peraltro senza apparenti o manifeste cattive intenzioni, le si rivolse con questa frase: <<Ciao piccolina, solitamente non dò retta ai piumati e li preferisco come stuzzichino, ma oggi voglio svelarti un segreto! Sai perché non c’è nessuno in giro e ti diverti così tanto a bighellonare con le tue amiche, senza nessun umano che vi disturbi?>>. Una rondine, del resto, non fa primavera, pensò il gatto tra sé rammentando un proverbio e declinando negativamente l’opzione di un agguato fulmineo. E con movenze da intellettuale, noncurante di una interlocuzione ma più aduso ad impartire univoche lezioni e miagolanti ammonimenti, con la sufficienza austera e distaccata dei felini, continuò: <<I sapiens sono malati, ne stanno morendo tantissimi, a centinaia, senza saper trovare una cura o riuscire a difendersi, flagellati da un virus microscopico dalla forma a corona che a noialtri, sinceramente, ci fa un baffo.

Che ridere – aggiunse il gatto beffardo con fare altezzoso, rincarando la dose. E pensare che sono stati proprio loro a distruggere il pianeta, senza fregarsene di nessuna delle altre specie, costringendoci a sopportare le loro puzze ed i loro schiamazzi ad ogni ora di buio e dì, prendendosi tutto e facendone spazzatura. Ho saputo dai miei cugini persiani che la malattia è stata causata dalla loro ingordigia, manco a crederlo! Il virus è venuto fuori da foreste che erano loro vietate, inaccessibili ed incontaminate. Ne hanno fatto spregio per ricavarne legna da ardere e terreni da coltivare, peccando di cieca superbia e mossi dall’ingordigia di mangiare serpenti e mammiferi d’ogni guisa, scuoiati e comprati nei mercati di animali vivi che costruiscono per noi come prigioni nelle loro megalopoli, dove non di rado, specie in Cina, fanno scempio di cani e dei miei simili senza alcuna pietà>>.

Furtivo come era apparso, senza degnarsi di aspettare proferir verso dalla piccola rondinella ora inquieta, il gatto striato si acquattò tra i cespugli e strisciò via, non lasciando dietro di sé altra scia che l’ondeggiare frusciante ed impercettibile come un brusio delle cime delle frasche di verde intenso. Non si trattava di un segreto, in realtà, anche i cani sapevano di questa storia e qualcosa avevano origliato pure i cavalli addomesticati: ma la sensibilità dei quadrupedi impediva loro di farne parola con chicchessia, mentre i più fidati compagni degli umani, per orgoglio, addestramento, fedeltà e disciplina si erano guardati bene di pronunciar verbo, guaito o latrato lamentoso con alcuno, generosi e solo timorosi per la sorte che stava toccando ai loro antichi padroni. E i randagi, si sa, quelli girano senza collare, girovagando e seguendo la propria strada, disinteressati alle vicende degli erectus, di cui si accontentano di ripulire gli scarti.

La notizia appresa, nondimeno, scosse e non poco la piccola rondinella, la quale, presa per mano la sua amichetta, corse, cioè volò subito verso la sua dimora, trattenendo il fiato per non scoppiare in lacrime e conservare un filo di voce, sì da raccontare agli adulti tutto quanto aveva sentito da quel gatto impertinente. Non ci volle molto perché tutta la colonia andasse in panico e in affanno, sicuramente angosciata per il timore che quanto ascoltato dalla piccola rondinella potesse accadere anche a loro, ma, soprattutto, perché per le rondini un mondo senza sapiens era inimmaginabile. Tutti gli altri animali appresero della novità e ciascuno a suo modo, nel consiglio straordinario dei saggi che si tenne quella sera ai margini del bosco di vecchie querce, espresse perplessità, angoscia, sconcerto, perché la situazione era davvero seria e perché nessuna specie riusciva a pensare ad una Terra senza umani. Anzi, l’afflato sincero ed intimo che fa di ciascun essere vivente un tutt’uno con l’ambiente e con ciò che lo circonda, che essi avevano saputo conservare non accecati dalla ragione illogica, irrazionale e predatoria dei sapiens, li muoveva tutti a compassione: in fin dei conti, seppure colpevoli di tutte le nefandezze cui aveva fatto cenno il gatto, di ciò erano tutti certi e consci, concordando unanimi su questa amara riflessione, anche gli umani erano figli del buon Dio e perciò destinati di diritto ad abitare il mondo, in armonia con e rispetto delle altre specie. Né era immaginabile o auspicabile, neppure per loro che spesso ne pativano soltanto le nefaste conseguenze, un mondo senza sapiens, senza le miriadi di luci colorate al neon e a led, le vette dei grattacieli, le briciole di pane sparse a terra da beccare, il rombo ruggente come un leone degli aeroplani, le tracce di spuma bianca lasciate dalle navi che solcano le onde attraversando gli oceani seguite dai gabbiani. Pure su questo convenivano tutti: regole ancestrali di Madre Terra a parte, in fondo anche gli umani avevano una loro bellezza, un certo fascino sgraziato, con quelle lunghe braccia penzolanti e le mani a cinque dita con cui costruivano cose sensazionali, addirittura navicelle spaziali per andare alla conquista di altri pianeti, loro, che da Icaro e Leonardo neppure avevano mai potuto volare, ma avevano imparato a farlo con l’ingegno.

Ciò nonostante nessuno aveva una soluzione, pur volendo tutti donare qualcosa ai sapiens, per farli stare meglio e mostrar loro benevolenza: un agrifoglio speziato, una bacca croccante e succosa, una noce conservata, del miele succulento, latte dalle mammelle come aveva fatto la lupa della leggenda con Romolo e Remo. Questa volta gli umani avrebbero dovuto fare da soli, da soli sopportare il tormento di un virus, da soli farsi forza e coraggio per oltrepassare l’oscurità e vincere il freddo pungente che spira forte dall’animo irrequieto, da soli trovare un rimedio per tornare alla vita. L’assemblea si sciolse ed ognuno rientrò dai propri cari, nelle tane sotterranee, negli incavi degli arbusti o sotto le grondaie. E quella sera la piccola rondinella non volle le si raccontassero fiabe a lieto fine, preferì addormentarsi nel tepore sicuro dell’abbraccio materno, con l’unica certezza di aver fatto la cosa giusta e di aver compiuto una buona azione per il mondo intero, come insegnavano le marmotte. Con l’irruenza incontenibile e preziosa della cruda verità, la piccola rondinella era diventata grande.