Basilicata. Il pasticcio dei derivati di Vito De Filippo. Danno erariale ipotizzato di oltre 51milioni di euro

La Corte dei Conti: “rilevate numerose anomalie nell'operazione, diseconomica e frutto di scelte amministrative irragionevoli”. Emessi dieci inviti a dedurre nei confronti di intermediari bancari, funzionari e dirigenti, membri e presidente della Giunta pro-tempore

Non furono osservate le regole minime applicabili di evidenza pubblica né forniti adeguati elementi informativi, come da obblighi in tema di trasparenza e tutela della clientela. È duro il giudizio della Procura regionale della Corte dei Conti della Basilicata. La vicenda ha inizio con la presidenza di Vito De Filippo e si protrae fino al 2019.

A seguito di indagini coordinate della Procure Regionale della Corte del conti presso la locale Sezione Giurisdizionale ed eseguite dal Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza di Potenza, l’ufficio requirente contabile ha emesso dieci inviti a dedurre nei confronti di due intermediari bancari, nonché di funzionari, dirigenti, membri e Presidente della Giunta pro tempore della Regione Basilicata, per profili di responsabilità amministrativa ipotizzati in ordine a strumenti finanziari derivati (interest rate swap) sottoscritti nel 2006, la cui esecuzione si è protratta fino al 2019.

In particolare, i contratti in argomento sono stati conclusi della Regione con l’intento di coprirsi dal rischio di rialzo del tasso d’interesse (variabile) di un mutuo ventennale che prevedeva un’erogazione graduale basata sulla progressive realizzazione di opere e interventi nelle zone del lagonegrese colpite dal sisma del settembre 1998, con la previsione di un completo utilizzo delle somme entro il 2006 e fino a un importo massimo di 346.026.122,39 euro, oltre che con l’assistenza di un contributo statale per un valore di 21.174.732,86 euro annui, assegnato per il periodo 2000-2019.

La complessa operazione finanziaria proposta dalle banche contraenti all’Ente pubblico e stata concepita prevedendo un finanziamento aggiuntivo pari alla differenza tra il valore del consolidamento del mutuo al 31.12.2006 e la somma di euro 218 milioni quantificata in ragione delle esigenze d’investimento dell’ente.

Su questo primo meccanismo si innestava, contestualmente, il derivato vero e proprio, basato sullo sdoppiamento dei cosiddetti capitali nozionali.

In pratica, sul capitale sottostante (valore di consolidamento del mutuo al 31.12.2006) le banche si sono impegnate a versare i correlati interessi a “tasso variabile”, mentre su quello predeterminato, comprendente il finanziamento aggiuntivo (218.000.000,00 di euro) è stato applicato il “fisso”, con il vincolo per la Regione di corrispondere una rata costante.

Gli approfondimenti investigativi posti in essere hanno consentito di rilevare numerose anomalie nell’operazione, rivelatasi diseconomica e frutto di scelte amministrative irragionevoli. Oltre alla c.d. “ingegnerizzazione” scorretta del derivato,  che risultava fondamentalmente inidoneo ad assolvere Ia propria dichiarata funzione, esisteva un conflitto di interessi delle banche, originato dal doppio ruolo di controparte e consulente (advisor) della Regione per l’ottenimento del giudizio di solvibilità dalle grandi agenzie di rating internazionale, nonché per Ia  gestione attiva dell’indebitamento, ruolo rivestito da entrambi gli istituti di credito chiamati in causa; non furono osservate le regole minime applicabili di evidenza pubblica né forniti adeguati elementi informativi, come da obblighi in tema di trasparenza e tutela della clientela.

II ricorso  a  tale  strumento  ha  generato  flussi  differenziali  negativi  per 48.777.131,99 euro e costi impliciti per 2.406.611,78 euro, per un danno erariale ipotizzato complessivamente pari a 51.183.743,77 euro.