Morte Antonio Nicastro, il figlio Valerio risponde a Bardi: “Ecco come è andata”

"Quello che ci addolora è la lunga serie di rimpalli e di mancati interventi prima di arrivare al tampone e al ricovero, ed è su quello che ci interessa fare luce"

Riceviamo e pubblichiamo la nota di Valerio Nicastro, figlio di Antonio, deceduto ieri all’ospedale di Potenza dove era stato ricoverato per coronavirus. 

Di seguito le parole di Valerio.

Ho letto ieri, dopo aver appreso la notizia del mio caro papà, la lunga serie di dichiarazioni del Presidente della Regione Basilicata, dell’Azienda Ospedaliera Regionale e dell’Azienda Sanitaria Locale.

Volevo chiarire alcuni aspetti riguardanti queste comunicazioni, ricostruendo alcuni passaggi mancanti, e che non sono stati evidenziati, anche perché probabilmente ancora sconosciuti a chi ha indagato sulla vicenda, che ci riserviamo di ricostruire con maggiori dettagli nei prossimi giorni.

Innanzitutto, dopo che mio padre aveva accusato i primi sintomi il 5 marzo scorso, e dopo che erano stati trattati senza effetto da una prima terapia, in seguito a un primo peggioramento delle sue condizioni di salute ci siamo recati al Pronto Soccorso nella tarda serata del 13 marzo, dopo aver chiamato una prima volta il 118, il quale ci ha indirizzato alla Guardia Medica. Su indicazione della Guardia Medica, ci siamo recati quindi al Pronto Soccorso, con suggerimento di effettuare almeno una radiografia toracica, visto il quadro clinico che persisteva da più di una settimana, di febbre e tosse resistente agli antibiotici. Senza volerci sostituire al lavoro di nessuno, probabilmente però l’esame in oggetto avrebbe forse permesso una diagnosi più precoce della polmonite interstiziale che è stata poi successivamente accertata.

Il Pronto Soccorso, oltre a suggerire ulteriore terapia antibiotica, ci ha indicato di fare riferimento al numero verde regionale in caso di peggioramento dei sintomi. Noi, quando la situazione è peggiorata, abbiamo immediatamente riferito al numero verde. La risposta è stata la seguente: “Questo non è un numero per le emergenze mediche, ma è il numero che serve per registrare il ritorno in Basilicata di chi è stato nelle zone rosse della Lombardia”.

Arriviamo così alla prima mattinata di domenica 15 marzo scorso. Mio padre, dopo aver fatto le scale interne, ha un leggero mancamento, è pallido, e sembra stia per svenire. Mia madre contatta il 118, e la risposta che riceve, ancora una volta, è che il 118 è un numero di emergenza, e che non avrebbero potuto mandare soccorsi se non nel caso in cui mio padre avesse avuto una crisi respiratoria grave.

Immagino che si possa recuperare la registrazione della telefonata, effettuata nelle prime ore della mattinata di domenica 15, dalla nostra utenza casalinga.

Ci siamo quindi successivamente rivolti nuovamente alla Guardia Medica, la quale in un primo momento si era dichiarata disponibile a visitare mio padre a casa, salvo poi decidere, prudenzialmente, di non intervenire per carenza di DPI. La settimana successiva è trascorsa nel tentativo di ottenere al più presto il tampone, visto che ormai tutti i sintomi sembravano portare alla diagnosi di COVID-19. Il tampone è stato ottenuto, purtroppo, solo dopo denuncia pubblica della situazione e intervento della stampa, facendo quindi nascere la convinzione che sia stato effettuato più per “calmare le acque” che non per effettivo interesse verso la situazione clinica del paziente.

Anche per ottenere il risultato del tampone abbiamo dovuto aspettare quasi 48 ore, dovendo continuare a chiedere notizie direttamente al dottor Bochicchio dell’Azienda Sanitaria Locale di Potenza, e non ricevendo alcuna notizia dai canali “ufficiali”.

Questo è tutto quello che per ora abbiamo da aggiungere, per provare a fornire un quadro quanto più chiaro e completo della situazione. Purtroppo, non abbiamo altri elementi per valutare quanto successo dal momento del ricovero in poi, ma siamo sicuri della professionalità degli operatori e degli interventi messi in campo dopo il momento del ricovero in terapia intensiva.

Quello che ci addolora è la lunga serie di rimpalli e di mancati interventi prima di arrivare al tampone e al ricovero, ed è su quello che ci interessa fare luce, nella speranza che il sacrificio di mio padre possa servire per salvare altre vite nelle prossime settimane.

Valerio Nicastro