Covid-19. L’Anti-Stato sociale: le mafie all’opera

Prestiti a usura e altre forme di intervento, per puntare, in realtà, ad acquisire attività in difficoltà. Ne parliamo con il saggista Andrea Leccese, da anni attento osservatore di queste dinamiche

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Commercianti e imprenditori in difficoltà, a causa della pandemia Covid-19. Se gli aiuti di Stato tardano ad arrivare, spesso anche a causa delle burocrazie regionali, le mafie, invece, hanno sempre denaro pronto da spendere e riciclare. Prestiti a usura e altre forme di intervento, per puntare, in realtà, ad acquisire attività in difficoltà. Ne parliamo con il saggista Andrea Leccese, da anni attento osservatore di queste dinamiche. Il suo lavoro più recente è “Malapuglia”, del 2019, edito da Castelvecchi.

C’è il rischio che sia uno scenario sempre più probabile, in un periodo così difficile? Quanti progetti rischiano di saltare in aria dopo gli sforzi di una vita?

Purtroppo, è sempre così. L’evidenza giudiziaria mostra in ogni caso una stretta correlazione tra la crisi del mondo delle imprese e l’espansione del fenomeno mafioso. Di fronte alle difficoltà finanziarie, la mafia trova le condizioni ideali per avvicinarsi e proporsi come risolutore di problemi. Riguardo alla lentezza dello Stato, essa è purtroppo in qualche misura fisiologica e legata spesso a lungaggini burocratiche. Le mafie non hanno questo problema e in più possono disporre immediatamente di enormi quantità di denaro sporco, accumulato soprattutto grazie al monopolio del traffico di stupefacenti. Tuttavia, gli imprenditori vanno messi in guardia: accettare l’“aiuto” di quei delinquenti non conviene mai. Il loro obiettivo è di impossessarsi dell’azienda. Non lo fanno certo per filantropia! Poi, c’è anche il pericolo di finire sotto inchiesta, con l’infamante accusa di associazione mafiosa o di “concorso esterno”, e di vedersi sequestrare e confiscare tutti i propri beni. Riguardo all’usura, che è normalmente il cavallo di Troia che consente l’ingresso del creditore nell’impresa insolvente, va detto che questo “servizio” è offerto dalle mafie perché viene negato dalle banche, spesso per discutibili politiche restrittive.

Il rischio è omogeneo sul territorio nazionale? O ci sono fenomeni diversi a latitudini diverse?

Non sono in grado di fare previsioni di questo tipo. A mio avviso, mentre in certe aree del Sud è più facile entrare in contatto con i sodalizi criminali che esercitano un controllo sul territorio, al Nord c’è una minore capacità di riconoscere i mafiosi e una scarsa consapevolezza dei rischi collegati all’infiltrazione.

Welfare mafioso: c’è rischio che “l’anti-stato sociale” prenda piede dove non arrivano le istituzioni?

Il rischio è molto elevato, senza dubbio. La mafia, come la politica, cerca normalmente il consenso. Per questo si presenta come una “impresa che crea lavoro”. Penso, in particolare, alle aree più degradate del Mezzogiorno. Penso ai quartieri popolari delle grandi città, di Palermo, di Napoli, di Bari, dove i clan fanno proselitismo. Quelle aree urbane rappresentano, così come sono, una sconcertante sconfitta dello Stato sociale. Ma da quelle periferie, potrà anche partire un nuovo slancio per lo sviluppo sostenibile, con investimenti pubblici adeguati. Se non vogliamo scivolare nella barbarie, oggi più che mai dobbiamo combattere l’esclusione sociale. E su questo fronte, da subito si può pensare a un reddito incondizionato di dignità. Vedrete che le risorse si troveranno, con una vera lotta all’evasione fiscale e agli sprechi.

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