Sommersione: ritratto di una società che galleggia sul degrado

Sandro Frizziero torna in libreria con una metafora cruda e straziante dell’esistenza umana

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Un’isola misteriosa, nel cuore della laguna veneta, che si ostina a vivere separata dal resto del mondo con la forza millenaria dei suoi riti e deve lottare ogni giorno contro l’incubo dell’alta marea; un vecchio pescatore che si trascina stancamente verso la fine dei suoi giorni mettendo sul piatto della bilancia una lunga sequela di lutti, rancori e malefatte che hanno danneggiato, irrimediabilmente, il suo rapporto con gli altri. Su questi due elementi Sandro Frizziero ha costruito la sua personale metafora dell’esistenza umana – che può essere ancor più crudele e matrigna della natura di leopardiana memoria – alternando sequenze narrative di inaudita ferocia a sprazzi di ironia sottilissima. Ma a ben vedere Sommersione, edito da Fazi (189 pp., 16 euro), è anche, e soprattutto, una moderna fiaba per adulti, zeppa com’è di belve feroci e mostri dalle sembianze umane, dove però non c’è spazio per il lieto fine (figuriamoci per la morale).

Il puntino prima del big bang è custodito nello scrigno più intimo del protagonista, che ricorda a tratti il meraviglioso personaggio scolpito da Hemingway ne Il vecchio e il mare. La pesca (guarda caso) è il suo unico contatto (amichevole) con il mondo esterno. Il resto è una guerra logorante di dispetti e ripicche quotidiane – come nemmeno nello stato di natura immaginato da Hobbes – che si consuma negli ambienti degradati con cui viene di volta in volta a contatto, ognuno dei quali è abitato dalla sua caricatura. La violenza è inevitabilmente una delle molle del racconto, ed è Frizziero a raccontarla in presa diretta quando si impossessa dell’involucro del pescatore, avido consumatore di orate e di vendetta.

Ma Sommersione è anche un ritratto impietoso dei rapporti sociali e delle loro ipocrisie. Il matrimonio è una prigione destinata a rivelare col tempo le sue pecche. Del vecchio pescatore, rimasto solo dopo aver perso la consorte, quasi nessuno si ricorda più eccetto la figlia, che in realtà pensa solo alla casa da ereditare, e i compagni di un tempo, ridotti a maschere farsesche (come grotteschi sono i loro vizi), che si contentano di galleggiare su una quotidianità intrisa di putrefazione morale e istinti bestiali. L’isola stessa è una cloaca a cielo aperto che si illude di sopravvivere al suo destino salvaguardando le apparenze e gli ultimi esponenti di una specie destinata a scomparire (perfino dall’immaginario dei pochi turisti che si spingono a visitarla).

Nell’inferno terreno di Frizziero c’è posto per tutti: bevitori tutt’altro che santi, bestemmiatori, religiosi non proprio integerrimi, prostitute e figli ingrati. E gli basta una sola giornata per darlo in pasto al lettore: tanto dura l’Odissea della sua creatura agonizzante, resa ancor più amara dalla continua sovrapposizione di ricordi e istanti che si avvicinano, col fiato sempre più corto, alla fine. E a quel punto la vera sfida, o forse la condanna peggiore, è sopravvivere a se stessi.

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