Sanità e giustizia. Vince la causa ma perde la lite

Era suo il posto in Ostetricia e Ginecologia. Ma dopo 30 anni la dottoressa Angela Auletta ottiene un’amara consolazione. Chissà se avrà ancora voglia di impugnare la sentenza del Tar Basilicata

Ebbene, ci sono voluti più di 3o anni per ottenere “giustizia” su quel concorso illegittimo che ha nominato un vincitore illegittimo. È la storia della dr.ssa Angela Auletta, che abbiamo già raccontato, e che sulla soglia della pensione deve accontentarsi dell’esito consolatorio di una lunga traversata giudiziaria. Un esito che ha un valore simbolico devastante nel rapporto tra cittadini e giustizia amministrativa. Le sentenze si rispettano, quando non sono definitive si impugnano, ma si possono comunque sempre criticare e commentare. Ed è il caso di questa vicenda.

Il dottor Sergio Schettini, attuale primario di ostetricia e ginecologia all’ospedale san Carlo di Potenza, avrebbe avviato la sua carriera in quell’ospedale grazie a un concorso illegittimo e a una nomina altrettanto illegittima. È il Tar Basilicata a stabilirlo con un’ordinanza pubblicata il 28 giugno 2019.

A vincere quel concorso doveva essere la dottoressa Angela Auletta che, finalmente, dopo un lungo iter giudiziario ha ottenuto ragione davanti al giudice amministrativo.

Si tratta di una delibera di oltre 30 anni fa, la numero 1800 del 17 novembre 1989 adottata dall’allora Comitato di gestione dell’U.S.L. n. 2 di Potenza, recante l’approvazione dei verbali della commissione esaminatrice del concorso per n. 1 assistente medico dell’Area funzionale di chirurgia presso la Divisione di ostetricia e ginecologia, con il quale veniva dichiarato vincitore il dr. Sergio Schettini. Quella delibera era già stata annullata dal Consiglio di Stato nel 2010.

La stessa Asp di Potenza nel 2013 aveva proceduto alla riformulazione della graduatoria di merito di quel concorso dichiarando vincitrice la dr.ssa Angela Auletta (in luogo del dr. Schettini) con l’impossibilità giuridica, ormai dopo tanti anni, di assumere la stessa dottoressa Auletta, in ragione del mutato quadro normativo. Già, perché intanto la vincitrice del concorso è finita all’Inps a fare il medico legale, mentre Schettini ha fatto la sua carriera nell’ospedale, nel quale Angela avrebbe voluto lavorare, diventando addirittura capo del dipartimento materno-infantile.

Dunque il Tar, dopo la sentenza del giugno 2019, avrebbe dovuto verificare ed acclarare l’eventuale sussistenza, e l’entità, delle differenze retributive dovute alla dottoressa Lauletta tra quanto avrebbe percepito se fosse stata assunta dall’azienda sanitaria e quanto effettivamente ottenuto nel corso del rapporto di lavoro svolo all’Inps.

E lo ha fatto, con una sentenza pubblicata il 30 marzo 2020. Una sentenza da “contabili” che non tiene affatto conto dei danni morali. Quanto valgono la delusione, l’umiliazione, la fine di un sogno per una giovane medico, a cui viene sottratta la speranza di una carriera? Quanto valgono 30 anni di battaglia per ottenere giustizia? Sulla soglia della pensione Angela Auletta deve accontentarsi dell’esito consolatorio di una lunga vicenda giudiziaria. Che a vincere il concorso fosse stata lei, Angela lo sapeva già 30 anni fa.

Dopo 30 anni deve accontentarsi di un misero risarcimento (80mila euro?), tanto risulterebbe dai conti  del Tar. Ma c’è dell’altro: il tribunale amministrativo non le ha riconosciuto le spese legali di 30 anni di battaglie. E quei soldi, se davvero li prenderà, non bastano nemmeno per coprire i costi degli avvocati. In pratica, alla fine della storia, Angela ha vinto la causa ma ha perso la lite. Per via di una sentenza del Tar Basilicata che in sostanza lancia un messaggio simbolico devastante ai cittadini: è inutile denunciare, avventurarsi in una via crucis che dura decenni, perché tanto alla fine, potreste anche avere ragione, ma sarete umiliati e ci rimetterete una barca di soldi. Certi giudici – magari per insipienza, superficialità, e forse inconsapevolmente, non fanno altro che allontanare i cittadini dalle aule di giustizia. Un invito alla soccombenza preventiva.

Qui la sentenza