Donne e cassaintegrati i più penalizzati dal lockdown

I dati ricavati da uno studio dell’Ufficio Coesione e Territorio della Uil

Una lavoratrice o un lavoratore dipendente in congedo parentale di 30 giorni con retribuzione al 50% su base bimestrale ed il restante congedo parentale a zero ore durante il lockdown ha perso in salario da un minimo di 776 euro ad un massimo di 1504 euro.

Sono dati – riferiscono in una nota congiunta il segretario generale della Uil Basilicata Vincenzo Tortorelli e Anna Carritiello componente segreteria (Politiche di Genere) – ricavati da uno studio dell’Ufficio Coesione e Territorio della Uil che raccontano che a parità di guadagni annui i cassintegrati e le molte donne che restano a casa per i figli vedono scendere il reddito più degli autonomi . I numeri – dicono i dirigenti della Uil – mostrano la realtà delle donne con figli che, nelle settimane dell’isolamento a causa del coronavirus, sono quelle che, dal punto di vista economico e lavorativo, hanno perso di più. Specie se dipendenti. In particolare le madri – che a fine anno perderanno quasi un quinto del salario netto – sono quelle più a rischio anche di perdere il lavoro.

La cassa integrazione conserva il posto, ma fa calare il compenso e fa parte anche un pezzo di 13esima e 14esima. Ancora più basso il calcolo per i genitori che lavorano come dipendenti se hanno chiesto 15 giorni lavorativi di congedo straordinario rinunciando per qui giorni alla metà dello stipendio. È una cifra che scende ancora se sono stati usati anche i giorni di congedo senza stipendio. Sono sempre più spesso le donne a rinunciare ad andare al lavoro e a utilizzare i congedi. Con le scuole chiuse e la non reperibilità di una baby sitter (oltre ai costi di questa) è la madre in moltissimi casi a restare a casa. Su 9 milioni e 872mila donne occupate in Italia, le madri sono circa 5,4 milioni e, di queste, 3 milioni hanno almeno un figlio con meno di 15 anni. Durante il lockdown hanno lavorato più degli uomini fra smart working e gestione della famiglia. E le loro attività sono le ultime a ripartire e i loro contratti sono spesso precari o comunque meno retribuiti rispetto a quelli degli uomini e, se in famiglia si deve scegliere, a salvarsi è lo stipendio più alto.

Sempre sul congedo parentale, qualche calcolo di approfondimento. 388 euro: questo vale il congedo parentale per chi ha uno stipendio lordo di 1.400 euro. 225 euro per chi ha un part-time a 20 ore settimanali e poco più di 300 per un part-time a 30 ore. Se aggiungiamo l’ipotetico assegno mensile, per le famiglie con un figlio, di 120 euro (con ISEE inferiore ai 40.000 euro) o di 160 euro (con ISEE annuo inferiore ai 7.000 euro), arriviamo a un massimo di 548 euro.

Misure evidentemente insufficienti, soprattutto considerando che, verosimilmente, nella stragrande maggioranza delle famiglie si deciderà di sacrificare il reddito più basso tra i due coniugi, tipicamente quello femminile, per stare a casa e occuparsi dei bambini. Le donne, che già erano in una condizione economica di debolezza prima di questa crisi – ricordiamo un tasso di occupazione femminile al 50%, con una forte incidenza di part-time, contratti precari e bassi stipendi – rischiano oggi la propria autonomia finanziaria e persino il proprio posto di lavoro.

Servono, al più presto, servizi di conciliazione adeguati per le famiglie e, nel frattempo, è necessario uno strumento destinato a entrambi i genitori,  che copra tutto il periodo in cui i bambini dovranno rimanere a casa e la cui indennità sia pari ad almeno l’80 per cento della retribuzione- concludono i due sindacalisti.