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Le nostre vite dopo il lockdown

Ne abbiamo parlato con Daniela Anastasi, una ricercatrice di Igiene generale ed applicata all’Università di Cassino

Daniela Anastasi è una ricercatrice di Igiene generale ed applicata all’Università di Cassino. Sin da febbraio, si è distinta per aver diffuso informazioni sul rischio imminente rappresentato dalla pandemia, quando ancora il dibattito mediatico era incerto e le informazioni talora controverse. L’abbiamo intervistata, per avere alcune informazioni e intravedere le nostre vite, dopo il “lockdown”.

Daniela Anastasi
Daniela Anastasi

Siamo vicini al picco, su scala nazionale e regionale?

Su scala nazionale abbiamo raggiunto il picco dei contagi e ora ci troviamo nella cosiddetta fase di plateau, cioè siamo in una fase stabile, dopo la quale inizia la discesa. Su scala strettamente regionale, le cose cambiano un po’ in quanto, come sappiamo, l’epidemia è iniziata in tempi diversi nelle varie regioni. Ci aspettiamo, quindi, degli andamenti differenziati. Quello che è importante, comunque, è sapere che su scala nazionale abbiamo raggiunto il valore di 1 per il cosiddetto numero di riproduzione di base. Esso esprime il numero medio di persone che un singolo individuo può a sua volta infettare. Basti pensare che, quando è iniziata l’epidemia, questo valore era pari a 3. Adesso, l’obiettivo principale è portare questo valore al di sotto di 1. Quando un’epidemia ha un numero di riproduzione di base inferiore all’unità, tende rapidamente a diminuire.

Quando il lockdown cesserà, come cambieranno le nostre abitudini?

La fase post-lockdown, o fase 2, deve in ogni caso essere gestita con grande cautela. Il virus, infatti, circolerà ancora. Quindi, i dispositivi di protezione individuale (Dpi), le mascherine, in primis, e i guanti vanno usati in ogni caso. In parallelo, devono essere assolutamente evitati gli assembramenti. In caso contrario, una cattiva gestione della fase 2 potrebbe provocare una brusca risalita della curva epidemica, come è avvenuto a Hong Kong. Sarebbe, in questa fase, molto utile l’implementazione dei cosiddetti test sierologici rapidi, che ci consentono di stabilire se una persona abbia nel sangue gli anticorpi anti-Covid-19, avendo quindi sviluppato l’immunità. Questo potrebbe consentire, alle persone immuni, la ripresa delle attività perché, anche se la durata dell’immunità per il Covid 19 è ancora in fase di studio, è verosimile pensare che tra un po’ di tempo la situazione epidemiologica sul territorio nazionale sarà nettamente migliorata. È anche molto importante, sempre in Fase 2, rafforzare la sorveglianza sanitaria sul territorio, con il tracciamento dei contatti di chi sia risultato positivo al tampone. In ogni caso, c’è da dire che la situazione epidemiologica tra le varie regioni, allo stato attuale, è molto diversa. Questo potrebbe consentire di prendere in considerazione l’avvio della Fase 2 in modo diversificato, iniziandola dalle regioni meno colpite, con un numero di casi molto basso rispetto alla popolazione residente. In questo caso però, sarebbe fondamentale evitare flussi di popolazione tra una regione e l’altra.

Se fosse sviluppato un vaccino, speriamo entro un anno, in quanto tempo potrà esser disponibile per le fasce più fragili della popolazione, duramente colpite dal virus?

La buona notizia è che uno dei vaccini più promettenti, in corso di sperimentazione a Pittsburgh (Usa), non ha bisogno di essere congelato e quindi, una volta pronto, potrebbe essere inviato rapidamente in tutto il mondo. Se le sperimentazioni avranno esito positivo, le fasce più fragili potrebbero accedervi, forse, tra un anno o, nella più rosea delle ipotesi, un po’ prima; anche se, in questi casi, dare delle indicazioni precise non è facile, vista la concomitanza di molte variabili. In ogni caso, in genere i virus tendono a mutare in forma più aggressiva all’inizio di un’epidemia, e in forma meno aggressiva successivamente. Questo accadde, ad esempio, per il virus dell’influenza spagnola, che provocò una grave pandemia tra il 1918 e il 1920, e che, nonostante l’assenza, all’epoca, di misure di contenimento e di norme igienico sanitarie adeguate, mutò in una forma meno aggressiva, e poi scomparve col tempo. Ciò significa che possiamo aspettarci, verosimilmente, che il Covid-19 muti in forma meno aggressiva e che si endemicizzi, cioè che continui a circolare tra di noi senza produrre, però, le gravi forme morbose che stiamo osservando in questo periodo.