Coronavirus. Ipocrisie, censure e tabù nei bassifondi del web: la strage dei nonni

Per il futuro, si potrebbe fare il buon proposito di evitare di aggiunger dolore al dolore, mettendo da parte la retorica stantia e la facile emanazione di giudizi, da parte di chiunque

Quando si cerca di intavolare un discorso sulle molteplici declinazioni della disparità di trattamento che attraversano il Paese (nel campo del lavoro, dei diritti, dei generi) ci si accorge, dalle reazioni, di sollevare un velo che impedisce la conoscenza completa del mondo che viviamo. Sebbene la Costituzione non ammetta neanche una delle disparità di trattamento che pur si osservano – Nord/Sud, uomo/donna, precario/indeterminato -, esse sono presenti e vive. Quando tutte la citate disparità vedono sommarsi i propri effetti, dilaniano le vite, i progetti, le aspettative di milioni di persone.

Ogni volta che, in passato, si sia fatta rilevare l’evidenza del divario di tutela tra le generazioni, chiunque lo abbia fatto è stato additato – nel miglior dei casi – come un pericoloso seminatore di discordia civile. È la reazione tipica ai tabù, agli innominabili segreti accuratamente nascosti nella soffitta: cose su cui non è lecito proferire parola, specialmente in pubblico.

Ma in questi giorni accade di leggere requisitorie impensabili, con particolare riferimento alla cosiddetta “strage dei nonni”, nelle Residenze Socio-Assistenziali.

Il grosso delle polemiche è sorto dal fatto che una delibera della Regione Lombardia ha permesso di ricoverare malati Covid-19 nelle RSA per anziani, con tutto lo strascico di eventi, polemiche e commissioni di inchiesta che ne sono derivati.

Basta fare un giro sui social e i commenti alle notizie per rilevare quanto spesso sia accaduto che le responsabilità di un’inadeguata (in alcuni casi disumana) gestione sanitaria in alcune strutture (in diverse zone del Paese) durante questa pandemia, siano state inopinatamente deviate verso i parenti delle vittime, esposti alla gogna pubblica, offesi con leggerezza dai commenti alle notizie. È il caso di spendere qualche riflessione che vada al di là del commento di pancia. Che ha l’ulteriore effetto di squalificare, al contempo, la professionalità di tanti operatori e operatrici che in questo periodo stanno dando fondo alle proprie risorse umane e fisiche per assistere i propri ospiti con dignità e cura.

È materia incandescente, senza dubbio, e invero poco importerebbe se la veemenza delle polemiche provenisse dai soliti Napalm51, che popolano i bassifondi della rete, seminando bave di odio a caldo, sotto qualsiasi notizia.

Invece, sarà per la tensione di questo tempo di cattività, ma capita sempre più spesso di leggere sermoni di persone bene in vista, che si accontentano di una lettura soggettiva del problema o propongono la soluzione più banale, finendo per indicare alla gogna dei capri espiatori, più o meno direttamente. E, si sa, la soluzione banale finisce per dimostrarsi sempre una non soluzione, degna del prontuario del qualunquista.

Mentre le Procure indagano sulle responsabilità degli enti locali e dei responsabili delle strutture, l’attenzione di alcuni si sposta sui parenti degli ospiti di tali strutture, tradendo un pensiero arcaico, incurante dell’iniquità sociale che sempre più spesso origina certe scelte, su cui nessuno dovrebbe esprimersi con leggerezza. Questa riflessione la spendo per sollevare il carico di ipocrisia che sottende simili atteggiamenti di censura.

Anzitutto, fa un certo effetto dover ricordare che molti non usufruiscono affatto delle garanzie e delle tutele come Legge 104, congedi parentali e altre forme di garanzia del lavoro a tempo indeterminato che sono del tutto legittime, oggi, e di più lo sarebbero se fossero fruite da tutti i lavoratori, soprattutto quelli precari e autonomi, invece esclusi. Abbiamo festeggiato il Primo Maggio ma si finge di non vedere la persistente dicotomia tra i lavoratori, con una ipocrisia intollerabile.

Si finge di non vedere che oggi, un lavoratore o una lavoratrice – questa, con ancora più difficoltà – precari godono di pochissimi diritti, costruiscono un destino disseminato di rinunce, nella quotidiana incognita sulla propria continuità reddituale. Che sottrae tempo a se stessi, ai progetti per il futuro, i figli. E va de plano che nel novero delle esclusioni possa ricadere l’assistenza personale del genitore malato e bisognoso di cure affettive e sanitarie.

E allora, la vicenda delle RSA non si può liquidare con la censura passatista di qualche censore, bensì entra e pieno titolo nel dibattito sui diritti sociali nella nostra epoca. Si persevera nell’invalsa abitudine di rimproverare alla vittima di esser vittima. Per milioni di giovani e meno giovani, la vita è un equilibrismo tra l’insostenibile leggerezza del welfare, lo sfruttamento del lavoro, gavette infinite, mortificazione delle aspirazioni e difficoltà di vivere una dignitosa dimensione affettiva; il tutto, assurto a regola quotidiana. E guai a chi osi lamentarsi. Vae victis.

Se fino a ieri, con molta ipocrisia, ci si domandava come mai regredisse il numero delle nascite nel Paese, da oggi quella stessa generazione a cui si è rubato il futuro si vede rimproverata di non avere neanche il sacrosanto diritto a vivere un rapporto col passato: i genitori o i nonni.

Dall’altra parte, gli improvvisati stiliti del 21º secolo autodenunciano, in realtà, solo il proprio ritardo epocale nella lettura dei drammi del nostro tempo, viziati da una condizione personale che forse impedisce una lettura coerente col tempo che viviamo, con le sue complessità. Un ritardo che indossa gli abiti della protervia, specialmente quando chi lo manifesti sia in pieno possesso del godimento del più ampio ventaglio di diritti garantiti dal welfare, nella nostra storia nazionale.

Per il futuro, si potrebbe fare il buon proposito di evitare di aggiunger dolore al dolore, mettendo da parte la retorica stantia e la facile emanazione di giudizi, da parte di chiunque.

È il caso di spendere anche due parole sul frequente rimpianto della “famiglia tradizionale”, quella dell’antica società patriarcale dei nostri paesi. Da un lato, è vero che nella famiglia tradizionale anziani e malati trovassero un ricovero domestico fino alla fine. Su un letto, in una stanza o dietro una tenda, una sorta di velo che impedisse di vedere il male e che preparasse il trapasso, dolcemente. D’altro canto, va ricordato come quella lungodegenza nel silenzio domestico fosse affidata quasi sempre alle donne e talvolta a quelle donne “marchiate” (nell’etica fortunatamente superata di quella società) dal fatto di non avere contratto un matrimonio, di non avere una famiglia propria. Sono risvolti amari ma degni di considerazione, prima di passare ai rimpianti facili.

Forse, (sottolineo, forse) per questa ragione in molti continuano a preferire che si muoia lontano dai riflettori e dalle statistiche, che la malattia e la morte non vengano esposte, ma rimanga dentro una casa. E che la cura di anziani malati non sia affidata a professionisti (quando lo siano davvero, s’intende).

Più che processi sommari in punta di ego, occorrerebbe una matura riflessione sullo stato delle diseguaglianze nel Paese.